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di MA.TU.

Bruno Arrigoni, pluridecorato general manager della Tisettanta Cantù, nell’analizzare l’annata della Cimberio Varese snocciola, con dovizia di particolari, tutti i postulati della famosa “Legge di Murphy”. Il dirigente canturino, anche in questa stagione autore dell’ennesimo miracolo brianzolo - il cui budget, si sussurra, arriva a malapena al milione dollari (dollari, non euro…!) e playoff quasi a portata di mano per la formazione di Dalmonte -, osserva con attenzione le mille tribolazioni vissute dalla sua ex-società: «Quando ripenso al campionato della Pallacanestro Varese non posso fare a meno di riflettere sul primo, grande, assioma di Murphy: «Se qualcosa può andare male, lo farà. Ma anche alla famosa legge di Murphy sulla termodinamica: "Sotto pressione, le cose peggiorano". Mi sembra giusto usare un filo di ironia perché, vista da lontano, tutta la vicenda dei miei amici varesini rientra a pieno titolo nel capitolo dedicato alla sfortuna inarrestabile oppure, se volete, a quelle “storie” che prendono da subito una piega malata e qualunque cosa tu faccia risulta sbagliata. Voglio dire che conservo una sorta di indulgenza nel giudicare l’operato di Varese perché, davvero, la società ha provato in tutti i modi a invertire la rotta, senza ricavare alcun risultato positivo e, anche se fa male ammetterlo, ci sono annate in cui tutto gira storto».

- Scendiamo sul piano concreto che, poi, è anche quello che la coinvolge direttamente: lei avrebbe costruito una squadra come la Cimberio d’inizio anno?

«E’ difficile vestire realmente i panni di altri, peraltro a inizio anno la Cimberio non mi sembrava così malvagia e sconclusionata. C’era un bel “mix” tra gioventù ed esperienza e, in ogni caso, avevo l’impressione di una squadra destinata a crescere con la forza del lavoro in palestra. Probabilmente s’erano commessi errori nella valutazione di alcuni giocatori ma c’era tutto il tempo per rimediare a eventuali manchevolezze e, comunque, a mio parere, hanno avuto maggior peso gli infortuni iniziali di Galanda, Capin e Melvin. In quel periodo, se non ricordo male, cominciò la lunga catena di episodi negativi, partite perse di pochi punti, accidenti vari e disseminati che, come sempre accade, accende la miccia del malcontento, delle polemiche e, soprattutto, di un misto tra sfiducia e paura: i giocatori sentono addosso tutta la pressione del mondo e perdono sicurezza. Un meccanismo perverso e distruttivo che, dopo quarant’anni vissuti nel mondo del basket, conosco molto bene. Lo staff di Varese, di fronte a queste cose, non è rimasto con le mani in mano, ha provato a reagire, cambiando tanto e a tutti i livelli – allenatore, giocatori, dirigenti - ma non è servito a nulla e, personalmente, dopo il gravissimo infortunio capitato a Skelin, capii che per la Cimberio si trattava del classico anno-no. Quello da cui niente e nessuno ti può salvare. Insomma, un rancido minestrone fatto di tantissima sfortuna, scelte poco azzeccate, atteggiamenti negativi, risultati poco favorevoli e chi più ne ha, più ne metta perché. Credo che sia veramente difficile trovare un solo elemento cui addossare eventuali responsabilità. Basti pensare al caso-Beck. Romel, a Capo d’Orlando è un giocatore pieno di positività, sicuramente diverso da quello che, in alcuni momenti, avevo visto a Varese. Vanno allora tenute nel giusto conto le vibrazioni negative che, senza volerlo, si impossessano di un ambiente e di uno spogliatoio che non trova più una via d’uscita».

- Voi la via giusta per risollevarvi l’avete individuata.

«Sì, è vero, ma è stata anche una questione di fortuna, ci siamo trovati in casa, a prezzi di realizzo, un giocatore come Tourè che ci ha risolto un mare di problemi sotto canestro e un altro di assoluto talento come Fitch. Una coppia che, pur in tempi diversi (che ci sono costati parecchio in termini di classifica), è arrivata in Brianza per aiutarci a quadrare il cerchio».

- Domani, quale partita si aspetta?

«Una gara vera e, sicuramente, più intensa del solito, in questo derby Varese vorrà prendersi una delle poche soddisfazioni della sua annata e cercherà di evitare un “cata su” doloroso in casa. Noi, invece, vogliamo vincere per tenere vivo il sogno dei playoff che, per noi, varranno come e più di uno scudetto».

- E sul futuro di Cantù, a giudizio di tutti nebuloso, cosa ci dice?

«Tra la fine d’aprile e la metà di maggio la famiglia Corrado dovrebbe sciogliere le riserve e far sapere le sue intenzioni. Certamente la scarsa o nulla risposta degli imprenditori locali, la vicenda del palazzetto, contribuiscono a incancrenire la situazioni e rendere gli angoli più acuminati. Fatta questa premessa non sono in grado di prevedere cosa potrà accadere, posso pensare che, come sta succedendo da qualche anno, i cordoni della borsa di stringeranno ancora di più e, allora, sarà veramente difficile mettere insieme una squadra competitiva. Nonostante il vostro apprezzamento e, come dite voi, i miei miracoli».

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