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CAPPELLARI «Torniamo a due soli stranieri»


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di Massimo Turconi

Più parli con Tony Cappellari, più ti chiedi due cose: perché una mente "cestofila" lucida come la sua manchi al basket di vertice da tanti anni e se il nostro movimento sia in grado di permettersi il lusso di rinunciare ad una figura che in termini di esperienza, capacità di lettura e d’analisi è, ancora, clamorosamente un passo avanti a tanti attuali mestieranti del basket tricolore.

Nemmeno avessimo preparato e concordato un’intervista per tempo, il buon Tony elenca, per punti, alcuni nodi problematici che affliggono il basket italiano:

«Prima falsità: mancano i giovani italiani. A mancare sono, piuttosto, società e allenatori coraggiosi che, sulla scorta di un progetto serio e sostenuto con convinzione, offrano responsabilità a ragazzi che meriterebbero spazio e considerazione. La riprova arriva da quelle società e tecnici che gli italiani li fanno giocare: Varese e Pillastrini, Biella e Bechi, Virtus Bologna e Lardo. Credo che i tifosi siano molto più contenti di vedere sul parquet un Antonelli, un Chessa, un Moraschini che non il solito Smith di turno. Secondo problema: la "barzelletta", perché di questo si tratta, chiamata Napoli, che vive una situazione assurda e paradossale che rischia di alterare l’equità competitiva. Un aspetto che, mi par di capire, al di là delle mere valutazioni economiche, certi personaggi che albergano in Lega non vogliono affrontare. Terzo ed ultimo punto: il campionato. A parte la testa, Siena, e la coda, Napoli, è comunque avvincente e con risultati sempre in bilico anche se tecnicamente, con una pattuglia di stranieri il cui valore è in costante ribasso, non mi sembra granchè».

- Che cosa non le piace nel basket di oggi?

«Due cose: l’appiattimento generale dei protagonisti e la mancanza di coraggio da parte delle società. Rimpiango la presenza di personaggi come Rubini, Gualco, Porelli, Bianchini e Peterson e di giocatori di carattere e carisma che erano capaci di scatenare polemiche e sbattere la pallacanestro sui giornali con titoli a nove colonne. Negli anni ’80 e ’90, in Italia, abbiamo visto il meglio: Mc Adoo, Joe Barry Carroll, Gervin, Gilmore, Theus, Shaw, Radja, Kukoc, Cooper e così via. Come mai, adesso, anche quelli che potrebbero permettersi nomi stellari, in grado di fare da richiamo, rinunciano in partenza a questa opportunità? Certo, gestire le "stelle" è più difficile perché serve, intorno al club, una struttura forte e parallela ma, vivaddio, meglio un anno di Mc Adoo o, come dice il direttore di SuperBasket, di Allen Iverson, problematici finchè si vuole, che cento stagioni di un Johnson qualsiasi. Ne discende che, non a caso, da un recente sondaggio Abacus i quattro personaggi più conosciuti e quindi di richiamo per le aziende sono, ahimè, Pozzecco, Meneghin (ma Dino), Myers e Bargnani. Ogni ulteriore commento è superfluo».

- Soluzioni, suggerimenti?

«Azzerare tutto e ripartire. Il primo passo di Meneghin, la scelta di Pianigiani, rappresenta una pietra importante. Adesso occorre rifondare da zero il Settore Squadre Nazionali e trovare insieme delle regole per rilanciare il movimento di giocatori italiani andando a toccare con intelligenza le regole. In serie A qualcuno mi manderà dei "vaffa" ma il ritorno a solo due stranieri è la soluzione migliore…».

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