Jump to content

Recommended Posts

Posted

VARESE Un Gianmarco Pozzecco a

tutto tondo. Rilassato («Sono ancora

in vacanza a Formentera, chi mi ammazza

a me»), cresciuto («Oggi faccio

trentotto anni: mi sembra ieri il giorno

in cui arrivai a Varese, con la felpetta

e gli occhialini»), guascone («Qui

in Spagna tutti i giornali scrivono che

Vescovi è diventato presidente della

Repubblica: è vero?). Proviamo a fare

i seri, e approfittiamo della chiacchierata

con il Poz.

Come vede la Cimberio?

Proverò a essere onesto. Sono qui nello

"svacco" totale di Formentera, leggo

qualche giornale, ma mi sono volutamente

tenuto al di fuori dalle notizie

sul basket italiano. Eppure...

Eppure?

Eppure Varese la conosco benissimo,

perché a partire dall'allenatore fino a

quasi tutti i giocatori si tratta di persone

che considero amici e che frequento

da un sacco di tempo.

Quindi?

Quindi diciamo che è una squadra che

dà delle sicurezze ma allo stesso tempo

offre anche qualche rischio.

Partiamo dalle certezze.

L'affidabilità sarà il suo punto forte: zero

sorprese, la certezza di avere a che

fare con gente seria e motivata che non

si tirerà mai indietro, una squadra solida

senza grosse incognite.

I rischi?

Quando dico che non ci saranno incognite

dico una cosa positiva, perché

Varese sarà al riparo dalle brutte sorprese.

Ma dico anche che non ci sarà

spazio per i colpi di genio e non scopriremo

il fenomeno della situazione.

Insomma, un campionato di tranquillità

e sbadigli?

L'ago della bilancia sarà Goss: se farà

in Al quello che ha fatto al piano di

sotto, allora ci si potrà anche divertire

un po'. Per il resto la squadra rispecchia

la filosofia del Charlie, un gruppo

esperto fatto di gente da gestire: certo,

l'età media è altina...

E allora?

E allora vi dico che un giocatore, prima

o poi, scoppia: e se dovesse capitare

quest'anno a uno degli elementi

importanti di Varese, potrebbero essere

dolori.

«Un giocatore scoppia». Parla per

esperienza?

Non ci provate nemmeno: tornassi a

giocare, sarei ancora il più forte.

Torniamo a Varese: da queste parti

in tanti aspettano di conoscere

Collins.

Io no. Perché è difficile pescare dal

nulla un lungo fortissimo: i tempi sono

cambiati. Collins potrà essere buono,

pigliare i suoi rimbalzi e stoppare

ma non sarà un fenomeno. Piuttosto,

fatemi tirare una frecciata.

Se proprio deve...

Non avrei fatto andare via Gergati:

quello è uno con le palle, e nel basket

di oggi le palle fanno la differenza.

Ha saputo quello che è successo,

con il cambio di proprietà?

So tutto, cosa credete: sono pur sempre

il tifoso numero uno di Varese.

E allora?

Dico che è un ottimo inizio, e che bisogna

iniziare a lavorare seriamente

per garantire alle nostre società una

stabilità economica che è condizione

fondamentale per poter andare avanti

e guardare al futuro.

A Varese lo stanno facendo.

Lo so, e ne sono felice. Ma io credo che

la cosa più importante, la prerogativa

senza la quale non si va da nessuna

parte, sìa un'altra.

E sarebbe?

Bisogna tornare a investire sui settori

giovanili. Ma sul serio, e non solo come

dichiarazioni di facciata. Prendiamo

esempio dal Barcellona e dalla sua

"cantera", l'enorme serbatoio che crea

giocatori e, soprattutto, genera

entusiasmo. E allora la

mia ricetta è molto semplice.

Ce la spieghi.

Smettiamo di guardare solo

ed esclusivamente al risultato,

e torniamo a lavorare

sui nostri giovani per

un futuro azzurro diverso

dal presente che stiamo vivendo.

Sembra semplice, a parole.

Guardate: con Recalcati avrò litigato

al massimo due volte, una delle quali

proprio parlando di queste cose. Lui

sosteneva che nel giro di qualche anno

le cose si sarebbero sistemate, che

i giocatori stranieri sarebbero diminuiti:

eravamo nel 2003, e ad oggi è cambiato

poco o nulla. Sapete qual è il problema?

Quale?

Che il ragazzino deve tornare a voler

giocare a pallacanestro. Ho

letto sul vostro giornale una

riflessione, qualche giorno

fa, nella quale sostenevate

che anche a Varese, oggi, i

bambini giocano a calcio e

si fanno portare allo stadio.

E allora?

Chiediamoci perché. Il problema

del ragazzino che

non gioca più a basket non

è tanto il fatto che non diventerà

un campione: chissenefrega.

Il problema è che lui, i suoi genitori

e i suoi nonni con gli zii, non metteranno

mai piede in un palazzetto. E

quelle poche volte che troveranno del

basket in tv, cambieranno canale.

Perfetto. Che fare?

Ognuno faccia il suo, a partire dai giocatori

che devono rendersi conto di

essere dei testimoni: la smettano di

sbuffare se un giornalista chiede di intervistarli,

aprano gli spogliatoi alle telecamere

prima delle partite, vendano

il loro prodotto. E anche i giornalisti

facciano il loro.

Cioè?

A Milano si legge da mesi sempre e

solo la stessa frase: «Siamo finalmente

più forti di Siena, o no?». Ma chissenefrega.

La domanda dovrebbe essere:

«Il Forum sarà finalmente pieno?

». Sono davvero invecchiato, se da

un'ora faccio questi discorsi e non sparo

battute sceme: ma io voglio lavorare

per il mio sport, e mi piacerebbe

farlo anche a Varese. Quest'anno conto

di venire spessissimo al palazzetto,

a prendere in giro i miei amici in campo:

promettetemi che continueremo a

parlare di queste cose.

Francesco Caielli

×
×
  • Create New...