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«I Benetton insegnano che senza regole moriamo tutti»


Lucaweb

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VARESE La famiglia Benetton lascia lo

sport. Eh no, non lascia lo sport: getta la spugna

davanti all'insostenibilità dell'impresa

sportiva contemporanea. Perché ogni attività

giovanile continua più forte di prima,

come il rugby storico amore del casato casual.

A Treviso, generalizzando ma non troppo,

è accaduto quanto il nostro Antonio Bulgheroni

prefigura da anni. A lui la parola.

- Come dobbiamo porci davanti al fatto

compiuto?

Dobbiamo essere tristi. Perché è una perdita

enorme per l'immagine e la sostanza di

pallacanestro e pallavolo: spero qualcuno a

Treviso abbia il piacere di prenderne le redini,

ma dubito.

- Pessimismo, e non si può dire non avesse

immaginato lo scenario.

La verità è che dovrei partire da lontano, non

basterebbe una pagina. Semplifico: la struttura

dello sport italiano non può permettere

la sostenibilità economica a nessuno. A

partire dal calcio, il peggior esempio di gestione

d'impresa: in termini generali non ci

sono regole e adesso non ci sono neppure

più soldi, perché la parità di bilancio non

esiste. Mi viene da ridere quando sento usare

il termine investimento: investimento presuppone

l'esistenza di un ritorno o la possibilità

di averlo, chimere.

- E' la motivazione fornita dai Benetton per

il disimpegno.

Non solo, perché se penso al basket, anche

quello che una volta poteva esserci, cioè un

ritorno d'immagine o una ricaduta importante

sul territorio di riferimento, ormai non

arriva: il movimento è bloccato, ha sempre

meno visibilità e si vedono pochi spiragli.

In famiglia avranno fatto bene i loro conti

e saranno giunti alla conclusione del passo

indietro, mantenendo a livello di vertice

solo il rugby, il quale non chiede l'esborso

di basket e volley.

- Coldebella, general manager di Treviso,

ha chiesto a Vescovi informazioni sul

Consorzio.

Mi auguro per mille ragioni che il modello

Varese nel Cuore funzioni, qui e altrove.

Avrei enorme piacere. Ma se non mettono

delle regole precise e sensate, sempre meno

persone saranno disposte a crederci.

- Regole: quali?

Le federazioni devono promuovere lo sport

di base, curarne la diffusione accompagnando

sino al professionismo. E chi si mette al

loro vertice deve pensare al bene comune e

basta. Ma il vertice ha bisogno di viaggiare

da solo, con leggi dedicate. E non ci sarebbe

neppure bisogno di inventare roba nuova:

basta copiare e adattare. Ci sono 5 o 6 capisaldi

su impianti, tetto salariale e rapporti

con l'associazione giocatori, che negli Stati

Uniti funzionano da decenni. Con paletti

precisi, anche l'incidenza dei russi o arabi

di turno verrebbe metabolizzata: così, invece,

o si soccombe o si scappa. I piccoli

muoiono, i Benetton se ne vanno.

-Il punto di vista da consigliere della

Federgolf?

Siamo un discorso a sé, anche

perché è uno sport individuale:

comunque, da noi la Federazione

si occupa davvero

dello sviluppo della disciplina,

ma quando un gioca- h

tore diventa professionista non lo vede più,

entra in un mondo diverso.

Samuele Giardina

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