Lucaweb Posted March 20, 2011 Posted March 20, 2011 VARESE La famiglia Benetton lascia lo sport. Eh no, non lascia lo sport: getta la spugna davanti all'insostenibilità dell'impresa sportiva contemporanea. Perché ogni attività giovanile continua più forte di prima, come il rugby storico amore del casato casual. A Treviso, generalizzando ma non troppo, è accaduto quanto il nostro Antonio Bulgheroni prefigura da anni. A lui la parola. - Come dobbiamo porci davanti al fatto compiuto? Dobbiamo essere tristi. Perché è una perdita enorme per l'immagine e la sostanza di pallacanestro e pallavolo: spero qualcuno a Treviso abbia il piacere di prenderne le redini, ma dubito. - Pessimismo, e non si può dire non avesse immaginato lo scenario. La verità è che dovrei partire da lontano, non basterebbe una pagina. Semplifico: la struttura dello sport italiano non può permettere la sostenibilità economica a nessuno. A partire dal calcio, il peggior esempio di gestione d'impresa: in termini generali non ci sono regole e adesso non ci sono neppure più soldi, perché la parità di bilancio non esiste. Mi viene da ridere quando sento usare il termine investimento: investimento presuppone l'esistenza di un ritorno o la possibilità di averlo, chimere. - E' la motivazione fornita dai Benetton per il disimpegno. Non solo, perché se penso al basket, anche quello che una volta poteva esserci, cioè un ritorno d'immagine o una ricaduta importante sul territorio di riferimento, ormai non arriva: il movimento è bloccato, ha sempre meno visibilità e si vedono pochi spiragli. In famiglia avranno fatto bene i loro conti e saranno giunti alla conclusione del passo indietro, mantenendo a livello di vertice solo il rugby, il quale non chiede l'esborso di basket e volley. - Coldebella, general manager di Treviso, ha chiesto a Vescovi informazioni sul Consorzio. Mi auguro per mille ragioni che il modello Varese nel Cuore funzioni, qui e altrove. Avrei enorme piacere. Ma se non mettono delle regole precise e sensate, sempre meno persone saranno disposte a crederci. - Regole: quali? Le federazioni devono promuovere lo sport di base, curarne la diffusione accompagnando sino al professionismo. E chi si mette al loro vertice deve pensare al bene comune e basta. Ma il vertice ha bisogno di viaggiare da solo, con leggi dedicate. E non ci sarebbe neppure bisogno di inventare roba nuova: basta copiare e adattare. Ci sono 5 o 6 capisaldi su impianti, tetto salariale e rapporti con l'associazione giocatori, che negli Stati Uniti funzionano da decenni. Con paletti precisi, anche l'incidenza dei russi o arabi di turno verrebbe metabolizzata: così, invece, o si soccombe o si scappa. I piccoli muoiono, i Benetton se ne vanno. -Il punto di vista da consigliere della Federgolf? Siamo un discorso a sé, anche perché è uno sport individuale: comunque, da noi la Federazione si occupa davvero dello sviluppo della disciplina, ma quando un gioca- h tore diventa professionista non lo vede più, entra in un mondo diverso. Samuele Giardina
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