Lucaweb Posted April 20, 2011 Posted April 20, 2011 Il sole che inonda il giardino dell'Art Hotel sembra voler rendere ancora più luminosi e visibili i ricordi di Corny Thompson che, placidamente seduto su una panchina, si lascia coccolare dalla calda accoglienza di Sandro Galleani. Corny è quello di sempre, quasi che anche il tempo mostri rispetto per i "miti". Se indossasse pantaloncini, canottiera DiVarese e Reebok BB 5600 non diresti mai che sono già trascorsi 25 anni, 15 dei quali da affermato uomo d'affari, da raccontare in un soffio. «Tornato negli USA ho provato a dare forma al mio sogno: aprire un ristorante che, purtroppo, senza un cuoco italiano, non funzionò granchè. Poi per qualche anno rientrai nel basket come aiuto allenatore in una squadra CBA, gli Hartford Pride, e da capo allenatore per un breve periodo in Venezuela, a Valencia. Ma dopo l'esperienza in Sud America capii che era opportuno dedicarsi a qualcosa di più serio...». - Quindi? «Accettai l'offerta di un amico come responsabile di zona per una grande società, la Vince Parking, che gestisce parcheggi. Oggi sono vice-presidente della compagnia, vivo a Dallas, seguo oltre 150 grandissimi parcheggi sparpagliati tra Texas e New Mexico». - Flashback su Varese: quali i primi "déjà vu"? «Una roba da pazzi: tre allenamenti al giorno, pure massacranti, al Golf di Luvinate. Mi pesavano tutti i giorni, neanche fossi militare. Meo Sacchetti, che dopo l'allenamento beveva birra per, diceva lui, reintegrare i sali. Sandro Galleani, che a tavola, con un sorriso, mi offriva un bicchiere di vino rosso dicendomi: "Corny, assaggia questa Italian Coke". Insomma, tutto un po' strano, ma ci feci l'abitudine e compresi che in tante cose avevate ragione voi». - Allenatori: Sales, Isaac, Sacco... «Prima di loro devo un grazie a Toto Bulgheroni e Marino Zanatta. Sales non ascoltò Dick Motta, mio coach a Dallas, che mi descrisse come una cattiva persona. Mi offrì una chance e, alla fine, vincemmo entrambi. Joe Isaac è "Wild Man Joe", un grande amico che per tecnica, umanità e passione avrebbe meritato di vincere tutto. Sacco: bravo e sfortunato perchè senza il guaio capitato a Sacchetti lo scudetto l'avremmo vinto noi». - Compagni di squadra? «Così, a memoria dico: Sacchetti, Vescovi, Ferraiuolo, quei pazzi di Micheaux e Matthews, Pittman, Mentasti, Caneva, Anchisi, Dino Boselli, Rusconi, Tombolato (Corny, una alla volta, li cita tutti, n.d.r.)». - Avversari? «Uno su tutti: Dino Meneghin. Duro, esperto, cattivo, furbissimo. Nei primi due anni mi fece impazzire perchè in difesa mi picchiava come un tamburo e, in più, riusciva sempre a prendere sfondamento. Poi capii il sistema italiano e qualcosa migliorò, ma lui era un giocatore incredibile». - Famiglia e figli? «Oggi, divorziato da Mary, ho una nuova compagna, Pamela. Ho due figli: Joshua, 24 anni che studia per diventare attore e regista, mentre a Jeremy 21, ho imposto lo stop basket perchè a scuola è un lazzarone e io non ho voglia di pagare una montagna di dollari per farlo divertire e basta. L'educazione e lo studio vengono prima di tutto. Poi, lo sapete, ho le mie famiglie italiane: quella di Sandro ed Egidia Galleani e quella di Eraldo Benvenuti, grande amico e ottimo giornalista morto tragicamente». - Un rimpianto per la carriera a Varese? «Uno solo: se avessero tenuto Wes Matthews, e se Wes avesse tenuto di testa, avremmo vinto lo scudetto cantando». - Via da Varese con la sgradevole e ingiusta etichetta del perdente, strepitoso vincitore col Badalona. Bella rivincita, no? «Nessuna rivincita: a Barcellona tutto filò a meraviglia. Bella squadra, buoni compagni e quel pizzico di fortuna che a Varese non ci capitò mai». - Pronto per il "tutti in piedi" di domenica? «Non starete esagerando? Sono passati tanti anni, è cambiato tutto, di me non si ricorda più nessuno...». E qui, caro Corny (passiamo al "tu"), sei in errore. Varese ti ricorda con grande affetto ed è già in fibrillazione per una giornata da applausi, saluti, abbracci, volti emozionati e anche qualche lacrima... Massimo Turconi
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