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Nel credo entusiastico di Pozzecco


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[color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]Come in una notte piena di stelle nel cielo dei cinquemila di Masnago pur sotto la pioggia di ritorno a casa ma con un'immensa felicità nel cuore. E' un po' questa l'immagine di una piazza ritrovata su misura del proprio condottiero-trascinatore qual è Gianmarco Pozzecco, istrione innamorato della sua Varese. Migliore in campo? Lui, senza dubbio. Lo abbiamo votato trasgredendo le consegne di un'elezione spettante di diritto ai giocatori, quindi e inequivocabilmente a Diawara (foto Blitz), irresistibile mattatore di un derby dominato dagli uomini di Pozzecco. Intensi, sfrontati, baldanzosi, sicuri e gasati come lo è Gianmarco in ogni sua sfida nella quale mette la faccia senza la paura di perderla, non potendoselo permettere per il suo sconfinato amor proprio. Pur senza quel talento che egli possedeva da giocatore Dean e soci sono apparsi a sua immagine e somiglianza, liberi nelle proprie scorribande tra le file di Cantù, in armonia con se stessi e con un allenatore così speciale che, nel trasmettere a ciascuno, un inesauribile coraggio e un'infinita convinzione, riuscirebbe a trasformare un pigmeo in un gigante. Dunque, una Pall. Varese ricca di pathos ma, soprattutto, prorompente negli entusiasmi, qualità queste che hanno saccheggiato Cantù, spogliandola di quelle certezze di cui si sentiva depositaria grazie alle sue pregevoli individualità, come d'altra parte si sono potute, a sprazzi, ammirare, tant'è che solo quattro punti dividevano le squadre all'intervallo nonostante una cavalcata imperiosa dei nostri. D'altra parte è bugiardo lo stesso punteggio finale d'un match che ha esaltato, per gioco e spettacolo, un solo collettivo, quello biancorosso. Pozzecco, per giorni, ha sognato un derby simile spargendo a piene mani tra i suoi uomini il seme di quelle qualità di cui si diceva, come necessarie ed esemplari risorse per una squadra abbastanza lineare, quindi omogenea, dovendo - nella sua massima rivelazione - lottare su ogni pallone e attaccare leggera e decisa riuscendo nell'occasione ad armare due ex abbastanza discussi (stando ai loro recenti e non inebrianti trascorsi), ritrovatisi, invece e d'incanto, inesorabili nelle proprie finalizzazioni, peraltro variabili, segnatamente, soprattutto, a Diawara che ha frastornato i brianzoli come in odore di santità cestistica. Dunque, un capolavoro di più maestri, al di là del marchio di fabbrica inconfondibile nel segno di aspettative eccitanti che solo Pozzecco avrebbe potuto catturare con il suo modo d'essere, meritevole in ogni atto della sua storia. Alla Pippo Inzaghi potremmo dire pensando all'inizio entusiasmante di un Milan non certo da Champions ma ispirato dallo spirito del suo ambizioso campione. In sintesi non v'è altra spiegazione per una Pall. Varese non esaltante nelle evocazioni dei tifosi, almeno sino a qualche tempo fa ma travolgente appena ha potuto mostrare un'anima e un'identità che, domenica, erano inesistenti tra le file di una Cantù non proprio vitasnella, quindi a mal partito di fronte al valore del collettivo biancorosso e ben oltre la somma dei suoi singoli stando ad accrediti personali nonché a un Rautins non pervenuto. Emblema di un'applauditissima rappresentazione è stato il giovane Balanzoni, figlio di un roburino d'altri tempi, quindi nato e cresciuto qui, sguinzagliato in campo per necessità di patria (per preservare Daniel dai falli ) nonché trovatosi, inconsapevolmente, a salvare uno straccio di fiera italianità, pur solennizzata dall'inno nazionale, introdotto paradossalmente dalla Federazione nel prologo di ogni gara che schiera quasi tutti stranieri come attori protagonisti. Balanzoni, per nulla schiacciato dal peso di una titolarità inusitata (ma calata scientemente sulle sue spalle da un Pozzecco che lo ha caricato come se fosse Petruska o Santiago), ha sporcato i fianchi di una forza della natura qual è Williams, facendo risaltare nelle pieghe del match il suo combattivo apporto in un sistema di gioco che deve spremere il meglio da tutti mancando a Varese quel talento in più che reputiamo mancante, soprattutto in momenti di arduo equilibrio, pressoché inesistente in questa sfida. Che mette le ali ad entusiasmi già scroscianti. [/size][/font][/color]

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