Solo poche parole per tutti voi (con la promessa che sarà un intervento una tantum) e in particolare per rispondere all'amico che sostiene di essersi un po' stufato di quello che scrivo sul Corriere della Sera. Ovviamente il suo pensiero è legittimo, ci mancherebbe altro: tot capita, tot sententia, dicevano i latini. Eppure, vorrei dirvi quanto segue:
- Avendo 51 anni, quasi 52, ahimé, ho avuto la fortuna di vedere, oltre a una Varese un po' diversa da quella di oggi (ma confido che il progetto varato l'anno scorso proceda a dovere: siamo sulla buona strada, secondo me), un basket ben differente da quello che ci propinano la Lega di serie A (ma anche la Fip, obiettivamente, senza per questo attaccare Dino, mio compagno di viaggio nel suo libro autobiografico) e Sabatini.
Sono cresciuto vedendo all'opera i grandi "padri" del basket italiano, gente che aveva una visione e, soprattutto, la capacità di sacrificare l'interesse personale in funzione dell'utile del movimento. Questa caratteristica si è persa da mo' e, purtroppo, i risultati si vedono.
Nel concreto: in 33 anni che faccio questo mestiere (esordio: 1978, alla Prealpina, come collaboratore; primo contratto: 1982, alla Gazzetta; 1989: passaggio al Corriere), ho avuto sì la fortuna di raccontare di grandi e splendide imprese (Parigi 1999, Stoccolma 2003 e Giochi olimpici 2004, per dire; oppure lo scudetto 1999 di Varese e, riahimé, gli anni d'oro di... Milano) ma anche di solenni inculate. Più inculate che grandi imprese, per la verità... Ecco, mi sono un po' rotto i coglioni. Vorrei, come mi capita nella scherma, parlare di basket solo in positivo. Ma purtroppo i tempi e gli uomini del basket, da un bel po' di tempo non lo permettono. O consentono, se va bene, solo qualche buona "stagione" inframezzata da gravi periodi di magra. Il basket italiano si è accartocciato su se stesso e il dramma è che non ne sta rendendo conto, secondo ma a causa anche di una certa "tolleranza" da parte dei colleghi dei media. La riprova è proprio la vicenda Bryant, che, di ora in ora (ma ero certo che sarebbe andata così) mi sta dando sempre più ragione: com'è possibile fidarsi di Sabatini, persona anche creativa e vulcanica ma - questo dice la sua storia di presidente - sostanzialmente inconcludente di fronte a tutti i grandi progetti che ha lanciato? E poi, com'è possibile non accorgersi del mostro che si sarebbe creato, con una violazione palese (checché ne dica il caro amico Limardi su Superbasket), del principio di equità competitiva e del rispetto di un campionato, perché, signori, stiamo parlando di un campionato e non di un circo o di un'esibizione (quale alla fine sarà l'apparizione di Kobe in Italia, ammesso ci sia davvero). E poi: quale bestialità è chiedere i soldi a tutti per finanziare l'ingaggio di un giocatore destinato a sbilanciare i valori? Ma siamo seri.... E non regge nemmeno la foglia di fico che ci sarebbero vantaggi e ritorni economici importanti per tutti; torte di soldi da dividere, insomma,,,, A parte che i conti di Sabatini sarebbero tutti da verificare (su alcuni aspetti la fa molto facile e scontata), a me pare che tutta la sua operazione fosse esattamente l'applicazione al basket della famosa frase di Ricucci "fare il frocio con il culo degli altri". Eh, no, non passa, come avrebbe detto un altro virtussino (di ben altro spessore), l'avvocato Porelli. E, difatti, non è passata. Per fortuna del basket, aggiungo io, che, finita questa ciucca d'inizio autunno sarà costretto a misurarsi con i problemi che lo affliggono. Non faccia né il Geremia né la Cassandra. I problemi sono proprio quelli che ho indicato (anzi, ce ne sono molti di più). Piaccia, o non piaccia, è così. Un saluto a tutti voi
Flavio Vanetti
(fvanetti@corriere.it)