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Il contratto con Varese. La pazienza con il playmaker


simon89
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«L'obiettivo sportivo della nostra stagione è la salvezza: dobbiamo trovare una squadra da metterci dietro in classifica». Facile ricordare questa frase, pronunciata più o meno testualmente da coach Attilio Caja (e con essa tutte quelle equivalenti uscite dalla bocca di dirigenti e giocatori), dopo aver sotterrato Cantù con il record di scarto. Meno facile, molto meno, è farlo dopo aver preso una mezza "scoppola" in casa contro Venezia o dopo aver registrato la sconfitta mai in discussione contro Brescia. È una pura questione di predisposizione mentale, di verso di lettura: dopo una vittoria (è successo anche a seguito di quelle ottenute in precampionato) l'ammissione della modestia intrinseca della Openjobmetis 2017/2018 e della finitudine nell'ambizione dei suoi traguardi appare come un grandioso punto di partenza per grattare qualcosa in più al destino; la stessa ammissione fatta dopo le sconfitte sa invece di punto d'arrivo, sa di fastidioso confine, sa di obbligo del quale accontentarsi. Bisogna però essere onesti e meno ondivaghi.

Le parole estive non contenevano alcuna sovrastruttura: erano nient'altro che un preciso, onesto e necessario esame di realtà presentato ai tifosi e alla critica in preparazione dell'incombente stagione. Quelle parole sono finite su un contratto firmato da tutti, insieme alla promessa di impegno, abnegazione e serietà. E i contratti sono legge, tra le parti. Rispettare il "negozio" che lega alla Varese dell'Artiglio significa tante cose. Significa tarare il giudizio anche sugli avversari (quasi sempre, non solo quando si affrontano Milano o Venezia), significa guardare alle attuali tre sconfitte e una vittoria come a un ruolino di marcia assolutamente normale e persino auspicabile a inizio ottobre, significa vivere ogni partita o quasi consci dei limiti tecnici e fisici del gruppo e usare questi come didascalia per leggere ciò che accade sul parquet. Significa, anche, armarsi di santa pazienza con Cameron Wells: una squadra che deve «solo trovarne un'altra che stia dietro» deve permettersi di aspettarlo.

Fabio Gandini

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