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AMMAINATA LA BANDIERA ITALIANA A SHENZHEN


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Il saluto che mi rivolge la Cina per il mio ultimo giorno di permanenza é la vista di un’alba sonnecchiante e nebbiosa che sorge su Kowloon, il nuovo territorio di Hong Kong.

Alle mie spalle la terra ferma, custodita dai giganteschi grattacieli di Shenzhen, cosí prossima alla ex colonia inglese e pure ancora cosí lontana ed ansiosa di rubarne la magia e soprattutto i quattrini.

Termina oggi la mia avventura cinese, breve per certi versi, ma lunga se comparata alla mia oramai ridotta capacitá di sopportare lunghe settimane lontano da casa.

Cosa rimane in valigia dopo un’esperienza del genere é complesso a definirsi.

Quello che viene alla mente é l'ospitalitá delle persone che ho incontrato. E’ questa la terza volta che ho la possibilitá di vedere una location della mia azienda che nasce ed ho avuto la fortuna di conoscere diversi modi di comportarsi nei confronti dello straniero da parte dei locali.

La Cina va a meritarsi di certo un voto alto, grazie alla reale gentilezza e cordialitá dimostratami dai colleghi e dal personale di ogni azienda dove sono stato. Se questa affabilitá sia di forma o di sostanza come sempre é difficile a stabilirsi, ma con un po’ di presunzione penso di aver acquisito sufficiente dimestichezza con le forme di adulazione per il capo da poter apprezzare il supporto offertomi senza troppe riserve.

Dubbi e perplessitá rimangono in buon numero: primo fra tutti il catastrofico problema ambientale che una nazione, che pure ha dimostrato di essere ben piú illuminata di altre nella propria folle corsa all’oro, sembra non aver nessuna possibilitá, prima ancora di volontá, di controllare con efficiacia.

Shenzhen, per dirne una, nel 1984 contava 80,000 abitanti per lo piú dediti alla pesca, oggi ne ha 13 milioni per lo piú addetti del settore terziario avanzato, banche e aziende high tech. Guardando quel raro sole malaticcio, mentre fa capolino dalla coltre di smog che copre tutta la baia di Shekou, sembra di poter dire che qualche stima é stata sbagliata e non di poco. Basta una settimana perché i polmoni si irritino e si cominci ad avere il fiato corto, lo dico per esperienza. Strano che possa sembrare, qui va ancora bene. Se ci si muove a Shunde, il regno dei “plasticari” e anima nera della piú glamorous Shenzy, il problema diviene l’inquinamento chimico di aria e soprattutto acqua. Qui con le polveri sottili ci si puó fare un castello o una pista per le biglie, se Nostro Signore avesse dovuto farsi una camminata su questi fiumi, sono certo si sarebbe messo un bel paio di scarpe pesanti.

Certamente il governo cinese ha bene presente la situazione e immagino che qualcosa fará: domani. Cosa sará tra oggi e domani é un bel quesito, ma se la nazione che si auto pone a guida del mondo libero decide di non sottoscrivere la convenzione di Kyoto, non é certo che ci si possa definire fieri dell’esempio offerto. In questo si puó a buon diritto provare un po’ di orgoglio tricolore, essendo le nostre leggi in tema di inquinamento quantomeno orientate nella direzione giusta: a Shenzhen il locale governo ha bandito non le macchine ma…le biciclette e gli scooter perché “poco decorosi”.

La cosa che maggiormente ho trovato irritante di tutta questa “China thing”in fondo é questo nostro, dove noi siamo gli occidentali, benedire l’arretratezza tecnologica di questo paese come fosse una manna dal cielo. Gestiamo questo mondo industriale che si prepara a competere e di brutto con le nostre migliori imprese come se fosse un grande tappeto rosso sotto il quale nascondere la polvere della nostra incapacitá. Incapacitá di rapportarci in modo veramente innovativo con il progresso tecnologico incipiente. Quando ci imbattiamo in esso qui, ci risulta fastidioso, poiché inevitabilmente foriero di maggiore qualitá ma anche di maggiori costi e si sa, i costi non sono di moda nel ventunesimo secolo. Ovvio come appare, gli stessi cinesi stanno giá attrezzandosi per soddisfarci anche quando il loro costo del lavoro avrá perso molto del suo vantaggio attuale. Strano? Macché, chiaramente la politica dei bassi stipendi ha gli anni contanti, sicché giá oggi vediamo le imprese a mandorla delocalizzare, tipicamente verso il Vietnam. Come dire: ognuno ha la sua Cina, o meglio ognuno é la Cina di qualcun’altro.

Il progresso tecnologico e sociale invece sará certamente in mano ai nuovi cinesi, a quelle generazioni di studenti delle attuali facoltá universitarie che prima o poi, credo piú poi che prima, cominceranno a smaltire la sbornia da potere d'acquisto e a far sentire la propria voce. A quel punto cosa? L’armageddon o la democrazia, in entrambi i casi roba da allacciarsi le cinture, da Dallas a Bruxelles, da San Paolo a Melbourne, passando per Masnago.

Due eventi che ho potuto seguire stando qui e che credo influenzeranno molto i prossimi anni spiegano bene cosa bolle in pentola, o meglio cosa frigge nel wok: conferenza Cina-India sul tema dello sviluppo congiunto, piú di due miliardi le persone coinvolte…e il grande incontro Cina-Africa, sul tema della cooperazione industriale nelle aree in via di sviluppo africane. Temi importanti quasi come Scaramella e il Martini al Polonio o le mutande di Britney Spears che occupano i siti dei nostri maggiori quotidiani…o no?

In fondo alla valigia, la sensazione di un mondo e di una nazione che ci rivolgono il volto rassicurante da rappresentante di orologi taroccati, ma nel loro interno ragionano e strategizzano su come prendersi il posto che, forse, spetta loro all’interno dell’ordine mondiale. Come? Pompando infrastrutture all’avanguardia, formando milioni di tecnici e scienziati ogni anno e fornendo un capace imbuto senza filtro per tutti coloro che desiderano buttarci i propri soldi.

Nostalgia di questi posti non credo ne avró, rimpianti meno che meno, se ad ovest lavoreremo per una globalizzazione intelligente avró conosciuto in anticipo i nostri prossimi colleghi e clienti, se ci faremo prendere la mano dalla nostra fame di profitti o peggio dalla paura, avró conosciuto solo i nostri prossimi datori di lavoro.

P.S.

Finale strappalacrime: la bellezza delle comunitá virtuali sta nel loro essere indipendenti dalla dimensione dello spazio. Per questo credo di aver sentito piú vicina la sgangherata combriccola di VFB rispetto ai miei amici “in carne ed ossa”. Per tre mesi siete stati la prima cosa che ho letto la mattina e l’ultima la sera, un supporto piacevole e divertente che ha alleviato notevolmente i crampi della malinconia. Di questo non posso che ringraziare tutti voi per “la grinta e la simpatica verve”, con un piccolissimo ma significativo distinguo per Roosters 99 ed i suoi affettuosi SMS e per Leasir con i suoi puntuali aggiornamenti sui risultati dei Baffo-boys. Che altro…dalla prossima in casa, per ulteriori quesiti sul celeste impero, cordialitá o insulti: The Wild West é il luogo, posto 475 l’indirizzo.

Ah…dimenticavo: xie xie Tatanka!

P.P.S.

:spiteful[1]:

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Grazie Ponchiaz! :spiteful[1]: E' sempre facile trinciare su giudizi sul mondo dalla propria poltroncina ma l'esperienza vissuta sulla propria pelle muovendo il culo e toccando la realtà con mano è quella che vale di più.

Che dire, siamo pronti ad accoglierti di nuovo nel WW, molte cose sono successe nel frattempo in Italia che non avrai potuto leggere sui vari quotidiani on line e forse non saprai che il 475 è stato riassegnato, comunque sono sicuro che un posticino per te riusciremo a trovarlo...

A presto! :frantics::drool::lol:

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