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Vi invito a leggere questa lettera e a dirmi il vostro pensiero a riguardo (ne abbiamo già parlato altrove, ma questa lettera mi sembra racchiudere un concetto più ampio)

Io, studente leghista

Perché mi vergogno dell’Unità d’Italia

Caro professor Galli della Loggia,

sono uno studente universita­rio di 24 anni con una certa pas­sione per la storia. Sono un leghista, ab­bastanza convinto. E lo confesso: se fac­cio un bilancio, certamente sommario, dall’Unità nazionale ad oggi, le cose per cui vergognarmi mi sembrano maggiori rispetto a quelle di cui essere fiero.

Penso al Risorgimento, alla massone­ria e al disegno di conquista dei Savoia, rifletto sul fatto che nel Mezzogiorno fu­rono inviate truppe per decenni per seda­re le rivolte e credo che queste cose abbia­no più il sapore della conquista che della liberazione. E penso, ancora, al referen­dum falsato per l’annessione del Veneto e al trasformismo delle elite politiche post-risorgimentali. E poi il fascismo, con la sua artificiosa ricostruzione di una romanità perduta e imposta a un popolo eterogeneo e diviso per 1500 anni che della «romanità classi­ca » conservava ben poco: la costruzione di una «religione politica» forzata al po­sto di una «religione civile» come invece avvenne in Francia con la Rivoluzione, che fu davvero l’evento fondante di un popolo. In Italia l’unica cosa «fondante» potrebbe essere stata la Resistenza: ma anche lì, a guardare bene, c’era una Linea gotica a dividere chi la guerra civile l’ave­va in casa da chi era già in qualche manie­ra libero.

E poi la Prima Repubblica, che si salva in dignità solo per pochi decenni, i pri­mi, e poi sprofonda nei buio degli anni di piombo con terrorismo di sinistra e stra­gi di destra (o di Stato?), nel clientelismo politico più sfrenato, nelle ruberie, nelle grandi abbuffate che ci hanno regalato uno dei debiti pubblici più grandi del mondo.

Quanto alla Seconda Repubblica, l’ab­biamo sotto agli occhi: la tendenza dei partiti a trasformarsi in «pigliatutto» multiformi e dai programmi elettorali quasi identici, con le uniche eccezioni di Di Pietro e della Lega. Il primo però è de­stinato a sparire con Berlusconi, che è la ragione del suo successo: quando svani­rà la causa, svanirà anche l’effetto. Anche la Lega dopo Bossi potrebbe sparire, ma almeno a sorreggerla ci sono un disegno, un’idea, per quanto contestabili.

Guardo allo Stato poi e alla mia vita di tutti i giorni e mi viene la depressione. Penso a mia mamma che lavora da quan­do aveva 14 anni ed è riuscita da sola a crearsi un’attività commerciale rispettabi­le e la vedo impazzire per arrivare a fine mese perché i governi se ne fregano della piccola-media impresa e preferiscono continuare a buttar via soldi nella grande industria. E poi magari arriva anche qual­che genio dell’ultima ora a dire che i com­mercianti son tutti evasori. Vedo i miei dissanguarsi per pagare tutto corretta­mente e poi mi ritrovo infrastrutture e servizi pubblici pietosi. Vedo che viene negata la pensione di invalidità a mia zia di 70 anni che ha avuto 25 operazioni e non cammina quasi più solo perché ha una casetta intestata. E poi leggo che nel Mezzogiorno le pensioni di invalidità so­no il 50% in più che al Nord. Come faccio a sentire vicino, ad amare, a far mio uno Stato che mi tratta come una mucca da mungere e in cambio mi dice di tacere?

Non ho paura degli immigrati, né so­no ostile a chi ha la pelle differente dalla mia. Mi preoccupo però di certe culture. Per esempio mi spaventano i disegni di organizzazioni come i Fratelli musulma­ni, ostili verso l’Occidente, e mi fan pau­ra le loro emanazioni europee. Non vo­glio barricarmi nel mio «piccolo mondo antico», ma ho realismo a sufficienza per pensare di non poter accogliere il mondo intero in Europa. La gente che entra va integrata, ma io credo che la possibilità di integrazione sia inversamente propor­zionale al numero delle persone che en­trano. Eppure, se dico queste cose, mi danno del «razzista». Non mi creano pro­blemi le altre etnie, mi crea problemi e fastidio invece chi le deve a tutti i costi mitizzare, mi irrita oltremodo un multi­culturalismo forzato e falsato. Mi spaven­tano l’esterofilia e la xenomania, secondo le quali tutto ciò che viene da fuori deve essere considerato acriticamente come positivo, «senza se e senza ma». In prati­ca ho paura che l’Italia di domani di italia­no non avrà più nulla e che il timore qua­si ossessivo di non offendere nessuno e di considerare ogni cultura sullo stesso piano, cancelli quel poco di memoria sto­rica che ancora abbiamo. Mi crea profon­do terrore la prospettiva che la nostra ci­viltà possa essere spazzata via come ac­cadde ai Romani: mi sembra quasi di es­sere alle porte di un nuovo Medioevo con tutte le incognite che questo può ce­lare. E ho paura, paura vera. Sono razzi­sta davvero oppure ho qualche ragione?

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Risposta di Galli Della Loggia:

No, non è la lettera di un razzista la lettera di questo studente — un bravo studente, si può immagina­re — che il Corriere ha deciso di pubblica­re per contribuire a far conoscere al Paese da quali sentimenti e di quali ragioni si fa forte l’opinione pubblica leghista così dif­fusa al Nord. Ha quasi sempre delle ragio­ni, infatti, anche chi non ha ragione: pure quando tali ragioni, com’è questo il caso, sono costruite su un ordito di vere e pro­prie manipolazioni storiche.

Quanto scrive Matteo Lazzaro dimo­stra innanzi tutto, infatti, il rapporto stret­tissimo che inevitabilmente esiste tra sto­ria e politica; e di conseguenza, ahimè, il disastro educativo prodotto negli ultimi decenni nelle nostre scuole da un lato da una sfilza di manuali di storia redatti al­l’insegna della più superficiale volontà di demistificazione, e dall’altro da una mas­sa d’insegnanti troppo pronti a sintoniz­zarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Gli uni e gli altri presumibilmente convinti di contribuire in questo modo alle fortu­ne del progressismo «democratico» anzi­ché, come invece è accaduto, a quelle di un autentico nichilismo storiografico di tutt’altro segno. Ecco infatti il risultato che si è fissato nella mente di molti italia­ni: una storia del nostro Paese inverosimi­le e grottesca, impregnata di negatività, violenza, imbrogli e sopraffazione. Una storia di cui «vergognarsi», come pensa e scrive per l’appunto Lazzaro, e che quindi può solo essere rifiutata in blocco: domi­nata dall’orco massone e da quello sabau­do, dalla strega della partitocrazia, dal bel­zebù del «clientelismo», sfociata in «uno dei debiti pubblici più alti del mondo». Nessuno sembra aver mai spiegato a que­sti nostri più o meno giovani concittadini che il Risorgimento volle anche dire la possibilità di parlare e di scrivere libera­mente, di fare un partito, un comizio e al­tre cosucce simili; o che ad esempio, nel tanto rimpianto Lombardo-Veneto di au­striaca felice memoria, esisteva una cosa come il processo «statario», in base al quale si era mandati a morte nel giro di 48 ore da una corte marziale senza neppu­re uno straccio di avvocato. Nessuno sem­bra avergli mai raccontato come 150 anni di storia italiana abbiano anche visto, ol­tre alle ben note turpitudini, un intero po­polo smettere di morire di fame, non abi­tare più in tuguri, non morire più come mosche e da miserabile che era comincia­re a godere di uno dei più alti redditi del pianeta. Così come nessuna scuola sem­bra aver mai illustrato ai tanti Matteo Laz­zaro quello che in 150 anni gli italiani han­no fatto dipingendo, progettando edifici e città, girando film, scrivendo libri: non conta nulla tutto ciò? E si troverà mai qualcuno infine, mi domando, capace di suggerirgli che la democrazia non piove dal cielo, che tra «uno dei debiti pubblici più alti del mondo» e l’ospedale gratuito sotto casa o l’Università dalle tasse presso­ché inesistenti qualche rapporto forse esi­ste? E che la storia, il potere, la società, sono faccende maledettamente complica­te che non sopportano il moralismo del tutto bianco e tutto nero, del mondo divi­so in buoni e cattivi?

È quando viene all’oggi, invece, che il nostro lettore ha ragione da vendere, e al­le sue ragioni non c’è proprio nulla da ag­giungere. C’è semmai da capirle e inter­pretarle. Il che tira in ballo la responsabili­tà per un verso della classe politico-intel­lettuale di questo Paese, per l’altro quella dei nostri concittadini del Mezzogiorno. Per ciò che riguarda la prima è necessario e urgente che quello strato di colti, di gior­nalisti di rango, di scrittori, di attori della scena pubblica, i quali tutti insieme con­tribuiscono alla costruzione del «discor­so » ufficiale del Paese, la smettano di as­sumere un costante atteggiamento di suf­ficienza, se non di disprezzo, verso ogni pulsione, paura o protesta che attraversa le viscere della società settentrionale (ma non solo! sempre più non solo!) taccian­dola subito come «razzista», «securita­ria », «egoista», «eversiva» o che altro. Pe­ricoli di questo tipo ci saranno pure, ma come questa lettera spiega benissimo si tratta di pulsioni e paure niente affatto pretestuose ma che hanno un senso vero, spesso un profondo buon senso, e dun­que chiedono risposte altrettanto vere, sia culturali che politiche: non anatemi che lasciano il tempo che trovano.

E infine i nostri concittadini del Mezzo­giorno: questi sbaglierebbero davvero se non avvertissero nelle parole del lettore leghista l’eco neppure troppo nascosta di una richiesta ultimativa che in realtà or­mai parte non solo da tutto il Nord ma an­che da tante altre parti del Paese. È la ri­chiesta che la società meridionale la smet­ta di prendere a pretesto il proprio disa­gio economico per scostarsi in ogni ambi­to — dalla legalità, alle prestazioni scola­stiche, a quelle sanitarie, all’urbanistica, alle pensioni — dagli standard di un pae­se civile, tra l’altro con costi sempre cre­scenti che vengono pagati dal resto della nazione. Il resto dell’Italia non è più dispo­sta a tollerarlo, e si aspetta che alla buo­n’ora anche i meridionali facciano lo stes­so

Ernesto Galli della Loggia

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Dico la mia in maniera molto soft... ho letto con attenzione la lettera del ragazzo e mi viene in mente una cosa...

Se la Lega avesse come veri leader gente come questa, al posto dei vari Bossi Borghezio Calderoli e compagnia bella... beh, farebbe sicuramente un balzo in avanti... le idee che porta avanti Matteo sono rispettabilissime, condivisibili o meno ognuno ha la sua opinione... certo è che se uno le presentasse cosi la gente rifletterebbe meglio piuttosto che uscire con frasi tipo:

L'inno non lo conosce nessuno, il va pensiero tutti... obbligo dei dialetti nelle scuole... la lega ce l'ha duro... e cose del genere...

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"Chiederò in sede europea che tutti gli stati membri tolgano il segreto apposto sugli avvistamenti Ufo, e mi adopererò affinché anche coloro che ci rappresentano al Consiglio d’Europa facciano la stessa cosa". Lo ha dichiarato Mario Borghezio su Radio Padania Libera, nel corso di una trasmissione dedicata ai rapporti tra "padanismo e vita extraterrestre".

L’europarlamentare leghista (che s’è detto sicuro "di una volontà politica tesa ad oscurare gli avvistamenti di dischi volanti", una congiura del silenzio che coinvolgerebbe "Stati Uniti, Russia, Nato e le nostre stesse autorità militari") ha anche annunciato la prossima costituzione, a Milano, di un gruppo di lavoro che lo supporti in questa nuova battaglia. "Tutti devono poter prendere visione di tali documenti, per poter arricchire la propria conoscenza universale, scientifica e politica", ha detto Borghezio.

La trasmissione rientra in un ciclo di appuntamenti radiofonici inaugurato agli inizi di agosto da Andrea Rognoni (conduttore che all’indomani del terremoto in Abruzzo seppe distinguersi interpretando quel dramma come presagio di un’imminente islamizzazione dell’Europa) e da Alfredo Lissoni, già volto di Telepadania.

Tra telefonate di sostenitori leghisti che abitualmente scorgono alieni prelevare campioni di flora nei boschi del torinese, e contributi di segretari delle sezioni locali del Carroccio (Ugo Palaoro, ex assessore alla cultura e segretario della Lega Nord di Stresa) appassionati al fenomeno dei cerchi nel grano ed impegnati in una personale lotta contro i mistificatori che attribuiscono i crop circle all’opera notturna di qualche buontempone, scopo di Rognoni e di Lissoni è quello di contrastare la disinformazione operata da divulgatori come Piero Angela e da accademici come Margherita Hack, personaggi che in nome dell’illuminismo arrivano a negare l’evidente ("Purtroppo questa è la cultura di sinistra: tutti i grossi scettici sono militanti di sinistra"). Più che alla Scienza ("troppo legata al Potere") occorre quindi rifarsi alla Tradizione -sollecitano i due conduttori- quella stessa tradizione "che testimonia di avvistamenti Ufo, in padania (l’area in cui si ha il più alto numero di ufologi), già a partire dal ‘500".

Qualche scettico, però, c’è pure tra i radioascolatori, e taluni telefonano in trasmissione per chiedere come mai gli alieni dovrebbero macinarsi tanti anni-luce di viaggio per poi, una volta arrivati qui, passare tutto il tempo a nascondersi. Ma coloro che hanno imparato a giostrarsi tra i tranelli del criticismo illuministico hanno pronta la replica: "Gli extraterrestri sanno che un loro atterraggio palese e pubblico sarebbe all’origine di una sicura crisi di panico, ecco perché ci inviano segnali gradatamente".

Replica che fa il paio con l’affermazione di un colonnello dell’aeronautica militare (ospite in studio) per il quale i governi occidentali "non vogliono dirci la verità poiché non possono fornire risposte che non siano destabilizzanti per la cultura e per l’assetto economico delle nostre società".

Gli attori di simile complotto oscurantista dovranno però ora vedersela con l’onorevole Borghezio. I fautori dell’amicizia universale non hanno tuttavia motivo di inquietarsi: mai un leghista chiederà il permesso di soggiorno ad un (altro) omino verde.

Daniele Sensi

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non volevo che la discussione vertesse sulla Lega. Mi sarebbe piaciuto un dibattito in generale sull'Unità dell'Italia, se la ritenete forzata dalla storia o meno.

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non volevo che la discussione vertesse sulla Lega. Mi sarebbe piaciuto un dibattito in generale sull'Unità dell'Italia, se la ritenete forzata dalla storia o meno.

Bell'argomento. Mi piacerebbe tenerci una conferenza.

Vogliamo parlare dello sbarco a Marsala con la nave che si incaglia nel porto, i prodi che scendono a terra con una scialuppa e trovano sul molo il console inglese che da loro il benvenuto?

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Credo che nel malcontento generale di questo ragazzo (come in molti altri italiani) non si rilevi come male assoluto l'unità d'Italia, il giovane passa da ragioni storiche alla difficoltà economica nel gestire un attività privata; molte esternazioni benchè fatte con garbo sono figlie dell'età dove il pensiero a volte esce più dalla pancia che dal cervello.

Il problema è la gestione Italia, Lunedì sera ero con Umberto Bossi (incontrato per caso in Trentino in un bar) ed abbiamo conversato per 10 minuti in particolare sulle Gabbie salariali, ebbene mi spiegava come la stampa abbia dato risalto (senza che Lui lo volesse) alla storiella dell'inno nazionale da cambiare per convogliare l'attenzione degli italiani su un tema inutile e creare imbarazzo intorno alla lega così da screditare l'intervento e la possibilità di dialogo su un problema più importante e sentito delle gabbie salariali (che molti in Italia non vogliono organizzazioni sindacali e sinistra in testa...).

L'Italia unità è una bella cosa ma ha tante ingiustizie, dalla questione meridonale alle Regioni Autonome le quali qualcuno mi deve spiegare che senso hanno di esitere ancora ? perchè non è solo il Sud che si mangia tanti nostri soldi ma anche costoro, che poi li usino magari meglio del meridione questo può essere...

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Mah ... io ho scritto un articolo per un giornale on line pubblicato proprio questa settimana .... :rolleyes: in cui, approfittando della discussione sull'insegnamento del dialetto nelle scuole, rifeltto sul significato di nazione e di Unità d'Italia. Probabilmente non ci si aspetta da un destroide (se così mi si può definire) argomentazioni del genere e io stesso mi sono stupito che un pubblico di lettori fondamentalmente di fascistoidi potesse essere d'accordo con le mie riflessioni.

Evidentemente il significato di Nazione, Patria, Italia e Unità non è così certo e assodato.

http://www.mirorenzaglia.org/?p=8882

Umberto Bossi. Dei dialetti e delle pene…

17th ago 2009

Alessandro Cappelletti

L’italia non esiste, per questo va evocata.

Graziano Cecchini

Selvaggia provincia, svegliati!

Il Selvaggio - 18/05/1926

(ANSA) - PONTE DI LEGNO (BRESCIA), 14 AGO - Il ministro delle Riforme, Umberto Bossi, da ieri sera in vacanza a Ponte di Legno, ha rilanciato l’idea di introdurre lo studio del dialetto a scuola e ha annunciato che inizierà a scrivere la legge. «Secondo me - ha spiegato - lo studio del dialetto deve essere obbligatorio.»

(ANSA) - BORGO SAN GIACOMO (BRESCIA), 10 AGO - «Quanto bisogna spendere per il 150/mo anniversario dell’unita’ d’Italia? Credo zero». Lo ha detto Umberto Bossi. Il ministro per le Riforme ha parlato ieri alla festa della Lega di Borgo San Giacomo. «Ho detto al Consiglio dei ministri - ha aggiunto - di dare i soldi alla gente, non per ricordare una cosa che poi e’ andata in senso opposto. Bisogna reagire contro la canaglia - ha aggiunto - che ci ha privato dei dialetti e dell’identita per trasformarci in schiavi.»

Alle uscite politicamente scorrette di Bossi ci siamo ormai quasi rassegnati. Con le sue dichiarazioni estive, che arrivano puntuali come il Ferragosto, ci colpisce sistematicamente allo stomaco, se non più in basso. Populismo e cialtroneria si confondono nell’esaltazione dei discorsi dal palco, eppure non bisognerebbe trascurare, bensì analizzare nel profondo certe esternazioni, se non altro per poterle confutare coscientemente o eventualmente capire se, dietro alla retorica del tribuno, si nascondano concetti che possano essere utili a sviluppare idee critiche positive.

«L’italia è solo un’espressione geografica e nun me fate incazzà» (Metternich feat, Antonio Pennacchi).

«L’Unità d’Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali. » (Giustino Fortunato, 2 settembre 1899, lettera a Pasquale Villari)

Il pensiero di Bossi, infatti, non appartiene solo alle rivendicazioni del secessionismo padanista, ma si può rinvenire in molte riflessioni fatte nei secoli passati. Anche il Conte di Cavour, come del resto i Savoia stessi, ritenevano che i confini dell’espansione piemontese avrebbero dovuto fermarsi all’annessione del lombardo-veneto e pure gli antichi romani si domandarono se la Sicilia potesse far parte dell’Italia in quanto fisicamente staccata dalla penisola, giungendo alla conclusione che la conquista della Trinacria fosse imprescindibile più per le necessità strategiche nella lotta per il dominio del Mediterraneo con i cartaginesi che altro. D’altro canto, da Machiavelli a Mazzini, esiste una vasta biblioteca di riflessioni che invece considerano l’Italia all’incirca come è oggi.

Raggiunta l’Unità, rimasero profonde divisioni e spaccature che ancora oggi ci trasciniamo dietro, con una forte differenziazione che non c’è solo tra le regioni settentrionali e quelle meridionali, ma spesso si riscontrano anche tra le diverse regioni, nelle province e pure tra comuni limitrofi: il “campanilismo” è infatti una peculiarità tutta italiana:

Tratto da wikipedia: “Una nazione (dal latino natio, in italiano “nascita”, derivato dal latino nasci, in italiano “nascere”) è un complesso di persone che, avendo in comune caratteristiche quali la storia, la lingua, il territorio, la cultura, l’etnia, la politica, si identificano in una comune identità a cui sentono di appartenere legati da un sentimento di solidarietà”

Stando a questa definizione, sufficientemente condivisibile per quanto generalista, gli italiani una “comune identità” ce l’hanno, come banalmente si usa dire, solo in occasione dei mondiali di calcio. L’ignoranza delle regole, l’assenza di senso civico, il menefreghismo sono caratteristiche che ci appartengono nel profondo. Siamo bravissimi a fotterci a vicenda, a fregare lo Stato e in questo ci sentiamo giustificati proprio a causa di quello Stato che a sua volta fa di tutto per complicarci la vita e mettercelo in quel posto ad ogni buona occasione, creando un perverso circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. E’ vero che il sentimento di collaborazione reciproca si manifesta ad ogni tragica occasione, lo abbiamo visto recentemente con il terremoto in Abruzzo di quali slanci siamo capaci, ma è anche vero che nella vita di tutti i giorni raramente riusciamo a dimenticare il nostro atavico individualismo. Per questo motivo, soprattutto, stentiamo a diventare Popolo e non riusciamo ad evolvere da un forma primitiva di aggregazione sociale e politica.

Esiste sì un apparato statale con la sua burocrazia, le istituzioni ed una propria liturgia celebrativa, ma ciò che può definirci Nazione è un concetto che appare lontano dal potersi compiere e che nella nostra storia si è manifestato solo in epoca fascista. Che piaccia o meno, fu infatti Mussolini l’unico statista capace di intendere l’Italia come Destino e di unire gli italiani su una base di Identità, dando a questi sciagurati una missione ed una prospettiva sociale, politica, spirituale ed economica, recuperando una Storia, una Cultura ed una Tradizione condivisi, concludendo e correggendo quel cammino che tra tentativi velleitari, errori di valutazione ed interessi particolaristici, aveva avuto principio nell’anno mille con l’elezione a Re d’Italia di Arduino da Pombia ed era finito malamente con l’unità del 1870 imposta forzosamente dai Savoia. Caduto il Duce, l’Italia fu poi inesorabilmente divisa tra le due internazionali: quella comunista e quella clerico-americana, così che il concetto di Nazione andò perdendosi tra gli sputi di Piazzale Loreto e gli strabismi dei leader politici di allora, con il risultato che dopo 150 anni, stiamo ancora aspettando che, fatta l’unità geo-politica, si compia anche quella sociale, culturale e spirituale.

«Le moderne nazioni europee sono l’eredità degli eroi eponimi dell’antichità, che dettero il nome e il volto ai nostri popoli lungo interi millenni.» (Luca Leonello Rimbotti - Cosmo “patriottismo” e nazionalismo di popolo, pubblicato su Il Fondo)

Possiamo forse identificarci in quest’altra definizione? Siamo quindi degni degli antichi eroi eponimi e del passato che costituiscono la Storia della nostra Terra? Siamo in grado di portare l’eredità di quegli uomini che sacrificarono la vita per l’Unità nazionale? Di fronte a questi interrogativi, ci si svela in tutta la sua gravità quanta strada debba essere ancora percorsa prima che si possa diventare Popolo e Nazione uniti da un unico destino. Non è un caso, difatti, che nel linguaggio comune, ci si riferisca all’Italia con il termine riduzionista di “Paese” o tutt’al più, nelle ricorrenze celebrative, con quello di “Patria”, ma solo per dare un tocco enfatico alla particolarità degli eventi: “Patria” altro non è che il vestito buono dei giorni di festa del nostro povero Paese e non possiamo che citare ancora Rimbotti quando in chiusura di articolo aggiunge: «Simboli di questa potenza rimangono muti quando, anziché un popolo, si hanno frattaglie di popolazione». Infatti: basti ricordare che la Vittoria, per quanto mutilata, nella Prima Guerra Mondiale non sia più Festa Nazionale a scapito di altre date storiche che ogni anno ci dividono in buoni e cattivi.

Purtroppo, dal secondo dopo-guerra in avanti, non s’è fatto altro che distruggere sistematicamente i miti fondatori della Nazione, creando una popolazione sradicata che non ha più un senso comune di appartenenza, ma spesso si identifica maggiormente con il territorio di origine, al quale siamo ancora profondamente legati. E’ forse un retaggio della secolare separazione in stati e staterelli che per secoli ha frammentato l’Italia o forse per la ricerca di un nucleo originario a cui riferirsi per non perdere del tutto le coordinate spazio-temporali che qualsiasi Comunità Sociale ha bisogno di avere.

Siamo tanti popoli, tante storie, tante tradizioni ed anche tanti dialetti diversi che rischiano però di estinguersi. Dio ci scampi dall’assistere alle fiction in bergamasco o in leccese come proposto dal Ministro Zaia, eppure è doveroso fare in modo che i dialetti non si perdano nell’oblio dell’indifferenziazione globalista perché sarebbe grave perdere un patrimonio di tradizioni, usi e costumi che si tramanda da generazioni attraverso questi antichi idiomi che ancora oggi si usano in tantissime zone d’Italia, sia rurali che cittadine, trasmettendo ai futuri un bagaglio culturale ricchissimo di storia e letteratura. Basti pensare per esempio alla lingua veneziana, al napoletano, al sardo oppure alle opere dei Goldoni, Belli, Totò, Trilussa per ricordarci quanto sia importante il dialetto.

I dialetti rappresentano non soltanto una lingua che proviene dal passato, ricca di espressioni che poi si sono riversate nella lingua italiana, ma sono anche un legame indissolubile che ci riporta ai nostri padri e ai padri dei nostri padri, una radice nel terreno che non dovremmo recidere. Per questo i dialetti dovrebbero far parte della nostra istruzione, per non dimenticare un patrimonio che ci rimanda alle origini delle nostre tradizioni. Qualcuno già ci sta provando:

Cimbro il primo dialetto in classe

(ANSA) - ASIAGO (VICENZA), 12 AGO - Potrebbe essere il cimbro il primo dialetto a essere insegnato ufficialmente in una scuola italiana. Gia’ dal prossimo imminente anno scolastico infatti l’antico idioma di origine tedesca dovrebbe diventare materia d’insegnamento nelle terze, quarte e quinte elementari di Asiago. Una decisione in tal senso e’ attesa dalla direzione scolastica del capoluogo dell’Altopiano dei Sette Comuni che sembrerebbe disposta ad accettare la proposta.

La storia della nostra povera, adorata Italia è ricca di stratificazioni: troviamo eredità degli antichi greci e dei romani, dei barbari invasori, degli arabi conquistatori, del cristianesimo. Ogni popolo, ogni Cultura che ha abitato la penisola, ha contaminato ed arricchito della propria conoscenza chi già vi risiedeva, creando un incrocio di razze e costumi particolari che però hanno conservato specificità non riscontrabili altrove. Oggi di quelle specificità restano, appunto, solo le forti differenziazioni territoriali. Dovremmo quindi partire proprio dal nostro Campanilismo storico, per cercare di trovare quegli elementi capaci di unire il nostro Popolo in Nazione.

Se la famiglia è considerata il primo nucleo sociale a cui si fa generalmente riferimento nella costruzione della Società Civile, le Province dovrebbero esserlo per l’aspetto politico. Abolire le Regioni per creare delle macro-aree nelle quali le Comunità possano riferirsi alla propria storia locale ed alla propria tradizione (in breve: al proprio Genius Loci), le quali siano poi unite ad uno Stato centrale capace di garantire gli interessi nazionali comuni. Potrebbe anche essere l’occasione per diventare meno individualisti e disinteressati nei confronti della “res publica”, la vera malattia che da sempre ci impedisce di crescere, responsabilizzando i cittadini verso le istituzioni, attraverso meccanismi come, per esempio, quello del Bilancio Sociale, ancora così troppo poco diffuso.

Oggi altro non siamo che un Paese, magari potessimo diventare almeno uno Strapaese!

Discussione nel forum:

http://mirorenzaglia.org/forum/index.php/i...hp?topic=3750.0

Posted (edited)

Dire che l'unita' d'Italia si origine di un moto spontaneo e di un afflato unificatore mi pare improponibile. Del resto mi pare che i moti spontanei tipicamente abbiano la forma di una rivoluzione per cacciare qualcuno tipo il re, non per abbracciarsi con altri popoli. Vediamo infatti con quanto entusiasmo i Cechi e gli Slovacchi si siano lasciati due secondi dopo la fine del comunismo, gli slavi pure e quelli che hanno cercato di unire lo hanno fatto con i kalashnikov e non con i fiori.

Tipicamente spontaneamente ci si divide, non ci si unisce.

Sara' perche' ognuno intimamente pensa di essere piu' intelligente dell'altro e vede nella separazione l'unica possibilita' di levarsi la palla al piede, io non lo so ma al massimo mi ricordo esempi di federazioni.

Direi che sia GDL che il ragazzo centrano dei punti, ma in sostanza Galli ha ragione quando dice che lo studente menziona solo gli aspetti negativi ed assume che, in assenza della tanto vituperata unita', tutto cio' di cui godiamo oggi nel bene sarebbe stato comunque guadagnato: non cosi' ovvio, comunque indimostrabile.

Oggi poi il dibattito non puo' che essere sulla gestione, appunto sulla Unita' d'Italia 2.0: su quali siano le forme amministrative piu' logiche per curare il marcio senza uccidere il paziente.

Io penso che l'unita' di Italia 2.0 passi necessariamente per una riforma dello Stato che ci dia qualcosa di cui essere fieri. Ad oggi siamo fieri solo dei nostri atleti ed e' per questo che ci uniamo a loro e per loro.

Io non sono tipo da Fez o da parate: ad oggi sono fiero del sistema sanitario italiano, ma non di come vengano sprecati i soldi in molti casi. Sono fiero della nostra cultura giuridica, ma non del sistema giudiziario che la amministra, sono fiero del fatto che in Italia ognuno abbia la possibilita' di studiare in istituti qualificati ma non della deriva che la pubblica istruzione ha preso.

Essere italiano oggi significa soprattutto avere un grande futuro alle nostre spalle, questo e' l'elefante in salotto che, presi come siamo a rubarci l'argenteria prima del naufragio, tutti fingiamo di non vedere.

Edited by Ponchiaz
Posted
...

Tipicamente spontaneamente ci si divide, non ci si unisce.

...

E' l'entropia cosmica che aumenta ... è inutile cercare di andare contro le leggi di natura :rolleyes:

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E' l'entropia cosmica che aumenta ... è inutile cercare di andare contro le leggi di natura :P

Zitto tu, che a furia di unirti hai pure fatto aumentare il numero dei disoccupati in Lombardia!

:rolleyes:

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Zitto tu, che a furia di unirti hai pure fatto aumentare il numero dei disoccupati in Lombardia!

:rolleyes:

Ancora per poco ... non è che posso mantenerlo fino a 5 anni ;-)

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