ROOSTERS99 Posted September 24, 2012 Author Posted September 24, 2012 Global warming in Iran ? Colpa dell' occidente che si fotte le nuvole !!! Abbattetelo, vi prego !!! Mahmoud Ahmadinejad accuses the West of destroying Iran's rain clouds Mahmoud Ahmadinejad has accused the West of deliberately destroying rain clouds headed for Iran in a concerted effort to plunge the country into a damaging drought. Mahmoud Ahmadinejad has accused the West of deliberately destroying rain clouds headed for Iran Photo: Reuters By Robert Tait 5:08PM BST 10 Sep 2012 The Iranian president made the assertions in a speech on Monday addressing the problems caused by low rainfall trends, which experts say is threatening Iran's agriculture. "Today our country is moving towards drought, which is partly unintentional due to industry and partly intentional, as a result of the enemy destroying the clouds moving towards our country and this is a war that Iran is going to overcome," Mr Ahmadinejad said in a speech in the Caspian Sea city of Gonbad-e Kavus to mark its registration as a Unesco World Heritage site. Although Iran is recognised as having one of the world's driest climates, the comments were the latest in a series of allegations by officials of a Western conspiracy to turn its water shortage into a major crisis. In July, Hassan Mousavi, head of Iran's cultural heritage organisation and one of Mr Ahmadinejad's vice-presidents, urged meteorological experts to investigate the possibility that the west was engineering a draught in southern Iran, traditionally one of the country's most parched regions. "I feel that the world arrogance and colonisation (Iranian official code language for the US and its allies) by using their technologies, are affecting the environmental situation in Iran," he said. Specialists have recently warned that low rainfall has reached "undesirable levels", producing officially-designated draught conditions in more than three-quarters of the country. Previously, Mr Ahmadinejad has accused European nations of deliberately emptying clouds to produce torrential storms in their own countries that would lead in turn to rain shortages in the Middle East. He said Iran would pursue the matter through international legal channels . Earlier this year, the Iranian leader accused Western states of creating the HIV to weaken the developing world and create a market for pharmaceuticals.
Ponchiaz Posted September 24, 2012 Posted September 24, 2012 Serve questa tecnologia al Franco Ossola domani sera.
ROOSTERS99 Posted October 12, 2012 Author Posted October 12, 2012 (edited) Effetti del Global Warming: Pienamente d’accordo a metà. by: Guido Guidi Una frase celebre rubata al forziere della cronaca calcistica, certamente spassosa ma anche densa di significato. Si è appena attenuata l’eco delle grida di dolore dei professionisti della catastrofe per le vicende estive del ghiaccio marino dell’emisfero nord. Siamo in effetti tutti provati, non so se riusciremo a recuperare per il prossimo disastro meteo-climatico. Proviamo a tirarci su con una notiziola che se non la vai a stanare come un’orso dalla Tana non c’è speranza di vederla girare sui media. Tantomeno in forma di sterile velina sulle pagine di chi la origina. Ecco qua, secondo il dataset della NOAA il ghiaccio marino antartico ha appena segnato un record di estensione da quando lo si misura con i satelliti. Esattamente il contrario di quanto avvenuto per il suo opposto boreale. Naturalmente, su un Pianeta che si scalda e si prepara ad arrostire, è naturale che un polo si sciolga e l’altro ghiacci. La logica CO2centrica con cui ci spiegano di che morte dovremo morire supporta efficacemente anche questo bizzarro comportamento polare. Del resto laggiù funziona tutto al contrario no? Una notizia né buona né cattiva, semplicemente una notizia. Che però capisco che possa essere difficile da vendere, perciò meglio tenerla in magazzino e aspettare l’estate australe, ci sta che quest’anno di ghiaccio marino antartico se ne sciolga un po’ di più e si possa tornare a parlarne. Edited October 12, 2012 by ROOSTERS99
EmaZ Posted October 16, 2012 Posted October 16, 2012 Una data funesta per me s'avvicina...nulla è come vederlo e viverlo sulla propria pelle...le immagini in tv appaiono sempre lontane e distaccate...nella speranza che ci sia una prevenzione migliore e un uso più corretto e meno "speculativo" del territorio
ROOSTERS99 Posted October 17, 2012 Author Posted October 17, 2012 Una data funesta per me s'avvicina...nulla è come vederlo e viverlo sulla propria pelle...le immagini in tv appaiono sempre lontane e distaccate...nella speranza che ci sia una prevenzione migliore e un uso più corretto e meno "speculativo" del territorio Intanto, complimenti vivissimi a loro ( e a chi , come te ha dato una mano...) per come si sono rimessi in piedi ; penso che la stagione estiva sia stata ok ....che dici Emaz ?
EmaZ Posted October 17, 2012 Posted October 17, 2012 Intanto, complimenti vivissimi a loro ( e a chi , come te ha dato una mano...) per come si sono rimessi in piedi ; penso che la stagione estiva sia stata ok ....che dici Emaz ? Si ma c'è tanto troppo da fare ancora...soprattutto sui monti in zona parco....e dopo lo scandalo beh già prima la situazione era immobile figuriamoci ora che l'ente parco è comissariato
EmaZ Posted October 25, 2012 Posted October 25, 2012 25-10-2011 25-10-2012 Più forti del fango! un pensiero a chi ha sacrifcato la propria vita per salvarne altre..Ciao Sandro e a tutte le vittime dell'alluvione!
ROOSTERS99 Posted October 25, 2012 Author Posted October 25, 2012 25-10-2011 25-10-2012 Più forti del fango! un pensiero a chi ha sacrifcato la propria vita per salvarne altre..Ciao Sandro e a tutte le vittime dell'alluvione! Mi associo Emaz ! E forza col lavoro in quelle terre tanto aspre e spettacolari affacciate sul mar ligure.
ROOSTERS99 Posted December 5, 2012 Author Posted December 5, 2012 (edited) 4 dicembre 2012 - ore 06:59 La “sciabolata artica”, cioè l’inverno Dopo “Medusa”, nuovi luoghi comuni spacciati per cose nuove Il titolo di giornale, come la chiacchiera da bar, ha sempre bisogno di qualcosa di apparentemente nuovo su cui esercitarsi. Ma se è vero che nulla è più inedito dell’edito, quando si parla di meteo chi fa informazione tocca vette sublimi, particolarmente apprezzabili in questi giorni. Il trucco è farci credere sempre che “non si era mai vista una cosa del genere”: pioggia, caldo, freddo, eventi estremi come una tromba d’aria (fenomeno purtroppo molto conosciuto in Italia, e non soltanto negli ultimi anni) tutto è nuovo, spaventoso, imprevedibile e imprevisto. Questo esercizio pavloviano si nutre principalmente di gustosi neologismi, pensati anch’essi per spaventare e far parlare di sé. Succede che qualche mese fa un sito internet di previsioni meteorologiche si mette a dare nomi fantasiosi a fenomeni comuni e già noti come l’arrivo del caldo in estate o delle piogge in autunno: siti, giornali e tv ci si buttano, e per settimane non sentiamo più parlare di sole a Ferragosto o nuvole a fine ottobre, ma di “Caronte”, “Beatrice”, “Lucifero”, “Medusa” e via dicendo. La moda prende piede, e persino le precipitazioni autunnali – roba comune da qualche millennio, da queste parti – diventano “bombe d’acqua”. Non c’è più nulla di scientifico, una normale pioggia su Firenze (50 mm in un giorno a novembre sono nella media) è subito emergenza mediatica, e tanti saluti alla realtà. L’isteria meteorologica in voga dà la colpa al clima impazzito per tutto, e dimentica le carenze infrastrutturali e la cattiva gestione del territorio, vere cause dei disagi e disastri. Ora arriva “Attila” con la sua “sciabolata artica”. Pensare che una volta si chiamava inverno. Piero Vietti © - FOGLIO QUOTIDIANO _________________ Mi piacerebbe conoscere personalmente il "genio" che si inventa questa cagata dei nomi !! E prendere a legnate quelli che poi li diffondono. :doh[1]: :thumbdown[1]: Edited December 5, 2012 by ROOSTERS99
Silver Surfer Posted December 17, 2012 Posted December 17, 2012 Il riferimento ai giornalisti coraggiosi allude alla reazione contro due giornalisti del quotidiano tedesco Zeit, Anita Blasberg e Kerstin Kohlenberg, che hanno recentemente (23/11) pubblicato un articolo (“Die Klimatekrieger”) che racconta i retroscena del lavoro fatto negli USA delle lobbies finanziate da chi aveva interesse a non modificare il peso dei fattori che stavano forse stimolando modificazioni del clima che rischiano in breve tempo di alterare l’ambiente in cui siamo abituati a vivere. Il sito ambientalista italiano diGreenReport cita ad esempio l’Heartland Institute, per fare il nome di qualcuno di cui all'inizio dell'anno si erano svelati documenti compromettenti e che organizza conferenze sul clima ben sponsorizzate, o l'Exxon Mobil che ancora finanzia ecoscettici, o la General Motors che dal 2012 è invece pentita e non li finanzia più) L’articolo dello Zeit si può leggere anche in italiano, essendo stato tradotto per l’ultimo numero di Internazionale (“Un clima sospetto” [La grande industria paga esperti di comunicazione e scienziati per convincere l’opinione pubblica che il cambiamento climatico non esiste. Invece è più grave che mai]). L’indagine dei due giornalisti sembra non sia stata presa molto bene né negliambienti scettici USA, né negli ambienti scettici tedeschi, e lo si può verificare; i loro contestatori non hanno apprezzato che si presentassero dei climatologi che studiano e si [pre]occupano del clima come persone positive e tranquille, mentre si dipingeva invece negativamente chi difende gli interessi delle multinazionali USA dell’energia, oggi a rischio, visto che nel 2006 si era raggiunto il livello massimo di estrazione del petrolio e quindi giustamente preoccupate che l’economia USA e il mondo occidentale stesso potessero crollare se non riescono a mantenere o aumentare il loro ruolo nel mondo. Anche per questo nei siti di chi nega il riscaldamento globale o la responsabilità dell'uomo, è facile trovare riportati gli indirizzi mail di questi giornalisti dello Zeit. L'occasione che ha stimolato l'interesse dello Zeit è stata l'organizzazione a Monaco della 8' Conference dell'Heartland Institute on Climate Change a fine novembre 2012. Oltre che del clima, l'Heartland si occupa da tempo anche dei diritti dei fumatori. http://www.zeit.de/2012/48/Klimawandel-Marc-Morano-Lobby-Klimaskeptiker/komplettansicht
ROOSTERS99 Posted April 11, 2013 Author Posted April 11, 2013 ma come ....non si scalda più ??? .http://www.executivefocus.com/news/science-and-technology/21574461-climate-may-be-heating-up-less-response-greenhouse-gas-emissions
corny Posted April 24, 2013 Posted April 24, 2013 Interessante http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2013-04-23/parabola-fotovoltaica-concentra-energia-113022.shtml?uuid=AbBpQmpH
ROOSTERS99 Posted May 24, 2013 Author Posted May 24, 2013 Varese, 24 Maggio 2013 , temperature rilevate ai Giardini Estensi : ore 10.30 10.1° ore 3.50 7.8° forza col riscaldamento globale !! eccheccazzo !!
ROOSTERS99 Posted September 15, 2014 Author Posted September 15, 2014 Di apocalisse in apocalisse Tornano gli allarmi catastrofisti su clima e sovrappopolazione. Eppure la realtà dice altro di Piero Vietti | 14 Settembre 2014 ore 06:30 foto AP “Esistono cinque categorie di bugie; la bugia semplice, le previsioni del tempo, la statistica, la bugia diplomatica e il comunicato ufficiale” George Bernard Shaw C’è qualcosa che non torna. Il 24 settembre del 2007, il segretario generale della Nazioni Unite Ban Ki-moon radunava a New York 80 rappresentanti di diversi paesi da tutto il mondo e spiegava loro in breve che “ormai sappiamo abbastanza per potere agire. Se non agiamo adesso, le conseguenze dei cambiamenti climatici saranno devastanti”. Erano i mesi in cui Al Gore vinceva il premio Nobel per la Pace grazie al suo impegno nella battaglia contro il riscaldamento globale e a un film sulle conseguenze e le cause dei cambiamenti climatici che pochi anni dopo sarebbe stato vietato nelle scuole inglesi per il tasso troppo alto di imprecisioni scientifiche. Anche l’ex vicepresidente americano era solito usare le stesse parole di Ban Ki-moon: “Act now”, agiamo adesso. O sarà troppo tardi. L’uomo, il grande colpevole dell’innalzamento delle temperature globali (giravano certi grafici, allora, che solo a vederli si cominciava a sudare) doveva immediatamente fare qualcosa per impedire al mondo di bruciare. Quello slogan, “Act now”, divenne così la parola d’ordine di una generazione: canzoni, film, libri e manifestazioni scandivano quelle due parole come se davvero non ci fosse più tempo da perdere. Non era la prima volta che si usava, ma il 2007 fu l’anno di massimo spolvero per il movimento volgarmente detto catastrofista, per quella corrente di pensiero cioè che pensa che l’uomo, producendo più emissioni di CO2 rispetto al passato, stia danneggiando irrimediabilmente l’atmosfera terrestre, influenzandone il clima. Non erano discorsi nuovi, ma fino ad allora avevano trovato poco spazio sui media. “Effetto serra” faceva un po’ troppo anni Novanta, serviva qualcosa di più chiaro e spaventoso. Il “global warming” era perfetto, anche perché si applicava benissimo a qualsiasi evento naturale di buon impatto mediatico: si stacca, come normale nei mesi estivi, un iceberg dall’Antartide? E’ il global warming. Crolla un pezzo di Dolomiti (cosa ancora più normale, se così non fosse non sarebbero la meraviglia di montagne che sono)? E’ colpa del global warming. Fa caldo ad agosto? E’ il global warming. Non nevica come una volta? E’ colpa del global warming. Non ci sono più le mezze stagioni? Sempre global warming è. Effettivamente in quegli anni la media globale delle temperature stava aumentando anno dopo anno, ma il fatto che appena trent’anni prima le temperature in ribasso avessero fatto gridare molti all’imminente arrivo di una piccola èra glaciale non servì da lezione. L’opinione pubblica venne convinta che il riscaldamento globale non si sarebbe più arrestato, e che se non avessimo smesso subito di produrre CO2 in eccesso saremmo morti a causa degli sconvolgimenti climatici da noi stessi generati nel giro di pochi decenni. Campagne educative nelle scuole, martellamento mediatico e disprezzo per chi opponeva dubbi scientificamente fondati trasformarono la battaglia al global warming in religione (molti avevano finalmente uno scopo buono nella vita, da raggiungere attraverso riti di purificazione e gesti salvifici insegnati dai nuovi sacerdoti di Papa Gore) e l’Act now divenne preghiera quotidiana. Spegnere la luce uscendo da una stanza, non tirare lo sciacquone dopo avere orinato e far bollire le verdure nella stessa acqua in cui si era fatto il bagno diventarono stile di vita politicamente corretto che faceva sentire a posto con la propria coscienza. Restavano da convincere politici e governi, ma nella testa di Al Gore e delle Nazioni Unite, quello sarebbe venuto da sé: il cuore della gente era stato conquistato grazie agli scienziati, con un giochino che nessuno sarebbe andato a verificare. Si cominciò a dire (e ancora oggi si ripete) che il 97 per cento degli esperti di clima del mondo era convinto che il global warming avesse origini antropiche (fosse cioè causato dalle attività umane) e per farlo l’Onu istituì una commissione di esperti (pochi scienziati, diversi meteorologi, molti politici) pagata per dimostrare che il clima stava cambiando per colpa nostra, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, quell’Ipcc che nel 2007 si divise il Nobel per la pace con Al Gore. Il quale Al Gore intanto viveva in una casa che da sola consumava più energia di un’intera cittadina e volava in giro per il mondo con aerei che producevano molta CO2 per mettere in guardia donne, uomini e bambini. Politici e governanti si riempivano anche loro la bocca di “act now”, alzavano un po’ le tasse ai propri cittadini spiegando loro che lo facevano per incentivare le energie rinnovabili, ma poi non si mettevano d’accordo tra di loro per il famoso taglio alle emissioni che quel 24 settembre del 2007 Ban Ki-moon (da poco segretario generale) chiedeva come immediatamente necessario. I summit decisivi per salvare il clima si susseguivano senza posa come le stagioni (di una volta, certo), e ogni volta quel “act now” risuonava nelle parole degli organizzatori, degli ambientalisti accampati fuori dai palazzi in cui si tenevano gli incontri e nei giornali che ne raccontavano supinamente gli esiti. “Non c’è più tempo, bisogna agire subito”, è stato lo stucchevole leitmotiv di Bali 2007, Poznan 2008, Copenaghen 2009, Cancun 2010, Durban 2011, Doha 2012 e Varsavia 2013. C’è qualcosa che non torna, però. In quel settembre del 2007 l’obiettivo dichiarato di Ban ki-moon era raggiungere un accordo su un nuovo trattato prima che scadesse il protocollo di Kyoto nel 2012. Quando, cinque anni dopo, il protocollo di Kyoto arrivò a fine corsa, nessun paese lo aveva rispettato. Tutti avevano sforato i limiti di CO2 prodotta e dato il via negli anni a un mercato di compravendita di quote di emissioni tra paesi ricchi e paesi poveri. Fallito il raggiungimento di quell’obiettivo, ora le Nazioni unite di Ban ki-moon puntano a riuscire a trovare un accordo sulle emissioni al summit di Parigi del 2015, in modo da far entrare in vigore un nuovo accordo in stile Kyoto dal 2020. Cioè tredici anni dopo quel “act now” che aveva aperto gli occhi al mondo. Martedì scorso, l’Organizzazione mondiale della meteorologia (Wmo) ha presentato alle Nazioni Unite il consueto rapporto annuale sui gas a effetto serra. Lo scenario, a sentire gli esperti dell’agenzia meteorologica dell’Onu, è drammatico. Il 2013 è l’anno dei record: mai così tanta CO2 nell’atmosfera (396 parti per milione). Tanto per cambiare, l’avvertimento è “sta scadendo il tempo”, con la solita rassicurazione: “Il mondo ha gli strumenti per mantenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi Celsius – ha detto Michel Jarraud, segretario generale del Wmo – come stabilito dalle Nazioni Unite nel 2010. C’è ancora una possibilità per il nostro pianeta e un futuro per i nostri figli e nipoti”. A patto che si agisca adesso. Un adesso sempre più relativo, a ben vedere, poiché è lo stesso “adesso” di cui Ban ki-moon parlava sette anni fa, lo stesso del film di Al Gore, dei titoli dei giornali, delle interviste degli esperti da almeno dieci anni a questa parte, lo stesso “adesso” che nel 1989 faceva dire al Worldwatch Institute che “ci restano solo dieci anni per salvare la Terra”. Forse siamo già morti e non ce ne siamo accorti, di sicuro all’Onu hanno un’idea di adesso un tantino dilatata. Incuranti di tutto ciò, al Palazzo di vetro continuano – Cassandre inascoltate – a lanciare il loro avvertimento, facendolo ripetere ogni volta da un’agenzia diversa, ma sempre controllata dalle Nazioni unite. Lo schema è rodato: prima qualche esperto dell’Onu dice che la situazione sta peggiorando, poi si scatenano i guru. Vandana Shiva, militante anti Ogm al centro di una polemica sulla sua partecipazione a Expo 2015, ha detto che l’uomo è colpevole delle alluvioni in Kashmir e che dobbiamo “agire subito per prevenire simili disastri”. Tra dieci giorni, il 23 settembre, l’Onu organizza l’ennesima kermesse sul clima, con l’obiettivo di preparare la preparazione a qualche incontro preparatorio del summit di Parigi del 2015 nel quale si preparerà la politica sulle emissioni da mettere in pratica nel 2020. Alcuni paesi come la Cina, l’India e la Germania hanno già fatto sapere di avere impegni più importanti quel giorno, ma siamo sicuri che Ban ki-moon non si lascerà sfuggire l’occasione per ricordare al mondo intero che ci è rimasto poco tempo e che dobbiamo agire adesso. E’ interessante vedere chi è che si occupa della campagna mediatica in vista dell’incontro: quella stessa l’Organizzazione mondiale della meteorologia che in teoria dovrebbe limitarsi a studiare e presentare i dati delle proprie ricerche. Invece da qualche giorno ha lanciato sul suo canale YouTube una serie di quindici video in cui alcuni volti noti del meteo in tv fingono di essere nel 2050 e fare le previsioni del tempo: temperature altissime, uragani, cicloni pomeridiani e piogge improvvise vengono raccontate ai telespettatori con la faccia e la voce di chi è ormai abituato a convivere con questi eventi atmosferici. I video naturalmente finiscono con un appello di Ban ki-moon ad agire subito contro i cambiamenti climatici. Anche stavolta però c’è qualcosa che non torna. Da almeno quindici anni, infatti, le temperature globali hanno smesso di aumentare. Eppure l’uomo non ha smesso di immettere CO2 nell’atmosfera (CO2 che, va ricordato per inciso, non è un gas inquinante, ma l’elemento che permette alle piante di fare la fotosintesi clorofilliana e di conseguenza produrre ossigeno). Gli stessi esperti delle Nazioni Unite lo hanno ammesso nell’ultimo report pubblicato qualche mese fa. La realtà non segue i modelli computerizzati che avevano fatto giurare ad Al Gore e a parecchi scienziati in tutto il mondo che di questo passo le temperature avrebbero continuato a salire. Invece è tutto fermo. Da un po’. Sembrerebbe dunque che, commentava il Wall Street Journal qualche giorno fa citando alcune recenti ricerche scientifiche, il riscaldamento globale causato dall’uomo sia così lento e provvisorio che una qualsiasi variazione naturale delle temperature lo possa annullare. In tal senso è interessante l’evoluzione semantica dell’allarme: dopo lo scandalo del Climategate, quando cioè migliaia di email di scienziati che in privato ammettevano di truccare certi dati per far sembrare il riscaldamento più rapido vennero pubblicate da un hacker su internet, il termine global warming è stato rapidamente sostituito da climate change, cambiamenti climatici. Estate molto calda? Segno dei cambiamenti climatici. Estate fresca? Segno dei cambiamenti climatici. Non nevica in inverno? E’ il climate change. Nevica troppo? E’ il climate change. L’allarme si è così spostato poco per volta dalle temperature ai cosiddetti fenomeni estremi che secondo molti esperti sarebbero in aumento. Aspettatevi un futuro in cui uragani, cicloni tropicali e alluvioni saranno la norma, dicono. I parametri per calcolare la potenza di una tromba d’aria sono improvvisamente diventati i danni che causa, e non la sua potenza. In questo modo si ha gioco facile, poiché rispetto al passato quasi tutte le zone in cui passano uragani et similia sono molto più popolate e urbanizzate, e si possa così dire che nessun uragano aveva mai provocato così tanti danni. Peccato che anche in questo caso qualcosa non torni. Non esiste statistica globale sull’effettivo aumento del numero e della potenza di eventi meteorologici estremi, e la stessa Ipcc, nel suo ultimo report, ha ammesso che comunque è azzardato collegare tali fenomeni alle attività umane e all’aumento delle emissioni. “Hey, dove sono tutti gli uragani?”, si chiedeva un editoriale di Slate qualche giorno fa. Già, perché siamo in piena stagione, ma finora si è fista poca roba. Addirittura, lo scorso primo settembre non si è registrato un solo ciclone in tutto il mondo, cosa che non succedeva – ha fatto sapere il Met Office britannico – da almeno settant’anni. Fa sorridere – se non facesse incazzare – pensare che esperti mondiali e capi di stato che si raduneranno a New York il prossimo 23 settembre sostengano seriamente che tagliare le emissioni di CO2 farebbe tornare le temperature globali ai livelli di inizio Novecento. E’ un atteggiamento ideologico che non tiene conto della realtà, e di come il sistema clima sia questione troppo complessa per pensare di regolarla come un termostato. Un esempio? Mentre i ghiacci del Polo sud sono in costante crescita già da qualche stagione (“E’ colpa del global warming”, assicurano gli esperti) quest’estate la sorpresa l’ha fatta il ghiaccio al Polo nord, che ha avuto un’estensione minima superiore di due milioni di km quadrati rispetto al 2012, e leggermente superiore a quella dell’anno scorso. Siamo ancora sotto la media degli ultimi trent’anni, ma di questo passo è difficile che l’anno prossimo l’Artico sia completamente libero dai ghiacci ad agosto, come previsto da alcuni illuminati qualche anno fa. “The climate change agenda needs to adapt to reality”, chiedeva dieci giorni fa sul Wall Street Journal Edward P. Lazear, già presidente del gruppo dei consiglieri economici di Obama, ex capo della commissione della Casa Bianca sull’economia dei cambiamenti climatici e professore a Stanford. Lazear partiva da un’osservazione tanto elementare quanto corretta: se anche gli Stati Uniti riducessero a zero le emissioni che derivano dai trasporti nel giro dei prossimi quattro anni (per fare un esempio tanto auspicabile quanto improbabile) le emissioni globali continuerebbero comunque ad aumentare per “colpa” dei paesi in via di sviluppo. Il carbone costa poco, sarebbe assurdo pensare che paesi come India e Cina si mettessero a utilizzare solo energie rinnovabili per continuare a crescere. La soluzione? Adattarsi, dice Lazear. Come l’uomo ha sempre fatto nella sua storia. Spendere energie e forze per essere in grado di vivere anche con mezzo grado in più tra cento anni. Sempre che le temperature prima o poi ricomincino ad aumentare. Ma se non si riescono a ridurre le emissioni si può sempre provare a ridurre il numero della popolazione mondiale. E’ la tesi, bollita ma sempre nuova, che Alan Weisman sostiene nelle oltre 500 pagine del suo ultimo libro, da poco tradotto in Italia da Einaudi, “Conto alla rovescia”. “Se non prendiamo il controllo – scrive Weisman – e non caliamo di numero, senza brutalità, reclutando pochi nuovi membri della nostra razza affinché un giorno ci sostituiscano, sarà la natura a darci una bella pila di lettere di licenziamento”. Il reporter americano ha girato tutto il mondo e racconta con furbizia casi limite di sovrappopolazione come quello della Striscia di Gaza o il caso del Messico per intonare un inno alla pillola, al preservativo e alla pianificazione famigliare, per elogiare il Giappone che ha smesso di mettere al mondo bambini ma finalmente può permettersi di liberare le cigogne nelle risaie e far mangiare un po’ di chicchi anche alle cavallette. Il discorso di Weisman pesca direttamente in Malthus, e arriva a dire che se la popolazione mondiale continuerà a crescere al ritmo di un milione di persone ogni quattro giorni la vita sul nostro pianeta non potrà resistere a lungo: l’uomo non avrà abbastanza risorse per nutrirsi, e la sua presenza in sovrannumero danneggerà ecosistemi e atmosfera. Ecco perché è un imperativo smettere di fare troppi figli e portare la popolazione mondiale a 1,6 miliardi di persone. Weisman dimentica volutamente le implicazioni economiche che questo progetto al limite del totalitarismo avrebbe – una popolazione sempre più vecchia non più supportata da un numero sufficiente di giovani – e cerca di convincere i lettori che la riduzione della popolazione sarebbe auspicabile perché “ognuno di noi ricorda un mondo migliore. Meno affollato. Più bello. Dove ci si sentiva più liberi”. In pratica Weisman vuole che smettiamo di riprodurci perché quando torna a casa dai parenti vede sempre più costruzioni là dove un tempo c’era l’erba e lui correva felice. E lo fa spaventandoci con dati facilmente smentibili. Nel suo “What to expect when no one’s expecting”, Jonathan Last spiega chiaramente che non esiste nessuno studio sensato sulla reale capacità del pianeta di reggere un certo numero di abitanti. L’unica certezza che abbiamo, dice Last, è che carestia delle nascite e invecchiamento della popolazione stanno minacciando la crescita economica in tutto il mondo. Anni di bombardamento mediatico ed educativo sui pericoli della sovrappopolazione sommati alla colpevolizzazione della stessa esistenza umana la quale starebbe danneggiando irreparabilmente il pianeta, hanno cresciuto generazioni ciniche. La storia dell’umanità insegna che l’uomo ha saputo superare i suoi limiti completamente, trovando risorse fino a poco prima impensabili. L’età della pietra non è finita perché non si trovavano più pietre in giro, ma perché l’uomo trovò nuove risorse e inventò nuovi strumenti. Però discorsi del genere non sono ben accetti da chi mena le danze del pensiero unico su clima e ambiente. Dopo 36 anni di militanza (lo raccontava qualche giorno fa il Corriere della Sera), l’associazione italiana Amici della Terra verrà espulsa a inizio ottobre dalla federazione internazionale Friends of the Earth. Accusati di tenere un atteggiamento poco radicale nei confronti delle grandi battaglie sui cambiamenti climatici, gli Amici della Terra hanno ribattuto accusando il movimento internazionale di essere un produttore di carriere ambientaliste in cui si fa strada seguendo il “pensiero unico e il conformismo”. Ma va? © FOGLIO QUOTIDIANO
ROOSTERS99 Posted November 7, 2014 Author Posted November 7, 2014 Scusi, è questa la bomba d’acqua? Cronaca marziana di una Capitale desertificata (preventivamente) dalle paure del sindaco e del prefetto, angosciata dal meteo e ancora in attesa del peggio in arrivo (se arriva). Sempre meglio che lavorare di Marianna Rizzini | 07 Novembre 2014 ore 06:00 Maltempo a Roma (foto LaPresse) Roma. La giornata vissuta in attesa del peggio che tarda ad arrivare (ieri, a Roma, climaticamente parlando) comincia con la sensazione che quel peggio in qualche modo sfugga: sarà questa la “bomba d’acqua” di cui si parla, e per cui sono state chiuse le scuole?, si domandavano ieri mattina i cittadini che vedevano il cielo rabbuiarsi nella cappa di nuvoloni neri, e poi le gocce d’acqua fitte fitte, come in un tipico acquazzone di novembre (è novembre), con le pozzanghere da aggirare in galosce e l’acqua che sull’asfalto forma bolle e torrentelli. Sarà normale o è la “bomba d’acqua”?, era il dubbio che sorgeva, e non c’era verso di scioglierlo, ché appena il cielo diventava meno scuro, a metà mattina, subito i siti web spostavano più in là nello spazio e nel tempo – a Ostia e alle quattro di pomeriggio, anzi alle sei, anzi a mezzanotte – quell’imprendibile “allerta meteo” che dal giorno precedente confondeva gli ansiosi: “Arriverà nel pomeriggio”, si leggeva a mezzogiorno su Twitter. “L’emergenza è passata”, si leggeva alla stessa ora su Facebook. “E’ nubifragio” ma “non ancora diluvio”, era la sentenza dei siti web dei principali quotidiani (intanto la Polizia municipale twittava il problema e pure l’avvenuta soluzione: chiusa la fermata-metro di Porta Furba; riaperta la fermata di Porta Furba; chiuso il sottopasso tiburtino; riaperto il sottopasso tiburtino). “Forse domani prorogheremo le misure precauzionali”, diceva dopo pranzo il sindaco Ignazio Marino, non da Roma ma da Milano (ma se io sono qui vuol dire che a Roma siamo una grande squadra, twittava a un certo punto da una riunione Anci sotto la Madunina). “Domani scuole di nuovo aperte”, lo smentiva involontariamente la prefettura, e tutto si teneva, nella rappresentazione preventiva della catastrofe annunciata e del suo graduale scioglimento. “Uscite di casa solo se necessario, prendete la macchina solo per andare al lavoro”, avevano detto sindaco e prefetto il giorno precedente. E l’effetto, quello sì, era stato stupefacente, al mattino: strade vuote, piazze spettrali, un temporale alle otto e mezzo, poi la beffa: “Ma è quasi una schiarita!”, dicevano increduli i romani di fronte al cielo non più così fosco, togliendosi gli impermeabili con cui erano arrivati timorosi e in fretta nei loro uffici, dopo aver piazzato i figli tenuti a casa da scuola (per pioggia e per volere del sindaco) presso nonni o baby sitter a loro volta angosciati all’idea di prendere l’autobus (“c’è l’allerta meteo”). “Ma sarà prudente andare a un appuntamento a Prati?”, era il messaggio whatsapp che correva da un cellulare all’altro alle 6,50 del mattino, sulle chat delle mamme dei compagni d’asilo, tam-tam animale nella giungla. La “bomba d’acqua” era diventata reale senza bisogno di cadere. Tanto che, dopo un primo forte scroscio senza cataclisma (“allagamenti a Roma sud”), qualcuno, pur sollevato, pareva quasi deluso: ma allora non era “la bomba”.E’ questione di lessico, prima di tutto: “bomba d’acqua” invece di “nubifragio”, “allerta meteo” invece di “pioggia forte in arrivo”. E’ ansia da attesa del Giudizio (abbiamo inquinato troppo, è l’immancabile senso di colpa instillato dai catastrofisti ecologici nascosti tra gli amici di social network). E’ l’Apocalissi immaginata (un panorama da “La strada” di Cormac McCarthy appariva ieri sotto la finestra all’alba, ma era solo una Roma senza traffico, forse). Apocalissi temibile, sì, ma poi non immediatamente riconoscibile: alle quattro il nuvolone nero tornava, con la grandine vera (foto sui social) e dieci minuti di pioggia anche violenta, anche sbieca: “Colosseo allagato”, “disagi” a Fiumicino, Casilina “in tilt”, Ostia con pioggia a catinelle buttata in aria dal vento, ma che fosse “bomba d’acqua” oppure no, vallo a capire, pensavano i cittadini, autosuggestionati ma memori di altri nubifragi autunnali così simili alla presunta “bomba”. Sul sito dell’aeronautica militare (www.meteoam.it), quello che, tra gli altri, viene letto dalla Protezione civile, nel tardo pomeriggio si leggeva: “Persistono per le prossime 12-18 ore precipitazioni temporalesche intense su Lazio e Campania…”. Quale rischio vederci, quale non vederci?Paralizzare tutto per paura che qualcosa di brutto accada, ed essere criticato per “eccessivo allarme”, oppure non paralizzare ed essere criticati per “mancato allarme”? Dilemma di ogni sindaco, chissà (Gianni Alemanno si faceva vedere a spalare neve, dopo aver irriso le previsioni, Marino non vuole essere accusato d’ignavia). E’ l’insopportabilità dell’incertezza in un mondo dove il principio di precauzione viene applicato per paura (o convenienza) a quasi tutto. Intanto il Codacons fa i conti in tasca all’allerta romana: scuole chiuse, gente a casa, “cinque milioni di danni da mancata produttività”. E dal web si leva il coro: Marino, pulisci i tombini!. A New York, tre anni fa, ai tempi dell’uragano “Irene” (presunto uragano spazza-tutto) la città era stata immobilizzata e mezza evacuata a monte dal sindaco Bloomberg. “Il principio di precauzione fa vivere meglio o peggio?”, si era domandato allora Carlo Stagnaro (Istituto Bruno Leoni) su questo giornale, paragonando il caso New York a quello del “no preventivo” al Ddt e agli Ogm e alla lotta allarmistica, ma non sempre “scientifica”, al “degrado ambientale”. E aveva citato le parole dello scienziato sociale Aaron Wildavsky: l’abolizione del rischio demolisce il processo di creazione della conoscenza.
Ponchiaz Posted November 7, 2014 Posted November 7, 2014 Beh però. Un ente preposto emette un allarme codificato, a fronte del quale devono scattare delle norme codificate, limitando la discrezionalità dei sindaci a ZERO. Tutto il resto sono chiacchiere inutili di chi non ha mai dovuto gestire un rischio in vita propria...E PARLA.
ROOSTERS99 Posted November 7, 2014 Author Posted November 7, 2014 Sì, certo.....però basta con la minchiata della "bomba d' acqua", please !!
Ponchiaz Posted November 7, 2014 Posted November 7, 2014 Il termine bomba d'acqua può piacere o non piacere. Rimane però il sistema delle allerte con i vari colori che secondo me NON VANNO interpretati da chicchessia.
ROOSTERS99 Posted November 7, 2014 Author Posted November 7, 2014 Il termine bomba d'acqua può piacere o non piacere. Rimane però il sistema delle allerte con i vari colori che secondo me NON VANNO interpretati da chicchessia. Paolo....si esagera , si enfatizza e quando davvero serve non scatta l' allarme e i danni a cose e persone non si contano. Cfr Genova....2 volte consecutive a breve distanza. Il "sistema delle allerte" o è sbagliato o male interpretato; che lo si prenda un po' in giro mi pare ci stia tutto , pur essendoci poco da ridere...
Dragonheart Posted November 7, 2014 Posted November 7, 2014 (edited) Il termine bomba d'acqua può piacere o non piacere. Rimane però il sistema delle allerte con i vari colori che secondo me NON VANNO interpretati da chicchessia. Finchè l'idea è "primo pararsi le chiappe" avrai metereologi che preannunciano sciagure immani e sindaci che chiudono le scuole "per temporale". P.s.: comunque,in zona Monteverde, ieri sono venuti già chicchi di grandine grossi come noci (così dice, almeno, mia cognata) Edited November 7, 2014 by Dragonheart
ROOSTERS99 Posted November 14, 2014 Author Posted November 14, 2014 Il Ticino , ieri, tra Lonate e Oleggio..... https://www.youtube.com/watch?v=oTBquQrNqo8
ROOSTERS99 Posted January 27, 2015 Author Posted January 27, 2015 Ma la Tempesta perfetta a New York ??
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