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Oltre ad Alitalia anche Malpensa si stà dimostrando un flop.

Malpensa è probabilmente l'aeroporto di una certa importanza con i collegamenti esterni peggiori d'Europa, ed è per questo che numerosi stranieri optano per voli su Linate o Orio al Serio.

A Milano Linate sembrava dover essere ridimensionato ma risulta l'esatto contrario, per non parlare del boom di Orio, ormai il quinto aeroporto italiano per numero di passeggeri.

se hai ragione sui collegamenti, flop è proprio una cazzata(termine tecnico). lasciatelo dire da chi vive a dieci minuti dall'aeroporto.

è chiaro che, se dall'estero vuoi andare a milano e hai un volo su linate, prendi quello, così come se voli klm e ti fai un bel trasferimento ad amsterdam per andare ovunque. è altrettanto chiaro che se vuoi volare ryanair vai ad orio, così come se ti vuoi far spedire con dhl. se, invece, vuoi volare easyjet, tra qualche mese l'intero terminal 2(malpensa vecchia per chi conosce) sarà bianco e arancio e le rotte aumentate.

nonostante l'italia alitalia, malpensa sta bene.

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Oltre ad Alitalia anche Malpensa si stà dimostrando un flop.

Malpensa è probabilmente l'aeroporto di una certa importanza con i collegamenti esterni peggiori d'Europa, ed è per questo che numerosi stranieri optano per voli su Linate o Orio al Serio.

A Milano Linate sembrava dover essere ridimensionato ma risulta l'esatto contrario, per non parlare del boom di Orio, ormai il quinto aeroporto italiano per numero di passeggeri.

E' un flop per un unico motivo: non è stato chiuso l'aeroporto di Linate.

Chi glielo fa fare ai milanesi di andare fin lì se hanno un aeroporto in pieno centro??

Purtoppo in Italia è tutto un magna magna...invece di potenziare il trasporto su rotaia (economico, pulito, rapido(se si vuole...) ecc ecc) qui si punta sull'aereo...stanno nascendo aeroporti in ogni dove...

Anche su questo la Spagna ci batte......

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Corny, si può dire di tutto, tranne che Linate abbia collegamenti buoni... non esiste un treno nè metropolitana che arrivi in aeroporto, solo un cazzo di pullman o taxi. Per fortuna che a Linate ci vado solo spesato dall'aziendina, perchè altrimenti sarebbe un delirio!!! La tangenziale poi non ne parliamo, se la prendi all'ora sbagliata, rischi di perdere il volo tra santi e madonne che volano dappertutto.

Malpensa, nonostante tutto, ha un treno che arriva dentro la struttura, pullman da milano e locali. La superstrada è piuttosto scorrevole, chiaro che se uno fora la gomma, senza corsia di emergenza, le code si fanno in un batter d'occhio... e questo è un limite non da poco, ma l'alternativa era abbattere alcune abitazioni o ettari di boscaglia.... lo dico con cognizione di causa, visto che è a 1 km da casa mia e la percorro non so quante volte alla settimana....

MI permetto di aggiungere che da quando la Superstrada è stata aperta fino a Boffalora sulla A4, il collegamento stradale di Malpensa è più che discreto e certamente migliore di quelli di Orio o Linate.....

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MI permetto di aggiungere che da quando la Superstrada è stata aperta fino a Boffalora sulla A4, il collegamento stradale di Malpensa è più che discreto e certamente migliore di quelli di Orio o Linate.....

Come si vede che abitate a Varese .........

Raggiungere Malpensa negli orari di punta è un delirio, e se vogliamo non è proprio a due passi da Milano. Conosco un sacco di aziende che fanno arrivare i loro fornitori esteri a Malpensa solo se questa è l'unica possibilità.

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Come si vede che abitate a Varese .........

Raggiungere Malpensa negli orari di punta è un delirio, e se vogliamo non è proprio a due passi da Milano. Conosco un sacco di aziende che fanno arrivare i loro fornitori esteri a Malpensa solo se questa è l'unica possibilità.

Certo, se vivi/lavori a Bergamo e ti ci vogliono 2 ore solo per arrivare a Milano non è colpa nè dei Varesini/otti nè di Malpensa....... :clap[1]:

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Oltre ad Alitalia anche Malpensa si stà dimostrando un flop.

Malpensa è probabilmente l'aeroporto di una certa importanza con i collegamenti esterni peggiori d'Europa, ed è per questo che numerosi stranieri optano per voli su Linate o Orio al Serio.

A Milano Linate sembrava dover essere ridimensionato ma risulta l'esatto contrario, per non parlare del boom di Orio, ormai il quinto aeroporto italiano per numero di passeggeri.

Non mi interessa difendere Malpensa, però tutto questo entusiasmo riguardo ad Orio credo sia eccessivo.

Particolarmente interessante è stata la sua strategia commerciale come aeroporto per le low cost.

Ovviamente, bisognerà vedere cosa rimarrà una volta che ci saranno gli ovvi consolidamenti nel mercato di queste compagnie per le quali gli analisti prevedono la sopravvivenza di pochissimi operatori.

Personalmente credo che l'abbandono di questa Alitalia abbia paradossalmene slegato le mani all'aeroporto di Malpensa che sembra perseguire politiche commerciali più aggressive da quando la fabbrica romana dei fanigottoni ha tolto le tende.

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Come si vede che abitate a Varese .........

Raggiungere Malpensa negli orari di punta è un delirio, e se vogliamo non è proprio a due passi da Milano. Conosco un sacco di aziende che fanno arrivare i loro fornitori esteri a Malpensa solo se questa è l'unica possibilità.

anche venire a bergamo per lavoro negli stessi orari non è una passeggiata di salute e l'aeroporto el' gh'entra no...

peraltro, io conosco un'azienda che fa partire i suoi dipendenti da orio per alcune destinazioni, pur essendo a 15 min da malpensa, e non per la comodità dei collegamenti... :whistle:

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Non mi interessa difendere Malpensa, però tutto questo entusiasmo riguardo ad Orio credo sia eccessivo.

Particolarmente interessante è stata la sua strategia commerciale come aeroporto per le low cost.

Ovviamente, bisognerà vedere cosa rimarrà una volta che ci saranno gli ovvi consolidamenti nel mercato di queste compagnie per le quali gli analisti prevedono la sopravvivenza di pochissimi operatori.

Personalmente credo che l'abbandono di questa Alitalia abbia paradossalmene slegato le mani all'aeroporto di Malpensa che sembra perseguire politiche commerciali più aggressive da quando la fabbrica romana dei fanigottoni ha tolto le tende.

La mia non voleva essere una difesa o un esaltazione di Orio, anzi, ma solo una constatazione di come a Malpensa si sia pensato all'aeroporto ma poco o niente dei collegamenti con Milano e la sua periferia.

Però sono perplesso del ruolo di Malpensa senza Alitalia, specie sulle rotte intercontinentali.

Posted (edited)

Concordo sulla questione intercontinentali, motivo per cui a maggior ragione Alitalia serve al paese ed al nord Italia.

Naturalmente non QUESTA Alitalia, ma neanche QUELLA che aveva in mente Spinetta.

Edited by Ponchiaz
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Dal Corriere

Alitalia, Pd e Udc attaccano: «Truffa»

Galletti: «Pagheranno i cittadini». Meta: «Un fallimento totale per le capacità imprenditoriali del premier»

ROMA - Il caso Alitalia segna la fine della "pax estiva". L'annunciato incontro tra i vertici di Intesa e di Air France-Klm e la formazione della società Compagnia Aerea Italiana fanno gridare alla truffa le forze di opposizione - Pd, Udc e Italia dei Valori - e trovano un muro nelle associazioni dei consumatori, che annunciano una class action in difesa degli azionisti.

«CAPOLAVORO DEL GOVERNO» - «Dopo averla fatta scappare, ora si rincorre Air France. Questo è il capolavoro del governo Berlusconi - denuncia Marco Filippi, capogruppo del Pd in commissione Lavori pubblici al Senato -. Come avevamo denunciato si è verificato quanto previsto: il fallimento del salvataggio di Alitalia, l'imminente dichiarazione dello stato d'insolvenza con la conseguenza che il costo di questo fallimento sarà scaricato sui contribuenti che dovranno farsi carico di tutti i debiti della bad company».

UDC: «PAGANO ITALIANI» - Pesanti critiche anche dall'Udc, con Luca Galletti, capogruppo in commissione Bilancio alla Camera, che si chiede: «Quando finiranno gli italiani di pagare i debiti elettorali del Pdl? I miracoli di salvataggio annunciati in campagna elettorale hanno in realtà impedito una soluzione vera e industrialmente seria che era quella della trattativa con Air France. È ora chiaro che dietro gli slogan della difesa della italianità e della compagnia di bandiera c'è un unico piano: far pagare per l'ennesima volta ai cittadini i debiti di Alitalia e della bad company e creare una nuova e piccola compagnia che sfrutti il brand e le sue rotte».

«BLITZ DI FINE ESTATE» - Di «blitz di fine estate» parla Michele Meta, capogruppo del Pd nella commissione Trasporti della Camera. «Dopo aver tenuto all'oscuro il Parlamento in questi mesi, il governo Berlusconi procede al definitivo "papocchio" sui destini di Alitalia. La pasticciata proposta del premier Berlusconi fa rimpiangere quella di Air France, fatta scappare per fini elettoralistici. Il susseguirsi di annunci e slogan ora lascia il posto a un piano che di industriale ancora non ha nulla, privo di certezza sulle alleanze internazionali, che destruttura in maniera incisiva la compagnia di bandiera con pesanti conseguenze per i lavoratori, e che sacrifica l'aeroporto di Fiumicino puntando sulla soluzione multi-hub». Meta è critico anche sulla modifica della Legge Marzano: «Un fallimento totale per le capacità imprenditoriali del premier e un asservimento sconcertante del libero mercato agli interessi di un governo che calpesta gli interessi generali».

«SOLITA TRUFFA» - Per l'Italia dei Valori «la questione Alitalia rappresenta la solita truffa alla Berlusconi perpetrata ai danni degli italiani». «In campagna elettorale, Berlusconi ha promesso di rimettere in piedi la compagnia di bandiera e di avere una cordata tutta italiana disponibile all'acquisto, poi ha mandato tutto in alto mare a danno dei lavoratori e dei contribuenti» spiega Antonio Di Pietro, secondo cui la nuova compagnia «a costo zero sfrutta il marchio e le rotte, scaricando i debiti sullo Stato e su una miriade di piccoli azionisti che ci rimetteranno tutto, senza considerare i 7000 dipendenti che perderanno il lavoro». Anche secondo Felice Belisario, presidente dei senatori Idv, «è una vera e propria truffa di Stato a danno dei contribuenti». Dopo aver sfilato dalle tasche degli italiani 600 miliardi delle vecchie lire per un contributo a fondo perduto, Berlusconi oggi è il primo sponsor di una nuova e pulita compagnia aerea che conserva a costo zero il marchio e le rotte, scaricando i debiti sullo Stato e sugli altri azionisti. Alla faccia del libero mercato e della tutela dei risparmiatori e dei lavoratori».

CONSUMATORI - Sul piede di guerra anche le associazioni dei consumatori. «Siamo pronti a fare la class action già dal primo gennaio» annunciano Elio Lannutti di Adiconsum e Rosario Trefiletti di Federconsumatori, preoccupati soprattutto per il destino dei piccoli azionisti che, con le azioni sospese in borsa, non possono decidere se e come uscire da Alitalia. «Sta succedendo come con il Banco di Napoli - denunciano -, dove 12.000 miliardi di debiti sono finiti a carico dello Stato e tutti i privati si godranno gli utili». Paolo Landi di Adiconsum si dice pronto a utilizzare «tutti gli strumenti a disposizione», anche «nei confronti della Consob». Per Landi però la class action al momento non è lo strumento migliore «perché si rischia di venire trascinati per tribunali per anni senza risultati. Ma se l'impianto della legge viene modificato con l'introduzione della sentenza esecutiva, allora tale strumento può essere valido per la tutela degli azionisti di minoranza».

26 agosto 2008

Ok per il tentativo di salvataggio di Alitalia, ma quello di ribaltare tutte le perdite su stato e piccoli azionisti mi sembra una porcata ......

Se è essere imprenditori questo.

E poi la solita situazione all'italiana in cui uno (guarda caso sempre quello) con azioni da percentuali da prefisso telefonico si trova al vertice della nuova Alitalia.

Fastidio.

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Proprio non si riesce a digerire che la "cordata" alla finè c'è, eccome se c'è....

Per quanto riguarda gli esuberi e le perdite (tutto quanto da quantificare ancora....) bisognerà che si faccia la scelta sul chi paga.

Esempio: se ci fossera 2000 lavoratori di troppo, licenziarli e tanti saluti (sarebbero loro, direttamente che pagano...) o nuove assunzioni, ammortizzatori sociali, eccetera, cioè paghiamo tutti ??

Stiamo a vedere.

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Dal Corriere

Alitalia, Pd e Udc attaccano: «Truffa»

Galletti: «Pagheranno i cittadini». Meta: «Un fallimento totale per le capacità imprenditoriali del premier»

ROMA - Il caso Alitalia segna la fine della "pax estiva". L'annunciato incontro tra i vertici di Intesa e di Air France-Klm e la formazione della società Compagnia Aerea Italiana fanno gridare alla truffa le forze di opposizione - Pd, Udc e Italia dei Valori - e trovano un muro nelle associazioni dei consumatori, che annunciano una class action in difesa degli azionisti.

«CAPOLAVORO DEL GOVERNO» - «Dopo averla fatta scappare, ora si rincorre Air France. Questo è il capolavoro del governo Berlusconi - denuncia Marco Filippi, capogruppo del Pd in commissione Lavori pubblici al Senato -. Come avevamo denunciato si è verificato quanto previsto: il fallimento del salvataggio di Alitalia, l'imminente dichiarazione dello stato d'insolvenza con la conseguenza che il costo di questo fallimento sarà scaricato sui contribuenti che dovranno farsi carico di tutti i debiti della bad company».

UDC: «PAGANO ITALIANI» - Pesanti critiche anche dall'Udc, con Luca Galletti, capogruppo in commissione Bilancio alla Camera, che si chiede: «Quando finiranno gli italiani di pagare i debiti elettorali del Pdl? I miracoli di salvataggio annunciati in campagna elettorale hanno in realtà impedito una soluzione vera e industrialmente seria che era quella della trattativa con Air France. È ora chiaro che dietro gli slogan della difesa della italianità e della compagnia di bandiera c'è un unico piano: far pagare per l'ennesima volta ai cittadini i debiti di Alitalia e della bad company e creare una nuova e piccola compagnia che sfrutti il brand e le sue rotte».

«BLITZ DI FINE ESTATE» - Di «blitz di fine estate» parla Michele Meta, capogruppo del Pd nella commissione Trasporti della Camera. «Dopo aver tenuto all'oscuro il Parlamento in questi mesi, il governo Berlusconi procede al definitivo "papocchio" sui destini di Alitalia. La pasticciata proposta del premier Berlusconi fa rimpiangere quella di Air France, fatta scappare per fini elettoralistici. Il susseguirsi di annunci e slogan ora lascia il posto a un piano che di industriale ancora non ha nulla, privo di certezza sulle alleanze internazionali, che destruttura in maniera incisiva la compagnia di bandiera con pesanti conseguenze per i lavoratori, e che sacrifica l'aeroporto di Fiumicino puntando sulla soluzione multi-hub». Meta è critico anche sulla modifica della Legge Marzano: «Un fallimento totale per le capacità imprenditoriali del premier e un asservimento sconcertante del libero mercato agli interessi di un governo che calpesta gli interessi generali».

«SOLITA TRUFFA» - Per l'Italia dei Valori «la questione Alitalia rappresenta la solita truffa alla Berlusconi perpetrata ai danni degli italiani». «In campagna elettorale, Berlusconi ha promesso di rimettere in piedi la compagnia di bandiera e di avere una cordata tutta italiana disponibile all'acquisto, poi ha mandato tutto in alto mare a danno dei lavoratori e dei contribuenti» spiega Antonio Di Pietro, secondo cui la nuova compagnia «a costo zero sfrutta il marchio e le rotte, scaricando i debiti sullo Stato e su una miriade di piccoli azionisti che ci rimetteranno tutto, senza considerare i 7000 dipendenti che perderanno il lavoro». Anche secondo Felice Belisario, presidente dei senatori Idv, «è una vera e propria truffa di Stato a danno dei contribuenti». Dopo aver sfilato dalle tasche degli italiani 600 miliardi delle vecchie lire per un contributo a fondo perduto, Berlusconi oggi è il primo sponsor di una nuova e pulita compagnia aerea che conserva a costo zero il marchio e le rotte, scaricando i debiti sullo Stato e sugli altri azionisti. Alla faccia del libero mercato e della tutela dei risparmiatori e dei lavoratori».

CONSUMATORI - Sul piede di guerra anche le associazioni dei consumatori. «Siamo pronti a fare la class action già dal primo gennaio» annunciano Elio Lannutti di Adiconsum e Rosario Trefiletti di Federconsumatori, preoccupati soprattutto per il destino dei piccoli azionisti che, con le azioni sospese in borsa, non possono decidere se e come uscire da Alitalia. «Sta succedendo come con il Banco di Napoli - denunciano -, dove 12.000 miliardi di debiti sono finiti a carico dello Stato e tutti i privati si godranno gli utili». Paolo Landi di Adiconsum si dice pronto a utilizzare «tutti gli strumenti a disposizione», anche «nei confronti della Consob». Per Landi però la class action al momento non è lo strumento migliore «perché si rischia di venire trascinati per tribunali per anni senza risultati. Ma se l'impianto della legge viene modificato con l'introduzione della sentenza esecutiva, allora tale strumento può essere valido per la tutela degli azionisti di minoranza».

26 agosto 2008

Ok per il tentativo di salvataggio di Alitalia, ma quello di ribaltare tutte le perdite su stato e piccoli azionisti mi sembra una porcata ......

Se è essere imprenditori questo.

E poi la solita situazione all'italiana in cui uno (guarda caso sempre quello) con azioni da percentuali da prefisso telefonico si trova al vertice della nuova Alitalia.

Fastidio.

I piccoli azionisti si trovano in mano della carta straccia non certo da oggi, non capisco cosa mai dovrebbero venire a dover pagare.

Quanto allo stato, la questione è articolata, vedremo alla fine.

Non male anche la questione Air France, posta sul piano della eguaglianza fra una partnership ed una svendita, ma oraamai i politici (da entrambe le parti sia chiaro) ci rifilano solo slogan, quasi quasi non gliene faccio più una colpa.

Il contadino di Montenero ha colto l'occasione per far capire che il letame gli è più congeniale della finanza, so long per i suoi ammiratori: sono certo che il marchio Alitalia debba essere ad oggi un asset di poco inferiore solo al logo della Nike. Brasato.

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Proprio non si riesce a digerire che la "cordata" alla finè c'è, eccome se c'è....

Per quanto riguarda gli esuberi e le perdite (tutto quanto da quantificare ancora....) bisognerà che si faccia la scelta sul chi paga.

Esempio: se ci fossera 2000 lavoratori di troppo, licenziarli e tanti saluti (sarebbero loro, direttamente che pagano...) o nuove assunzioni, ammortizzatori sociali, eccetera, cioè paghiamo tutti ??

Stiamo a vedere.

Guarda che io non intendevo gli esuberi, ma la creazione di una "Bad Company" che si addosserà tutti i debiti di Alitalia, la nuova Alitalia ne esce pulita ...

Pensa che devono modificare la legge Marzano per rendere possibile il tutto.

Ma quanto ci è costata Alitalia?

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Ma quanto ci è costata Alitalia?

e chi se ne frega? tanto dallo scorso 15 aprile in poi si paga (come prima, più di prima) col sorriso sulle labbra, ringraziando pure... :whistle:

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............

Il contadino di Montenero ha colto l'occasione per far capire che il letame gli è più congeniale della finanza, so long per i suoi ammiratori: sono certo che il marchio Alitalia debba essere ad oggi un asset di poco inferiore solo al logo della Nike. Brasato.

:whistle::lol::lol:

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Ultimamente non è che i nostri politici brillino in intelligenza .....

Basta sentire cosa hanno sparato diversi ministri durante le vacanze.

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Quanto allo stato, la questione è articolata, vedremo alla fine.

riporto un articolo che analizza la questione "articolata" che tu liquidi con un "chi vivrà vedrà...":

La nuova compagnia

Alitalia, le insidie di un percorso

di Francesco Giavazzi

Ci sono quattro buoni motivi per cui il piano per Alitalia predisposto da Banca Intesa desta dubbi e perplessità, inducendo, pare, anche qualche membro del governo a suggerire che venga riconsiderata l’offerta di Air France sdegnosamente rifiutata quattro mesi fa. 1) Il piano rischia di costare ai contribuenti oltre un miliardo di euro, un terzo dei tagli alla scuola previsti dalla Finanziaria; 2) Gli imprenditori che dovrebbero acquisire il controllo della Nuova Alitalia corrono rischi seri: sono stati a lungo minimizzati, ma venuti al dunque non è più possibile nasconderli. Vogliamo davvero rischiare di trasferire su alcune nostre imprese, oltre che sui contribuenti, il costo del disastro di Alitalia? 3) Il piano verrebbe immediatamente impugnato dalla Ue e da quel contenzioso temo usciremmo perdenti; 4) Il piano richiede che vengano sospese le regole anti-trust, creando un precedente pericoloso per la politica della concorrenza.

La Nuova Alitalia che è nata ieri sarà un’azienda senza debiti e con molti dipendenti in meno. Gli imprenditori privati che ne sono i nuovi azionisti apportando un miliardo di euro di capitale fresco apparentemente non corrono rischi: non ereditano debiti né dipendenti in eccesso, e soprattutto hanno la quasi certezza — questa infatti è la condizione necessaria, che essi hanno giustamente preteso—di rivendere fra un anno o poco più l’azienda a Lufthansa o a un’altra compagnia internazionale, recuperando così il miliardo speso oggi, magari con qualche profitto. Quest’operazione così ben congeniata nasconde però un’insidia a mio parere non valutata in modo adeguato dai nuovi azionisti. La Nuova Alitalia acquisterà aerei, slot e altri contratti dalla vecchia azienda della Magliana che domani il Consiglio dei ministri porrà in liquidazione. I prezzi ai quali la Nuova Alitalia acquisterà queste attività determineranno se la Vecchia Alitalia sarà in condizione di far fronte ai debiti che le rimarranno. Ad esempio, due anni fa gli aerei valevano 2,2 miliardi di euro: se i nuovi azionisti accettassero di acquistarli a quel prezzo, la Vecchia Alitalia potrebbe agevolmente pagare i propri debiti e poi chiudere.

Ma dubito che i nuovi azionisti siano disposti a pagare tanto: gli aerei sono vecchi e più sale il prezzo del petrolio meno valgono. Le valutazioni internazionali suggeriscono oggi ragionevolmente un miliardo. Se così fosse la Vecchia Alitalia non avrebbe fondi sufficienti per pagare i propri debiti. I nuovi azionisti hanno richiesto una norma che li protegga dal rischio di revocatorie da parte dei creditori della Vecchia Alitalia, prova del fatto che non sono disposti a pagare molto. Che cosa accadrebbe se la Vecchia Alitalia non fosse in grado di far fronte ai propri debiti verso fornitori, banche e investitori che detengono obbligazioni della società? Una possibilità è non pagare. Due mesi fa, quando fu convertito in legge il decreto (DL 23.4.2008, n. 80) che evitò il fallimento concedendo ad Alitalia un prestito ponte di 300 milioni, il governo disse in Parlamento: «Con la presente norma si tende a salvaguardare per i prossimi dodici mesi la continuità aziendale di Alitalia... escludendo in tale lasso temporale, ogni ricorso ad ipotesi di liquidazione o di applicazione di procedure concorsuali ».

Quindi i creditori di Alitalia hanno diritto ad essere rimborsati in quanto sono protetti da una legge che escludeva esplicitamente la liquidazione o anche solo lo scorporo della società— che invece avviene oggi prima della decorrenza di dodici mesi dall’approvazione del decreto. Che lo Stato debba pagare i debiti della Vecchia Alitalia è quindi certo. Nel momento stesso in cui paga, il governo viola le norme europee sugli aiuti di Stato. Consentire la sopravvivenza di un’azienda decotta trasferendone i debiti allo Stato è un classico caso di aiuto. Una condanna di Bruxelles obbligherebbe la Nuova Alitalia a rimborsare l’aiuto impropriamente ricevuto, cioè ad accollarsi quei debiti (questo è esattamente ciò che avvenne vent’anni fa quando Alfa Romeo fu ceduta alla Fiat senza debiti —di cui si fece carico l’Iri, cioè lo Stato. Dopo la condanna di Bruxelles quei debiti tornarono in capo alla Fiat). Sono consci i nuovi azionisti del rischio in cui incorrono e dal quale evidentemente lo Stato non li può manlevare? Ma non basta. Il decreto legge n. 80 prevede: «La somma erogata ad Alitalia è rimborsata il trentesimo giorno successivo a quello della cessione o della perdita del controllo effettivo da parte del Ministero dell’economia e delle finanze». Questo comma fu inserito nel decreto proprio per evitare che il prestito ponte fosse considerato un aiuto.

Il governo ha poi trasformato il prestito in capitale, ma con una formula ambigua che ne consente la restituzione all’azionista qualora Bruxelles lo richieda. Quindi se la Vecchia Alitalia non avrà fondi sufficienti, sarebbe la Nuova Alitalia a dover rimborsare allo Stato i 300 milioni del prestito (che in cassa non ci sono più perché sono serviti a coprire le perdite dei primi mesi dell’anno). Altrimenti la controversia con Bruxelles si aggraverebbe ulteriormente. Vi è poi il problema Air One. I nuovi azionisti non vogliono la fusione fra Nuova Alitalia e Air One perché questa porterebbe nella Nuova Alitalia debiti e dipendenti di Air One. Essi vogliono semplicemente acquistare da Air One gli aerei, tutti gli slot (grazie a una sospensione delle regole anti-trust) e i contratti stipulati per la consegna di nuovi velivoli. Air One rimarrà quindi una scatola vuota, ma con molti dipendenti e 450 milioni circa di debiti: basterà la vendita di slot e aerei a far fronte ai debiti e al costo degli esuberi? Quanti debiti di Air One finiranno essi pure a carico dello Stato? Anche qui c’è un problema europeo: nel 2004, quando lo Stato rifinanziò Alitalia, Bruxelles acconsentì a patto che i nuovi fondi non fossero usati per allargare la quota di mercato: esattamente quello che oggi Alitalia fa acquisendo le attività di Air One. L’offerta di Air France non apriva problemi con Bruxelles e non costava nulla, tranne le indennità per un numero di esuberi comunque inferiore: anzi portava qualche spicciolo nelle casse dello Stato perché i francesi avrebbero pagato, seppur poco, le azioni di Alitalia.

27 agosto 2008

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Mi sembra un articolo zeppo soprattutto di buone domande.

Si potrebbe dire anche che...

la questione è articolata, vedremo alla fine.

senza per questo "liquidare" la faccenda.

Per altro mentre noi masturbiamo le nostre più o meno giovani menti il mondo sta per cambiare e non perchè una compagnia di bandiera sta transitando nelle mani del solito manipolo di manigoldi quanto perchè il nostro partner americano, quell'amico un po' testa di cazzo per il quale stiamo sostanzialmente facendo girare pesantemente i coglioni alla Russia (che a casa mia fino a prova contraria è ancora in Europa) sta per andare in coma, forse irreversibile.

Crisi del credito: sale a 117 la «lista nera» della banche Usa

Sale a 117 nel secondo trimestre 2008 la lista delle banche americane in difficoltà segnalate dalla Federal deposit insurance corporation, l'agenzia federale degli Stati Uniti che garantisce i depositi delle banche commerciali. Le difficoltà per il settore finanziario statunitense, dunque, si accentuano, visto che i numeri della Fdic si riferiscono a giugno, mentre a fine marzo erano 90. E' il settimo trimestre consecutivo in cui sale il numero delle banche in difficoltà. La somma degli utili delle banche americane nel trimestre non ha superato i 5 miliardi di dollari (erano 36,8 miliardi un anno prima). Si tratta del secondo livello più basso dal 1991. La «lista nera», informa l'agenzia, non è pubblica.

La crisi, insomma, è ben lungi dall'essere conclusa, motivo per cui gli istituti di credito hanno accantonato 50,2 miliardi di dollari a copertura di perdite future per crediti diventati inesigibili, oltre quattro volte la cifra rilevata un anno fa. Nonostante questo, la Fdic ha notato che il livello delle riserve finanziarie accantonate è stato comunque superato dalle insolvenze. Il 2,04% di tutti i prestiti e mutui effettuati dalla banche si trovava in ritardo sui rimborsi delle rate alla fine del secondo trimestre, il livello più alto dal 1993, ha comunicato l'agenzia.

Gli asset totali delle banche sono diminuiti di 68,6 miliardi di dollari nel secondo trimestre, sebbene il declino sia stato guidato da pochi grandi istituti. Dall'inizio di quest'anno sono fallite nove banche negli Stati Uniti, di cui ben cinque dallo scorso 11 luglio. Tra i casi più emblematici quello della della banca californiana Indymac, mentre l'ultima, venerdì scorso, è stata la Columbian Bank. Riassumendo la situazione, i risultati del secondo trimestre sono stati «abbastanza deprimenti», ha detto il presidente dell'agenzia Sheila Bair. Nessun pezzo grosso di Wall Street in lista: ormai le più deboli sono le banche regionali costrette ad aumentare gli accantonamenti per i crediti a rischio, ha spiegato Sheila Bair, presidente della Fdic, chiarendo che non si tratta di un buon segno, perchè mostra l'estensione del contagio della crisi.

Sole 24 ore.

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riporto un articolo che analizza la questione "articolata" che tu liquidi con un "chi vivrà vedrà...":

La mia sensazione, fin dalle trattative primaverili, è che Giavazzi abbia preso un ' ampia mazzetta da Air France.......ma magari sbaglio..... :o

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Mi sembra un articolo zeppo soprattutto di buone domande.

Si potrebbe dire anche che...

senza per questo "liquidare" la faccenda.

Per altro mentre noi masturbiamo le nostre più o meno giovani menti il mondo sta per cambiare e non perchè una compagnia di bandiera sta transitando nelle mani del solito manipolo di manigoldi quanto perchè il nostro partner americano, quell'amico un po' testa di cazzo per il quale stiamo sostanzialmente facendo girare pesantemente i coglioni alla Russia (che a casa mia fino a prova contraria è ancora in Europa) sta per andare in coma, forse irreversibile.

Crisi del credito: sale a 117 la «lista nera» della banche Usa

Sale a 117 nel secondo trimestre 2008 la lista delle banche americane in difficoltà segnalate dalla Federal deposit insurance corporation, l'agenzia federale degli Stati Uniti che garantisce i depositi delle banche commerciali. Le difficoltà per il settore finanziario statunitense, dunque, si accentuano, visto che i numeri della Fdic si riferiscono a giugno, mentre a fine marzo erano 90. E' il settimo trimestre consecutivo in cui sale il numero delle banche in difficoltà. La somma degli utili delle banche americane nel trimestre non ha superato i 5 miliardi di dollari (erano 36,8 miliardi un anno prima). Si tratta del secondo livello più basso dal 1991. La «lista nera», informa l'agenzia, non è pubblica.

La crisi, insomma, è ben lungi dall'essere conclusa, motivo per cui gli istituti di credito hanno accantonato 50,2 miliardi di dollari a copertura di perdite future per crediti diventati inesigibili, oltre quattro volte la cifra rilevata un anno fa. Nonostante questo, la Fdic ha notato che il livello delle riserve finanziarie accantonate è stato comunque superato dalle insolvenze. Il 2,04% di tutti i prestiti e mutui effettuati dalla banche si trovava in ritardo sui rimborsi delle rate alla fine del secondo trimestre, il livello più alto dal 1993, ha comunicato l'agenzia.

Gli asset totali delle banche sono diminuiti di 68,6 miliardi di dollari nel secondo trimestre, sebbene il declino sia stato guidato da pochi grandi istituti. Dall'inizio di quest'anno sono fallite nove banche negli Stati Uniti, di cui ben cinque dallo scorso 11 luglio. Tra i casi più emblematici quello della della banca californiana Indymac, mentre l'ultima, venerdì scorso, è stata la Columbian Bank. Riassumendo la situazione, i risultati del secondo trimestre sono stati «abbastanza deprimenti», ha detto il presidente dell'agenzia Sheila Bair. Nessun pezzo grosso di Wall Street in lista: ormai le più deboli sono le banche regionali costrette ad aumentare gli accantonamenti per i crediti a rischio, ha spiegato Sheila Bair, presidente della Fdic, chiarendo che non si tratta di un buon segno, perchè mostra l'estensione del contagio della crisi.

Sole 24 ore.

Molto preoccupante..... :o

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E' molto preoccupante anche il sapere che gli ingenti acquisti di Dollari fatti al fine di mantenere la valuta USA ad un valore diciamo così da paese evoluto saranno stati fatti dalla BCE.

Non è affatto chiaro in quale forma gli Stati Uniti, notoriamente ultra ricchioni con i culi altrui, sapranno ringraziarci. Probabilmente inimicandoci per sempre una super potenza economica ed energetica che potrebbe, se opportunamente inserita nel contesto, veramente contribuire a creare una grande Europa economica e politica.

Il tutto mentre una nota signora tedesca, evidentemente dopo un pieno di radler, propone l'ingresso nella decottissima NATO della Georgia e della Ucraina.

Per chi ha tempo sono interessanti anche i deliri del nuovo vice di Obama sul "Nuovo ordine mondiale" a suo dire da amministrarsi da parte degli USA con l'ausilio della NATO.

P.S.

I sacchi di sabbia a Leroy Merlin sono esauriti. Spero che il pacciame funga altrettanto bene allo scopo.

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P.S.

I sacchi di sabbia a Leroy Merlin sono esauriti. Spero che il pacciame funga altrettanto bene allo scopo.

da sempre le guerre sono un enorme tasto di "reset" per le economie delle grandi potenze.

l'america è parecchio in difficoltà, è parecchio indebitata nei confronti della Cina e gli oligarchi russi stanno facendo la spesa tra le aziende a stelle e strisce.

forse qualcuno sta pensando che sia arrivata l'ora di schiacciare il pulsantone.

ovviamente, quelli meno pronti in assoluto ad affrontare una simile evenienza sono quelli che hanno passato gli ultimi lustri a legiferare su quote latte e parmesan...

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Personalmente I trust in Obama e conto i giorni fino all'election day, ben sapendo che potrebbe anche vincere Mc Cain.

Di certo il tossico ubriacone texano dovrebbe essere alla frutta e non credo che l'opinione pubblica accetterebbe di mandare truppe a combattere contro un nemici coi controcazzi come l'armata rossa, stante le legnate che hanno preso dai beduini di mezzo mondo.

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l'unico che avrebbe potuto risolvere qc negli states sarebbe stato ron paul, ma non ce l'ha fatta.

obama cacca e mekkein vecchio.

cmq, tutto questo fantomatico evanescere di soldi non esisterebbe se l'economia fosse una cosa seria e il signoraggio fosse fuori legge, così come il meccanismo della riserva frazionaria.

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Il documento: Entro il 2013 ricavi a 5 miliardi, la strategia in otto mosse

Alitalia, l'impegno dei soci

«Resteremo cinque anni»

Il piano della cordata Intesa. A Linate resterà il Milano-Roma. Sei aeroporti-base

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MILANO - I consigli di amministrazione della cordata stanno dicendo i loro sì. Il piano Fenice a questo punto è entrato nella fase operativa. E scorrendo le parti più significative del piano industriale condiviso dagli azionisti si vede come l'obiettivo del rilancio passerà attraverso un impegno preciso: cinque anni.

Il piano della cordata Intesa: soci stabili per cinque anni Il lock up, cioè il vincolo per i soci a restare nel capitale della Nuova Alitalia, durerà almeno fino al 2013, data nella quale la missione verrà ritenuta conclusa. Nell'arco di tre anni ci sarà anche la possibilità di un eventuale ritorno in Borsa. Per ora solo una possibilità che dovrà misurarsi con il risanamento della compagnia. Un piano in otto passaggi- chiave, quello messo a punto da Intesa SanPaolo e poi rivisto dal futuro amministratore delegato, Rocco Sabelli. «Forte discontinuità con il passato», è il segno dell'operazione. Che vuol dire ad esempio non ragionare più nel bivio Fiumicino-Malpensa ma su un nuovo modello a basi, si legge nel documento. Sei punti: Milano, Roma, Napoli, Catania, Torino, Venezia. Con 73 destinazioni da Milano, 44 da Roma, 9 da Napoli a 18 dalle altre tre città. E Linate? Lo scalo prevederebbe una rotta sola: Roma- Milano. Che verrebbe naturalmente rafforzata dall'integrazione con Air One. Un sistema multipolare che mira anche ad evitare quegli sprechi fin troppo raccontati in questi anni, come i 600 piloti e assistenti di volo che per contratto ogni sera devono essere riportati (in aereo naturalmente) a Roma. Agli azionisti che nella loro offerta hanno messo sul piatto un miliardo di euro lo schema che è stato sottoposto è quello di una nuova società snella e competitiva. Che a quel punto potrebbe presentarsi rafforzata alla ricerca (già iniziata) del partner. Due le strade aperte, Air France e Lufthansa, candidate a diventare non alleati finanziari, ma operativi. La dote che la nuova compagnia porterebbe sono 28 milioni di passeggeri, che vuole dire per entrambe i giganti europei la possibile adi diventare leader nel vecchio continente. Ed è questo uno degli argomenti che i negoziatori della Nuova Alitalia stanno già mettendo sui tavoli di Parigi e Francoforte. Ed ecco la logica che gli autori del progetto sottolineano: una nuova società molto più snella di quella attuale ma non ridimensionata, alla fine il fatturato sarà di circa 4,7 miliardi. Come ora. La formula è quella del «carrier nazionale», modello Iberia o Sas. «Focus su destinazione Italia», hanno spiegato ai soci. Che vuol dire riconquistare quegli spazi persi in questi anni, dove il turismo italiano rappresenta il 29% del traffico. Ma è sugli aerei che si gioca un altro momento industriale del rilancio: «Completo rinnovo della flotta», recita il piano. Che vuol dire scendere da 239 a 158 aerei. L'età dei velivoli che ora viaggia sui 12 anni dovrà scendere a 8 anni, come per gli altri concorrenti. Vengono dimezzati anche i modelli, adesso sono nove, si scende a quattro in modo da poter razionalizzare sui costi della manutenzione, 121 saranno Airbus. Ma alla fine la Nuova Alitalia sarà molto più piccola di quella attuale? A leggere i numeri no: il fatturato resterà stabile. Con una differenza. Adesso i costi delle strutture centrali viaggiano al ritmo doppio rispetto ai concorrenti, a fine piano si scenderà dal 9 al 4%. Come? Uno dei passaggi sarà l'aumento delle ore di volo, che adesso sono circa 550 all'anno (650 per Lufthansa). L'anno prossimo si punta a salire a 650, per arrivare a 700-750 a fine piano. Ed è proprio questo uno dei passaggi più delicati del progetto industriale, il negoziato con le parti sociali. Perché una volta deciso il commissariamento della compagnia sarà la newco, appena battezzata Compagnia aerea italiana, a farsi avanti con un'offerta d'acquisto sul perimetro delle attività della Nuova Alitalia. Fuori, cioè nella cosiddetta bad company dovrebbero restare una cinquantina di aerei e le attività che non verranno più svolte internamente, come i call center o la manutenzione pesante. Poi il punto più sensibile: il numero degli esuberi, nella società in amministrazione straordinaria resteranno dalle 5 alle 7 mila persone. Per tutto il resto, come il cargo, si lavorerà alla ricerca di joint venture. Un percorso che quindi porterà al taglio dei costi per poter arrivare all'equilibrio finanziario in 3 anni. Un piano industriale che dunque separa i destini della bad company e della nuova società che nascerà dalle ceneri della vecchia Alitalia. Alle condizioni che i soci hanno fissato: l'accordo sindacale, il mantenimento dei diritti di volo e la deroga Antitrust che il governo può concedere alla fusione con Air One. Un macchina che scatterà un istante dopo il commissariamento. Con la lettera dell'offerta. Nicola Saldutti

28 agosto 2008

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