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Diciamo anche che stanno "giocando" con la politica monetaria ed il debito pubblico una partita che, se va male, l'Argentina sembrerà Disneyland e la Grecia Mirabilandia.

Il Giappone è un grandissimo paese produttivo : non andrà male, anzi.....chiedere a Toyota , per cominciare...

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Bah...io non ci capisco più una mazza !!

22 maggio 2013 - ore 10:07

Controinchiesta, ovvero una lettura laica dell’affaire Mps

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A gennaio, nemmeno cinque mesi fa, il Monte dei Paschi di Siena era la culla della “finanza opaca e massonica” (Fatto quotidiano), lì dove si stava realizzando “la nuova Tangentopoli che sta terremotando l’Italia”, o così almeno si leggeva su Repubblica. Lunedì scorso invece, sullo stesso quotidiano del gruppo Espresso, le perdite trimestrali di Rocca Salimbeni sono state descritte molto più pacatamente, anzi con un pizzico di enfatica benevolenza: “Poche volte 100 milioni euro persi con tanto sollievo”. Perdite che generano sollievo, quelle della banca che dall’aprile 2012 è guidata da Alessandro Profumo, insomma. Ancora: nemmeno cinque mesi fa, molti osservatori italiani - a destra come a sinistra - si scoprirono liberisti tutti d’un pezzo, ansiosi di fare piazza pulita del “groviglio armonioso” senese, quell’intreccio decisamente italiano (e quantomeno inefficiente) tra fondazione bancaria, istituto di credito, enti, associazioni e istituzioni varie, che in realtà non caratterizza soltanto la città di piazza del Campo. Dopo cinque mesi, oggi i toni si fanno più miti: la Fondazione che controlla il 33,5 per cento di Mps riappare d’un tratto più legittimata, addirittura lungimirante nella sua “scelta” di diluire la sua partecipazione azionaria, avendo “il più grande interesse a sorvegliare e condividere - scrive sempre Repubblica - la scelta del prossimo azionista forte”. Ma cosa è cambiato davvero in questi cinque mesi? Meno di quanto sembri dalla lettura dei giornali (dove l’affaire Mps appare e scompare in maniera carsica) o dalla visione dei telegiornali (dove di Mps non si parla praticamente più).

Il punto è che sulla vicenda Mps, come dimostra l’inchiesta di Alberto Brambilla pubblicata in queste pagine, cinque mesi fa si è messo in moto un circo mediatico-giudiziario affatto nuovo nella storia recente del nostro paese. Ora la bolla mediatica, gonfiata per settimane a suon di titoli pirotecnici, numeri a casaccio e dichiarazioni poco meditate, si è ridimensionata con il tempo, e addirittura il rischio è che se ne gonfi un’altra nella direzione opposta: dopo i “cattivi” della vecchia gestione, nelle cui mani anche un’operazione classica di finanza derivata (al di là del risultato) assumeva a prescindere contorni diabolici, arrivano i “buoni” del nuovo management, nei cui libri contabili anche le perdite provocano “sollievo”. Nel frattempo, cosa resta davvero di tutta questa orchestrazione, alimentata pure dalla ricerca spasmodica di pistole fumanti che dimostrassero già in campagna elettorale un inciucio (magari un po’ delinquenziale) tra Pd e Pdl? Sensazionalismi a parte, come spiega per esempio Brambilla, il sequestro di 1,8 miliardi di euro depositati da Mps in favore della banca d’affari giapponese Nomura a titolo di garanzia del finanziamento ricevuto, sequestro voluto dalla procura di Siena ma che il gip ha respinto – in attesa che il tribunale nei prossimi giorni decida definitivamente cosa accadrà – rischia di condizionare in peggio il clima nel quale si svolgono regolarmente queste operazioni in Italia. Quale banca internazionale, un domani, si fiderà di compiere operazioni simili e chiedere per queste una normale contropartita? Come se fare affari in Italia non fosse già oggi abbastanza complicato. Senza contare che Nomura è “banca sistemica” per il nostro paese, acquirente dei nostri bond statali per conto del governo giapponese, e quindi questa richiesta della magistratura potrebbe avere contraccolpi finora nemmeno immaginati.

Come ha già dimostrato il caso del dibattito sugli “esodati”, nel corso del quale abbiamo assistito per mesi all’uso estensivo e truffaldino di un termine tecnico nel tentativo di scardinare la riforma Monti-Fornero delle pensioni, oggi una lettura più distaccata e demistificatrice del caso Mps è quanto mai necessaria. Ne va dell’igiene intellettuale del nostro dibattito pubblico. Il che non vuol dire, ovviamente, non continuare a seguire le vicende giudiziarie e operative del Monte dei Paschi, e più in generale di un modo di fare banca tutt’altro che impeccabile, anzi spesso clientelare e inefficiente (altro che “piccolo è bello” o “territoriale è bello”, come si sentiva dire durante la caduta degli dèi di Wall Street, oggi praticamente già tornata ai fasti pre crisi). Come ripetono in molti, infatti, la strada per evitare la nazionalizzazione dell’istituto presieduto da Profumo è stretta, strettissima.

Entro il 17 giugno, l’Unione europea dovrà ricevere il piano di ristrutturazione di Mps, per poi decidere se autorizzare definitivamente o meno i 4 miliardi di euro di Monti bond. Trattandosi di un potenziale salvataggio pubblico (già deciso dall’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, per rafforzare la patrimonializzazione di Mps prima ancora che emergesse la vicenda dei derivati, della “banda del 5 per cento”, e via dicendo), esistono delle linee guida da osservare, per esempio sul tetto ai compensi dei manager e in generale sul piano industriale messo in campo. Un altro “tetto” che dovrà saltare sarà quello del 4 per cento per il diritto di voto degli azionisti; questo limite, contenuto nello statuto e valido per tutti eccetto che per la Fondazione Mps, ha garantito finora il dominio dell’ente no profit - e quindi della politica locale e nazionale - nell’istituto di credito. Con l’abolizione di tale limite, anche la “senesità” della banca non sarà più garantita a lungo, considerato pure che il presidente Profumo non ha fatto mistero di cercare “un socio forte” per rafforzare l’istituto. Non è detto che questo passaggio, per quanto necessario, sia indolore, anzi: come ha scritto Cesare Peruzzi in un articolo sul Sole 24 Ore, infatti, “a rallentare i tempi per sciogliere questo nodo che tutti sembrano voler affrontare, dalla Banca alla Fondazione, sono considerazioni di opportunità politica in sede locale, dove a fine maggio si voterà per eleggere il nuovo consiglio comunale e il nuovo sindaco. Un bel pasticcio”. Le vicende giudiziarie, poi, non potranno comunque funzionare da esimente per un istituto che, complice una gestione deficitaria, si trova oggi a pagare allo stato un milione di euro al giorno per gli interessi sui Monti bond. Se la banca non riuscirà a generare sufficiente cassa nei prossimi mesi, la restituzione delle risorse pubbliche diventerà impossibile, e quindi il Tesoro entrerà nell’azionariato. Allora le esagerazioni mediatiche di oggi potrebbero sembrare piccola cosa.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

di Marco Valerio Lo Prete@marcovaleriolp

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EDILIZIA, APPELLO A LETTA - In un passaggio della sua relazione, Squinzi ha sottolineato che settore dell'edilizia è uno «specchio del dramma che sta attraversando la società italiana» E poi ha rivolto direttamente al premier Enrico Letta il suo appello : l'edilizia vive «una crisi tanto profonda da sottoporre al governo, ed a lei signor presidente, la richiesta di un intervento speciale di filiera per salvare un volano fondamentale nell'economia del Paese».

Qualcuno mi ricorda in che settore opera Squinzi?

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L'edilizia può vivere di rendita per i prossimi 20 anni.

Pensiamo a settori strategici che impattano l'export piuttosto.

Sassuolo merda è già stato detto?

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L'edilizia può vivere di rendita per i prossimi 20 anni.

Pensiamo a settori strategici che impattano l'export piuttosto.

Sassuolo merda è già stato detto?

Deve impattare l'occupazione. In positivo ovviamente.

Che impattino l'export o meno fottesega, potremmo anche produrre in casa e ridurre l'import.

E lo deve fare in modo vero e produttivo, basta disoccupati e cassintegrati.

Il futuro passa da qui molto più che dall'IMU

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Lo metto qui ; ma possibile che per ogni tentativo di innovazione in questo paese arriva un cazzi di ricorso e un cazzi di tribunale che ferma tutto ??

Nel merito, io ero assolutamente d' accordo con la proposta del Poli ....

Il caso

No all'inglese come lingua esclusiva

Il Tar ferma il Politecnico

Accolto il ricorso dei professori contrari alla svolta dell'università

Il caso

No all'inglese come lingua esclusiva

Il Tar ferma il Politecnico

Accolto il ricorso dei professori contrari alla svolta dell'università

No all'inglese come lingua esclusiva all'università. Questa scelta «incide in modo esorbitante sulla libertà di insegnamento e sul diritto allo studio». Lo slancio in avanti del Politecnico di Milano, che l'anno scorso aveva annunciato «solo lezioni in inglese dal 2014», è stato fermato dai giudici del Tar che hanno accolto ieri il ricorso presentato da un centinaio di professori dell'ateneo. Difeso il primato della lingua italiana sancito dalla Costituzione, anche per l'insegnamento nelle nostre università.

Il rettore Giovanni Azzone era pronto a escludere l'italiano dalle lauree specialistiche e dai dottorati, «per un ateneo internazionale», «per formare professionisti pronti per un mercato globale». È di un anno fa la delibera del senato accademico sull'uso esclusivo dell'inglese annullata ieri. E lo scontro era stato immediato. Subito gli appelli contro, firmati da trecento professori del Politecnico, un fronte trasversale da ingegneria ad architettura. Poi, a luglio, il ricorso al Tar. E ieri la sentenza che annulla la delibera di maggio 2012. «Accoglie in pieno le nostre ragioni. Dimostra tutta la lesività della decisione impugnata. È una vittoria non soltanto nostra, è una vittoria della ragione e della cultura», dice Maria Agostina Cabiddu, che è docente di diritto amministrativo al Politecnico ed è anche l'avvocato dei ricorrenti.

Il primo annuncio del rettore ingegnere Giovanni Azzone con l'allora ministro Francesco Profumo era stato all'inizio del 2012. «Lezioni solo in inglese entro due anni». «Perché dobbiamo formare capitale umano di qualità in un contesto internazionale per rispondere alle esigenze delle imprese e a quelle degli studenti che chiedono di essere pronti per un mercato mondiale del lavoro», la motivazione del rettore. E aveva spiazzato molti, dentro e fuori dal Politecnico. Sull'esclusione dell'italiano subito un vivace dibattito. Voci diverse, dagli atenei all'Accademia della Crusca. Lo slancio forte, verso l'internazionalizzazione divideva i professori, anche in un ateneo che conta già oltre venti corsi di laurea e altrettanti dottorati in inglese. Il punto critico? La scelta obbligata. Insegnare e imparare «esclusivamente» in una lingua diversa. Eliminare l'italiano. La svolta del Politecnico incide sulla libertà di insegnamento e sul diritto allo studio, si legge nella sentenza dei giudici amministrativi. Erano gli argomenti forti del partito contro. Un conto è conoscere una lingua straniera, altro è tenere lezioni ed esami. «Abbasserebbe la qualità della formazione», una delle obiezioni.

E ancora, non tutti i docenti sono pronti. E non tutti gli studenti. Il preside di Architettura, Pier Carlo Palermo, aveva parlato di «accelerazione rischiosa». Il rettore Azzone intanto aveva fatto partire corsi di inglese intensivi per i professori, con tanto di esamini periodici. «Ma insegnare la materia in un'altra lingua non è come preparare una relazione per un convegno», dice Cabiddu. «E internazionalizzazione non è inglesizzazione». In architettura per esempio non è quella la lingua madre. Storia dell'arte ha più senso studiarla in italiano. Un'altra osservazione: «È giusto diffondere la conoscenza di lingue straniere ma anche diffondere la cultura italiana all'estero». Poi. La centralità della lingua italiana è tutelata dalla Costituzione, l'altro principio ribadito dai giudici del Tar.

Ora è tutto fermo, si va avanti con il bilinguismo. Dopo il triennio resiste il doppio binario dei corsi nelle due lingue, per le magistrali e per i dottorati. «E ci auguriamo che gli organi di governo dell'ateneo decidano di non presentare appello», dicono i ricorrenti.

Federica Cavadini24 maggio 2013 | 9:12© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Secondo me il bilinguismo è la scelta più logica, obiettivamente.

Quello che è fondamentale è formare ingegneri italiani che possano lavorare in o con imprese straniere dal primo giorno ed attrarre al Poli studenti e docenti che non parlano italiano.

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Secondo me il bilinguismo è la scelta più logica, obiettivamente.

Quello che è fondamentale è formare ingegneri italiani che possano lavorare in o con imprese straniere dal primo giorno ed attrarre al Poli studenti e docenti che non parlano italiano.

Ma guarda.....posso concordare...mi piacerebbe però sapere quanto sia EFFETTIVAMENTE operativo e reale il bilinguismo oggi...

Resta però valida la mia considerazione sul continuo ricorso ai tribunali con relativi , costanti, stop a qualsiasi cambiamento...

Edited by ROOSTERS99
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Vediamo che succede qui :

24 maggio 2013 - ore 16:15

Il referendum di Bologna e il "disastro" della scuola

Domenica gli abitanti di Bologna sono chiamati a votare un referendum cittadino sul finanziamento alle scuole dell'infanza. Se ne è scritto e detto molto, in questi giorni. Un riassunto abbastanza imparziale di quello che è in gioco lo ha fatto il Post e lo trovate qui.

Dal referendum di domenica non dipendono soltanto le sorti dei bambini bolognesi (i quali nel caso di una vittoria del fronte che vuole abolire il milione di euro all'anno di finanziamento alle paritarie private non troverebbero per la maggior parte posti in quelle statali e comunali, sia chiaro), ma anche quelle delle scuola italiana in generale. L'idea nemmeno troppo nascosta, infatti, è quella di usare un'eventuale vittoria di chi vuole abolire i finanziamenti alle paritarie come grimaldello per riportare il dibattito a livello nazionale.

Dibattito che è antico, e nasce da interpretazioni parziali della Costituzione da parte di chi sostiene che le scuole paritarie gestite da privati (che sono pur sempre pubbliche, è bene ricordarlo) non dovrebbero ricevere nemmeno un centesimo dallo stato.

Chi ama così tanto lo stato da volerne difendere a tutti i costi l'esclusiva nel campo dell'educazione si dimentica che in questo modo lo manderebbe al collasso: restando all'esempio bolognese, i 1.730 bambini che frequentano le scuole dell'infanzia paritarie private costano allo stato 600 euro ciascuno, mentre nelle scuole comunali la spesa media per bambino è di circa 6.900 euro.

Moltiplicate queste cifre e avrete una idea del costo che è per lo stato mandare a scuola i ragazzi italiani.

Basterebbe questo discorso per far capire ai sostenitori dell'abolizione del finanziamento alle paritarie che, se anche i pochi fondi ad esse destinate venissero girati tutti alle statali, non basterebbero a rispondere all'esigenza delle famiglie di educare i propri figli in età scolare.

Il punto naturalmente è un altro, ha origini ideologiche e nella quasi totalità dei casi pesca in un sentimento di opposizione alla chiesa cattolica. Come noto in italia la maggior parte delle scuole paritarie hanno ispirazione cattolica che, pur rispettando in pieno le linee guida ministeriali in campo di programmi e obiettivi, tendenzialmente cercano di dare un taglio cattolico all'educazione.

E' questo che molti non riescono a sopportare, a costo di limitare la libertà dei genitori di scegliere per i figli quel tipo di educazione.

Si arriva al paradosso, provocatoriamente evidenziato da Vittorio Feltri sul Giornale qualche giorno fa, che i genitori che iscrivono i figli alle scuole paritarie pagano due volte: con le tasse la scuola statale, che non usano, e con la retta la scuola paritaria, che ha il merito di "alleggerire" lo stato di individui per cui probabilmente non avrebbe neanche posto.

Senza giungere agli estremi di personaggi quali Corrado Augias e Piergiorgio Odifreddi, che si sono schierati a favore dell'abolizione dei finanziamenti alle paritarie di Bologna dicendo che "il Papa e i preti insegnano cose medioevali" e "dovrebbero fare catechismo", questo è il sentimento diffuso di chi ha un'avversione per tutto ciò che non sia educazione di stato: la chiesa si occupi delle preghiere – dicono – al massimo di qualche calcio al pallone in oratorio (ma senza esagerare) e del catechismo per chi vuole. Al resto ci pensa lo stato.

Un'idea che, oltre a essere contro la libertà di espressione, è economicamente insostenibile.

Se alla già disastrata scuola italiana si togliesse anche il poco che le paritarie riescono a fare, si assisterebbe al collasso dell'intero sistema.

Per capire questo non serve essere cattolici praticanti, né amici di Ruini.

Basta usare un minimo l'intelligenza, come hanno fatto molte personalità in questi giorni, schierandosi apertamente per il mantenimento del finanziamento agli asili paritari di Bologna.

Oggi si è chiaramente espressa il ministro dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, che sul suo profilo Facebook e parlando a Radio24 oggi ha usato parole sensate e intelligenti sull'argomento, chiedendo più fondi per le scuole statali (e ci mancherebbe) ma anche di salvare l'accordo che da tanti anni funziona così bene nel capoluogo emiliano.

"Le scuole paritarie – ha detto il ministro – coprono una parte degli studenti italiani e offrono un servizio pubblico. Se togliessimo questi soldi metteremmo in grave difficoltà queste scuole e molti bambini non avrebbero accesso alla scuola. Sarebbe un disastro, tra l’altro i 500 milioni circa di finanziamento alle scuole paritarie sono una parte dei 40 miliardi di spesa per la scuola pubblica. Sono una piccola parte, che però copre laddove il sistema delle scuole statali non riesce ad arrivare. Soprattutto sulla scuola dell’infanzia sulla quale siamo deboli e sulla quale dovremmo tornare ad investire".

E ancora: "Davanti a queste esigenze pressanti, e davanti a un sistema educativo come quello bolognese che in una sussidiarietà positiva ha trovato un’occasione di allargamento di opportunità per tutti, con risultati di eccellenza testimoniati dalle esperienze e dalle statistiche, il dibattito sul referendum di domenica 26 maggio di Bologna sembra privilegiare soprattutto le esigenze politiche e i diversi posizionamenti ideologici, piuttosto che gli interessi dei bambini. A volte, in queste discussioni, la prima impressione è che ci si dimentichi di loro con troppa leggerezza: la sacrosanta battaglia per una scuola pubblica più forte non si può vincere mettendosi contro chi cerca di dare un posto a tutti i bambini".

"Penso che dovremmo tutti imparare, in questi giorni, dal buon senso che Romano Prodi ha espresso nella sua posizione, evidenziando che l’accordo attuale ha funzionato per anni e ha permesso di ampliare il numero di bambini ammessi alla scuola dell’infanzia, che nel sistema integrato bolognese fra scuole comunali, scuole statali e paritarie riesce a coprire ben il 98 per cento della domanda. Per queste ragioni, pur nel rispetto di tutte le posizioni, come ministro dell’Istruzione punto a un buon governo pubblico del sistema attuale. Inoltre, non ritengo che la vicenda bolognese debba essere trasformata in una bandiera nazionale".

La speranza dunque è che domenica a Bologna vinca questa posizione ragioneveole e sensata ben espressa dal ministro (e da parecchi sindaci tendenzialmente di sinistra dei comuni in cui accordi del genere già da tempo ci sono, proprio a partire da quello di Bologna). Anche se non sarebbe la prima volta che in Italia i preconcetti ideologici riescono a rovinare qualcosa che – almeno un poco – funziona.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

di Piero Vietti – @pierovietti

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Discorso condivisibile a parte le cifre riportate che non possono essere paragonate, per il concetto di costo marginale.

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A me un pochino spiace.

M5S per crescere dovrebbe passare dal fare esperienza nei governo locali, magari costretto ad accordi con altri.

Invece ci ritroviamo ad avere il 40% di astensionismo, un 10% di un movimento che rimane di pura protesta e nessuna prospettiva in caso di elezioni nazionali.

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Opposizione o alleanza coi vincitori no?

In un partito tradizionale, M5s fa solo opposizione...potrebbe avere sindaci nei comuni piccolimamsistema maggioritario, si comincia dal basso ma i sndaci servono per fare esperienza...

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la caccia alla «talpa» in attesa della resa dei conti

Lombardi ai suoi: «Chi fa la spia è una merda»

Mail della capogruppo del M5S ai deputati grillini:«Grazie agli stronzi che fanno uscire tutto, mi è passata la poesia»

la caccia alla «talpa» in attesa della resa dei conti

Lombardi ai suoi: «Chi fa la spia è una merda»

Mail della capogruppo del M5S ai deputati grillini:«Grazie agli stronzi che fanno uscire tutto, mi è passata la poesia»

lombardi2--140x180.JPG?v=20130529204935Roberta Lombardi (Imagoeconomica)

E' ormai caccia alla talpa, al traditore, al nemico interno che ti ascolta imperturbabile. E che poi spiffera tutto all'avversario più odiato: il giornalista. Il Movimento 5 stelle è praticamente sotto «assedio» e tu, deputato che fai la spia con i giornalisti, «sei una merda, chiunque tu sia». Firmato, Roberta Lombardi. È l'ultima mail inviata dalla capogruppo M5S alla Camera ai deputati grillini, come rivela il quotidiano «Europa» sul suo sito. Mail che viene confermata dalla stessa Lombardi su Facebook: « L'ho scritto e lo ribadisco: chi tra i deputati passa mail del gruppo e stralci di riunioni dell'assemblea alla stampa togliendoci anche la libertà di parlare tra noi tranquillamente è una m.... Notiziona eh?».

LA MAIL - Alla vigilia dell'assemblea congiunta di deputati e senatori 5 stelle, in cui i grillini dovranno discutere del tracollo del movimento alle ultime elezioni comunali, così la capogruppo Lombardi si rivolge ai suoi: «Volevo scrivervi qualcosa per condividere con voi questa specie di assedio a cui siamo sottoposti, ma grazie allo stronzo/i che fanno uscire tutto quello che ci scriviamo o diciamo sui giornali, mi è passata la poesia. Grazie per averci tolto anche la possibilità di parlarci in libertà. Sei una merda, chiunque tu sia. R.».

LA POLEMICA - Dopo che il testo della mail è stato reso noto, con tanto di insulti alla «spia», la Lombardi rincara la dose. E torna a polemizzare con la stampa che sarebbe sempre a caccia di retroscena sul Movimento. «Mentre la Commissione Ue ci fa fintamente uscire dalla procedura di infrazione ma ci commissaria ancora una volta - scrive sul social network- mentre il governo guadagna tempo con finte riforme costituzionali, posticipo dell'Imu con caos nelle dichiarazioni e traccheggiamenti su aumento Iva, mentre 1 azienda italiana al minuto chiude, la notizia del giorno è la Lombardi che scrive che chi da mesi passa mail riservate e manda sms in tempo reale durante le nostre riunioni alla stampa è una m.... Ma che notizia è???». Comunque «l'ho scritto e lo confermo» conclude.

29 maggio 2013 (modifica il 30 maggio 2013)

corriere.it

Edited by ROOSTERS99
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Ma......come ?? :doh[1]: :doh[1]: :o :o

Politica

30/05/2013

Grillo attacca Rodotà: “Un miracolato”

Il leader del M5S scrive ai “maestrini dalla penna rossa”: «Bersani ha perso più di Cadorna, Renzi e statista sgonfiato». E su Civati: «Vorresti lanciargli un bastone da riporto»

«Dopo le elezioni comunali parziali che storicamente, come qualsiasi asino sa, sono sempre state diverse come esito e peso rispetto a quelle politiche, c’è un fiorire di maestrini dalla penna rossa. Sono usciti dalle cantine e dai freezer dopo vent’anni di batoste e di vergogne infinite del loro partito, che si chiami pdmenoelle o Sel, non c’è differenza». Lo scrive Beppe Grillo sul suo blog, in un post dal titolo “i maestrini dalla penna rossa” in cui se la prende tra gli altri con Stefano Rodotà dopo la sua intervista di stamattina proprio sul M5S. «In prima fila persino, con mio sincero stupore, un ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi a cui auguriamo una grande carriera e di rifondare la sinistra -si legge ancora-. È tornato in grande spolvero il supercazzolaro che non sa nulla né di Ilva, né degli inceneritori concessi alla Marcecaglia, è come le vecchie di “Bocca di Rosa si sa che la gente da buoni consigli/ se non può più dare cattivo esempio». Grillo prosegue: «C’è poi lo smacchiatore di Bettola in grande forma che spiega, con convinzione, che la colpa del governo delle Larghe Intese è del M5S quando il pdmenoelle ha fatto l’impossibile per fottere prima Marini e poi Prodi e non ha neppure preso in considerazione Rodotà. Beli’n, questo ha perso più battaglie del general Cadorna a Caporetto e ci viene venduto da Floris come Wellington a Trafalgar».

Grillo prosegue: «I maestrini dalla penna rossa sono usciti dal libro Cuore, impersonano però Franti e non Garrone. Mentono agli elettori, fanno inciuci, usano la fionda contro i passerotti e poi nascondono la mano». «Renzie, lo statista gonfiato, imperversa con le sue ricette e le critiche al M5S su tutti i canali televisivi preda di compiacenti cortigiane come la Gruber -scrive ancora il fondatore del M5S-. Renzie non è più sindaco di Firenze da tempo, è diventato un venditore a tempo pieno di sé stesso. Vende in giro un sindaco mai usato, come nuovo. Persino Topo Gigio Veltroni è stato riesumato per discettare delle elezioni, forte della sua esperienza di averle perse tutte, ma proprio tutte». «E poi c’è la claque, quella cattiva e quella buona, quella che attacca a testa bassa, la cui esponente è la Finocchiaro che vuole fuorilegge il M5S, accampata in Parlamento da 8 legislature, e quella buona, alla Pippo Civati, che ha votato Napolitano, non ha fatto i nomi dei 101 che hanno affossato Prodi, che vive in un partito che succhia da anni centinaia di milioni di finanziamenti pubblici, ma però è tanto buonino -conclude Grillo-. Lo vorresti adottare o, in alternativa, lanciargli un bastone da riporto. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi del M5S, pagliuzza che spesso non c’è neppure, e non hanno coscienza della trave su cui sono appoggiati».

Edited by ROOSTERS99
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Anche quest'anno organizzo con due o tre amici operai la solita cena di solidarietà per aiutare i gioiellieri in difficoltà economiche.

Se volete partecipare, fatemi sapere.

Mi raccomando, ci sarà un ingresso piuttosto caro. Quindi preferiti sarebbero impiegati, insegnanti, muratori. Gente insomma con ampia disponibilità.

  • 2 weeks later...
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AFGHANISTAN

Attentato a La Rosa, Mauro alla Camera: «Profonda amarezza per quest'aula vuota»

L'informativa urgente sulla morte del capitano messinese: «La missione prosegue. Arrestato l'attentatore: è un ventenne»

AFGHANISTAN

Attentato a La Rosa, Mauro alla Camera: «Profonda amarezza per quest'aula vuota»

L'informativa urgente sulla morte del capitano messinese: «La missione prosegue. Arrestato l'attentatore: è un ventenne»

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Il ministro Mario Mauro parla alla Camera dei deputati«Provo un'amarezza profonda, a fronte di quello che è accaduto, nel vedere quest'aula vuota». Così il ministro della Difesa, Mario Mauro, ha iniziato la sua informativa urgente sul grave attentato in Afghanistan che ha causato la morte del capitano Giuseppe La Rosa.«A chi dovrebbe guardare la politica in Italia - ha proseguito il ministro - se non a un uomo come Giuseppe La Rosa per comprendere la grandezza della propria missione?». L'attacco terroristico che sabato scorso ha provocato la morte del capitano Giuseppe La Rosa, sabato scorso a Farah in Afghanistan, «conferma purtroppo che non è possibile azzerare completamente i rischi per i nostri militari, nonostante la validità delle procedure operative seguite e degli equipaggiamenti utilizzati».

Edited by ROOSTERS99
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13 giugno 2013 - ore 06:59

Si scoperchia Palermo, finalmente

Messineo, Ingroia, la Trattativa. Il Csm comincia a svelare il bluff

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L’ultimo suo grido di vittoria risale a una ventina di giorni fa quando il tribunale di Milano aveva scandalosamente condannato a un anno di carcere senza condizionale tre giornalisti di Panorama, tra i quali il direttore e Andrea Marcenaro, colpevoli di avere scritto che lui, Francesco Messineo, procuratore di Palermo, era un capo debole, “privo di carisma”, e che il vero padrone dell’ufficio era in realtà il suo vice, quell’Antonio Ingroia che, dopo avere indagato per una decina d’anni sulla fantomatica trattativa tra stato e mafia, aveva pensato bene di mettere a frutto la popolarità costruitagli attorno dagli amici giornalisti e di candidarsi, come Bersani o Berlusconi, a capo del governo. Ma ieri mattina, all’improvviso, la traboccante alterigia del dottor Messineo ha dovuto subire una battuta di arresto. Perché il Csm, dopo una lunga istruttoria, ha deciso di avviare nei suoi confronti la procedura per il trasferimento di ufficio. Una procedura pesantissima con accuse che, manco a dirlo, sembrano tratte dall’articolo pubblicato da Panorama. Solo che l’organo di autogoverno dei giudici le ha messe insieme dopo avere ascoltato le testimonianze dei magistrati in forza alla procura.

Secondo il Csm, Messineo non ha gestito in questi ultimi anni l’ufficio “con la necessaria indipendenza” perché “troppo condizionato” da Ingroia. In che modo? La prima commissione di palazzo dei Marescialli non è entrata ufficialmente nel merito e la prima audizione di Messineo, invitato a presentarsi con il proprio difensore, è prevista per il 2 luglio. Fonti non uffciali ricordano però come Ingroia fosse quasi sempre e quasi per caso il titolare delle inchieste che, per un motivo o per un altro, creavano in Messineo non pochi motivi di imbarazzo: un giorno, per esempio il pm della Trattativa ha scoperto che il cognato del suo capo era impigliato in una brutta storiaccia di mafia, lo ha rinviato a giudizio ma non ne ha fatto un dramma né ha convocato i giornalisti; oppure ha scoperto che il procuratore in persona parlava un po’ troppo al telefono con un suo amico inquisito, ma non ha gridato subito allo scandalo né ha informato il suo fraternissimo amico e manettaro del Fatto: anzi, se l’è presa comoda e ci ha pensato su cinque mesi prima di tirare fuori le scottanti intercettazioni dai cassetti e inviarle alla competente procura di Caltanissetta perché ne traesse le conseguenze.

Per il Consiglio superiore della magistratura l’affaire Messineo non sarà comunque una passeggiata. Primo: perchè il “difetto di coordinamento” nel lavoro della procura avrebbe avuto come “consguenza la mancata cattura” del temutissimo boss latitante Matteo Messina Denaro, l’erede di Totò Riina e di tutti i sanguinari “corleonesi”. Conseguenza devastante, ovviamente, che potrebbe anche configurare ben altre responsabilità, oltre quella semplicemente amministrativa: per molto meno e senza prove valorosi ufficiali dei carabinieri sono stati messi alla gogna e sotto processo. Secondo: perché affondare le mani nel ventre molle della procura di Palermo significa alzare il coperchio di una pentola dalla quale, per parecchi anni, si sono sprigionati molti veleni. E significa soprattutto trovarsi di fronte a una matassa intricata di rancori e risentimenti, di faide acuminate e di reciproche coperture. Basti pensare che il Csm dovrà affrontare contemporaneamente altre due richieste di procedimento disciplinare a carico di Ingroia: l’ultima l’ha avanzata l’altroieri il pg della Cassazione, Gianfranco Ciani, dopo avere constatato che il pm della Trattativa, trasferito ad Aosta in seguito al clamoroso flop elettorale, continua smaccatamente a svolgere attività politica e a incassare puntualmente, pur senza prestare servizio, il suo stipendio di magistrato.

Un fatto esecrabile, certamente. Ma non il più grave. Anche se il Csm riuscirà a stroncare la vergogna di uno stipendio pagato “ a sbafo”, bisognerà vedere come la “disciplinare” del Consiglio superiore giudicherà i metodi utilizzati da Ingroia per tenere sotto scacco Messineo e non incontrare di conseguenza alcun ostacolo nella costruzione della mastodontica inchiesta sulla Trattativa. Una inchiesta, ricordiamolo, costruita per lo più negli studi televisivi e sulle pagine dei giornali con l’obiettivo non secondario di lanciare l’ambizioso pm, con il suo servizievole corteo di velinari e pataccari, nelle dorate praterie della politica. Gli elettori, per fortuna, hanno capito il gioco e l’hanno bocciato. In malo modo. Ma un organo costituzionale serio come il Csm non può fare finta che a Palermo, in questi ultimi anni, non sia successo nulla di grave e preoccupante.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

Edited by ROOSTERS99

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