tatanka Posted November 23, 2009 Posted November 23, 2009 Certo che pensavo...se Cassinetta e' in effetti "uno dei laboratori Whirlpool più importanti a livello mondiale" io...cosa ci faccio qua? Certo che pensavo...se Cassinetta e' in effetti "uno dei laboratori Whirlpool più importanti a livello mondiale" io...cosa ci faccio qua? Caxxo, se posti dalla Cina c'è l'eco. Non l'avrei mai detto.
ROOSTERS99 Posted December 9, 2009 Author Posted December 9, 2009 9 dicembre 2009 Il global warming è una grande fonte di rendite economiche Gira e rigira, le proposte per “salvare il mondo” sono nuove tasse. Ecco che cosa ne pensano gli economisti Ci sarà un economista a Copenaghen? Se ci fosse, probabilmente non sarebbe a proprio agio, di fronte ai toni ora apocalittici, ora messianici di questi giorni. Non sarebbe colpito favorevolmente dallo spot con la bambina che sogna un mondo a metà strada tra il pianeta Tatooine e l’era post atomica di Mad Max. Preferirebbe le vecchie, noiose, rassicuranti cifre: i numeri che alimentano i suoi modelli e che dai suoi modelli sono prodotti. Quando si parla di clima, gli economisti ci tengono a precisare che di scienza non si occupano. Prendono per buone le previsioni degli scienziati, e nel dubbio fanno i pessimisti. Non sempre, per la verità: sul blog Noisefromamerika.org, Aldo Rustichini (University of Minnesota) ha passato al setaccio le evidenze sul riscaldamento. L’ex capo economista dell’Ocse, David Henderson, ha sostenuto su “World Economics” che è sbagliato ignorare il dibattito scientifico, perché si finisce per sottovalutare le incertezze: un tema sottolineato anche da Vaclav Klaus, economista più che politico (“Pianeta blu, non verde”, IBL Libri). E ieri, sul Messaggero, Alberto Clò ha invitato a non considerare l’ambiente una “variabile indipendente”, come si faceva una volta per i salari. Queste possono apparire posizioni estreme. Estreme sono pure le tesi di George Reisman: poiché il riscaldamento globale è (al massimo) una colpa collettiva dell’umanità, va considerato alla stregua di “un atto della natura” (“Perché l’ambientalismo fa male all’ambiente”, Rubbettino). All’opposto, stanno quelli per cui l’anidride carbonica è un gas satanico. Ma è nel mezzo che bisogna guardare. La maggior parte degli studiosi sono convinti che esista un problema climatico e che si possa fare qualcosa per affrontarlo. Solo che il “consenso” guarda con rassegnata disapprovazione ai negoziati internazionali. Su una cosa tutti concordano: tagliare le emissioni coi vecchi criteri del “command and control”, come vorrebbe fare in America l’Environmental Protection Agency, non è un’opzione, in punto di efficienza. Quanto al resto, il partito degli economisti studia tre variabili: i costi del riscaldamento globale, e i benefici presunti di un minore riscaldamento; i costi dell’abbattimento della CO2; gli effetti di equità ed efficienza. E’ opinione diffusa che la soluzione migliore, per ridurre le emissioni senza danneggiare la crescita economica, sia una carbon tax il cui gettito sia utilizzato per ridurre altre imposte più distorsive, in modo da contenere la pressione fiscale. Lo statistico canadese Ross McKitrick propone di agganciare la carbon tax alle temperature misurate, in modo da agganciare il clima reale agli sforzi per salvarlo. I politici, invece, preferiscono gli schemi di “cap and trade”, nei quali viene fissato un tetto alle emissioni, lasciando alle imprese la possibilità di scambiare dei permessi e allocare le riduzioni dove costa di meno. Sistemi più facilmente orientabili. Il problema del cap and trade è duplice: da un lato la scarsa trasparenza, che finisce per drenare risorse dall’economia reale verso intermediari finanziari resi necessari da un’architettura tutta politica. Dall’altro, la volatilità dei prezzi della CO2 (in Europa, da quasi zero fino a 30 euro e ritorno) disincentiva gli investimenti. Per questo, fin dal seminale lavoro di Martin Weitzman del 1974, è accettato che, in un contesto di incertezza sui costi marginali, uno strumento di prezzo (la carbon tax) viene preferito a uno strumento di quantità (il cap and trade) se la curva dei costi marginali è relativamente più ripida di quella dei benefici marginali. E’ il caso del global warming: limitare le emissioni costa molto, ma ha un beneficio minimo, perché il riscaldamento dipende dallo stock di CO2 accumulato in atmosfera, non dal flusso annuale. Ugualmente importante è stabilire gli obiettivi corretti: fissare l’asticella troppo in basso può essere insufficiente, ma fissarla troppo in alto è peggio. William Nordhaus, il “decano” tra gli economisti del clima, suggerisce di cominciare con una blanda carbon tax (7 dollari per tonnellata di CO2) e farla crescere gradualmente. Sarebbe così possibile raggiungere il miglior equilibrio tra i costi del riscaldamento globale (inevitabili) e quelli delle politiche per contrastarlo. Al contrario, politiche troppo ambiziose – come quella che Nordhaus definisce “politica Gore” – potrebbero avere impatti devastanti: il costo netto cumulato potrebbe arrivare a ventunomila miliardi di dollari (“A Question of Balance”, Yale University Press). Viceversa, il “business as usual” (cioè “non far nulla”) ha un costo ambientale superiore, ma non di molto, rispetto all’impatto economico della “politica ottima”: con la differenza che l’uno è incerto, l’altra ha costi economici certi nell’immediato e benefici ambientali incerti nel futuro. Fare di più non è la stessa cosa che fare meglio. Del resto, i difensori del cap and trade privilegiano gli argomenti politici. Contro la carbon tax, Paul Krugman ha scritto che “è distruttivo denunciare un programma che possiamo avere [il cap and trade]… a favore di qualcosa che forse non può materializzarsi in tempo per evitare il disastro”. Una sorta di elogio della ragion politica a scapito della purezza intellettuale. Eppure, la maggior parte degli economisti resta convinta del contrario, come dimostra l’impressionante lista raccolta da Greg Mankiw di Harvard sul suo blog sotto l’ironico ombrello del “Pigou Club” (dal nome dell’economista che per primo ha proposto le tasse ambientali per internalizzare i costi esterni). E pesa l’ammonimento di Dieter Helm, voce molto ascoltata a Bruxelles e aperto sostenitore dell’urgenza di “fare qualcosa”, che ha avvertito, dall’autorevole pulpito della Oxford Review of Economic Policy: il riscaldamento globale “sarà probabilmente una delle più grandi fonti di rendite economiche” della storia. Se un economista fosse a Copenaghen, direbbe queste cose. Ma non lo ascolterebbe nessuno. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Carlo Stagnaro
ROOSTERS99 Posted December 10, 2009 Author Posted December 10, 2009 10 dicembre 2009 Copenaghen e dintorni Folco Quilici ci spiega che "un conto è parlare di clima e un altro di ambiente" “Mi meraviglio che ci si meravigli dei cambiamenti climatici”. Folco Quilici da oltre cinquant’anni si occupa del rapporto tra uomo e natura: ha girato il mondo più volte fotografandolo, fermandolo su pellicola e scrivendone in molti libri (l’ultimo, “Terre d’avventura”, è appena uscito per Mondadori). Incontra il Foglio nei giorni in cui a Copenaghen si parla di clima e ambiente come se fossero la stessa cosa e si grida che la soluzione a tutti i problemi è il taglio alle emissioni di CO2. “Il clima è sempre cambiato da quando esiste il mondo – dice il pluripremiato documentarista – Io ho filmato gli insediamenti umani in Groenlandia: abbazie, case e stalle costruite dai vichinghi appena mille anni fa là dove poi in poco tempo le terre sono state coperte da ghiacci alti anche due chilometri”. Non pensiamo che stia accadendo qualcosa di nuovo sul nostro pianeta, avverte Quilici: “Questo non vuol dire che non dobbiamo tagliare i gas nocivi; ma è una cosa che dobbiamo fare più per la nostra salute che per quella della Terra. Non sono le nostre emissioni che sconvolgono il pianeta”. C’è un allarmismo ingiustificato che rischia di portare in direzioni sbagliate: “Il mio maestro, il professor Marinelli, ai tempi dell’isteria per il buco nell’ozono chiedeva: ‘Sappiamo com’era il buco nell’ozono cento o mille anni fa? Che cosa sappiamo?’. E io aggiungo: com’è che oggi non se ne parla più?”. Avendo girato il mondo e avendo visto e studiato come nella storia tanti posti sono cambiati non si meraviglia. Oggi però la vulgata racconta che i cambiamenti avvengono in fretta: “Il Sahara era verde ottomila anni fa, non otto milioni di anni fa, e dai resti trovati si capisce che la desertificazione è avvenuta relativamente in fretta”, spiega Quilici. E’ tutto già successo? “Annibale è venuto a combattere con quaranta elefanti, dove li ha presi nell’Africa di duemila anni fa?”. In cinquant’anni passati tra la Patagonia, il Congo, la Groenlandia e altri paesi, non ha notato questa accelerazione di cambiamenti estremi? “Ma no, c’è un’esagerazione su questo tema. Se usiamo come misura la storia del mondo i cambiamenti sono sempre stati velocissimi”. Bisogna smettere di usare l’uomo come misura di tutte le cose: “I tempi geologici sono diversi – spiega Quilici – O veloci (come le eruzioni dei vulcani che modificano l’atmosfera) o lenti”. Quilici si rende conto che “se non fai un po’ di chiasso è difficile che ti diano retta, ma quello che stanno facendo adesso è contarci balle come si fa con i bambini per non fare loro mangiare la marmellata. E’ fin troppo evidente che ci sono interessi economici e politici enormi”. “Capisco che si esasperino i toni – ammette – anche io all’inizio lo feci parlando dell’inquinamento, ma tutto questo parlare di clima sta facendo dimenticare l’ambiente”. I Cinquant’anni passati a raccontare la “bellezza del creato” hanno contribuito a creare una coscienza più rispettosa dell’ambiente nella gente, ma lo spostare il discorso su CO2 e “lotta al riscaldamento globale” rischia di far dimenticare tutto questo: “I discorsi generali sono pericolosi”, dice. Va benissimo diminuire i gas, ma pensare che questo serva a cambiare il clima di un pianeta che è sempre cambiato rischia di essere miope. Si legge che i pesci scompaiono e diventano più piccoli per colpa del global warming. Balle, secondo Quilici, che di mare se ne intende: “I pesci scompaiono perché li si pesca in modo dissennato, con delle reti che potrebbero avvolgere un DC-8. Dove abbiamo creato aree protette, i pesci si sono moltiplicati”. Non con meno CO2. Lo stesso dicasi per l’Africa, dipinta come verso la fine climatica, e che Quilici conosce bene: “L’Africa è un continente ricchissimo, pieno di acqua, vegetazione e risorse: fermando i gas non arriveranno acqua e cibo, mentre basterebbe distribuirli”. Molti problemi da risolvere “senza isterismi e mistificazioni. La storia lo insegna: la prospettiva con cui vanno guardati questi problemi è quella del mondo, che è molto più forte di qualunque cosa l’uomo gli possa fare”. © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Piero Vietti
ROOSTERS99 Posted December 16, 2009 Author Posted December 16, 2009 15 dicembre 2009 Al Guru e i suoi fratelli Così le comode paure di Al Gore sono diventate le sue scomode verità Ieri l'ex vicepresidente americano è arrivato a Copenaghen Il prima e il dopo, nella storia del messianismo verde globale, è un film del 2004 di Roland Emmerich, The Day After Tomorrow, storia di un’improbabile glaciazione con Dennis Quaid. E’ guardando quella pellicola che all’ambientalista Laurie David viene in mente di fare dell’ecologismo materia di spettacolo. Ne parla con il regista Davis Guggenheim e ha già in mente una star: Al Gore, ex vice di Bill Clinton, la speranza democratica bruciata dalle poche centinaia di voti in più conquistati in Florida da George W. Bush. In quei mesi, Gore gira l’America da un auditorium all’altro e parla di clima. Ma non se ne accorge nessuno. Eppure il messaggio è semplice: fa sempre più caldo, talmente caldo che i ghiacci si sciolgono, le acque salgono e presto inonderanno atolli lontani e città vicine. Pare l’apocalisse, ma – dice lui – è scienza: è l’uomo, con le sue attività industriali, l’artefice del Grande Caldo. Per farne un film, pensano David e Guggenheim, c’è tutto. Ci sono anche i soldi: a procurarli ci pensa lo stesso ex vicepresidente. “Una scomoda verità”, presentato nel 2006 come documentario (ma della tournée di Gore), diventa il manifesto di una nuova fede verde. Il sacro crisma arriva nel giro di pochi mesi: due Oscar nel marzo 2007 e il Nobel per la pace, in autunno, allo stesso Gore e all’Ipcc, l’assemblea politica dell’Onu sul clima. Il nuovo ecomessia è pronto e ha un pedigree di prim’ordine. Nella sua biografia ci sono anche gli otto anni con Clinton, una famiglia di tradizione senatoriale (con il padre, Albert senior, e – dice la leggenda, peraltro non confermata – con un Thomas Gore, nonno materno di Gore Vidal), le primarie finite male dell’88 e quelle mai cominciate, per stare vicino al figlio convalescente, del ’92. Da quando è un guru, Gore non risparmia strali ai miscredenti: gli ecoscettici, chi non crede alle teorie catastrofiste da lui propalate, li chiama “negazionisti”, come quelli che negano l’Olocausto. E aggiunge: “Chi non crede allo sbarco sulla Luna non ha dietro i soldi degli inquinatori”, gli ecoscettici sì. Insomma, prezzolati e nazisti. Eppure, mentre a Copenaghen va in scena il summit che sulla carta avrebbe dovuto far impallidire quello di Kyoto del ’97, a doversi difendere da accuse e sospetti è proprio l’ex numero due della Casa Bianca. Adesso il guru dice che “i negazionisti del cambiamento climatico stanno facendo credere che queste mail abbiano un significato maggiore di quello che hanno”. Però le e-mail ci sono, sono quelle che hanno dato il via al Climategate, lo scandalo dei dati climatici truccati per procurare l’allarme mondiale. E-mail che Gore aveva letto, grazie alla corrispondenza con il capo dell’Ipcc, Rajendra Pachauri. Sono centinaia, ne ha pubblicato stralci il New York Times: in una il professor Michael Mann della Pennsylvania State University dice di aver usato “un trucco per nascondere il declino” delle temperature dal 1981 a oggi. In un’altra Kevin Trenberth, del National Center for Atmospheric Research di Boulder, in Colorado, ammette: “Non possiamo spiegarci la mancanza di riscaldamento” terrestre. Sono alcuni tra gli scienziati citati da Gore in film, libri, conferenze zeppi di paura, catastrofi imminenti, clima che cambia e caldo che uccide e che ora si scopre – ma l’aveva già detto, non ascoltata, l’Alta Corte di Londra due anni fa – sono basati su dati distorti, falsificati. Sono veri, invece, i premi, il messianismo e soprattutto i soldi incassati in questi anni. Se nel 2000 la famiglia Gore aveva un patrimonio di due milioni di dollari, adesso la stessa cifra andrebbe moltiplicata (almeno) per cinquanta. Ci sono gli incassi di “Una scomoda verità”, le conferenze (175 mila dollari ogni volta e poi, per una strana “sindrome”, dove ce n’è una fa sempre freddo o cade la neve) e gli investimenti nei business verdi – lautamente foraggiati dall’Amministrazione Obama grazie all’azione della lobby goriana Alliance for Climate Protection – attraverso il fondo Kleiner Perkins Caufield & Byers. Adesso che non sa più cosa dire, l’ex vicepresidente annulla una conferenza stampa a pagamento (tremila biglietti, in prima fila da 1.209 dollari) in quel di Copenaghen. Dall’Academy Awards, ora, qualcuno già chiede che il leader ambientalista riconsegni l’Oscar. E qualcun altro, a Washington, potrebbe far lo stesso per i sussidi elargiti grazie alle comode paure spacciate al mondo da un guru d’essai. di Alan Patarga
joe Posted December 19, 2009 Posted December 19, 2009 se il clima fosse una banca, sarebbe già stato salvato (cit.)
ROOSTERS99 Posted December 19, 2009 Author Posted December 19, 2009 se il clima fosse una banca, sarebbe già stato salvato (cit.) Il clma è molto più di una banca d' affari.
Il_Cinghiale Posted December 21, 2009 Posted December 21, 2009 Quest'anno non c'è il thread x le lamentele sulla neve? Porcazza di quella t***a, a Lonate si viaggia, a Ferno e Samarate idem...arrivi a Gallarate o Busto e TROVI LE STRADE PIU' MERDOSE DEL MONDO. A Rete55 ho visto che anche Varese è bloccata dall'efficenza comunale, com'è che la cosa non mi stupisce affatto?
joe Posted December 21, 2009 Posted December 21, 2009 alla faccia del frecciarossa....partito alle 16.15 da Milano, ho da poco superato Firenze!!!
Long Leg Posted December 22, 2009 Posted December 22, 2009 io, ben previdente, ho lasciato l'ufficio alle 12.15, arrivando comodamente a casa alle 13.45. un'ora dopo si è scatenato l'inferno....
Leasir Posted December 22, 2009 Posted December 22, 2009 partito da Lugano alle 9, arrivato a mezzanotte e 10
tatanka Posted December 22, 2009 Posted December 22, 2009 partito da Lugano alle 9, arrivato a mezzanotte e 10 Dilettante. Collega 1: partito dall'ufficio alle 15.00 a casa alle 20.30 (40 Km) Collega 2: partito alle 19.00 a casa alla 1.00 (28 km) and the winner is: Collega 3: partito alle 19.30, dopo 3 ore e ben 5 km fatti è andato a dormire in albergo.
Long Leg Posted December 22, 2009 Posted December 22, 2009 partito da Lugano alle 9, arrivato a mezzanotte e 10 beh allora a me è andata meglio...partita alle 19, arrivata alle 21:30 (questo venerdì, non ieri) Collega 3: partito alle 19.30, dopo 3 ore e ben 5 km fatti è andato a dormire in albergo. anche un mio amico si è infilato in un albergo a Figino (e dove minchia è Figino?????? )
Long Leg Posted December 22, 2009 Posted December 22, 2009 Esteri e anche il nostro pendolino, nel paese scandinavo, non presenta alcun problema Finlandia: treni in ritardo per la neve? Al massimo 5 minuti tre giorni all'anno Convogli e carrozze nuove e un'adeguata manutenzione della rete permettono di viaggiare con ogni clima Un treno finlandese HELSINKI (FINLANDIA) - Proprio oggi, in Finlandia, vari treni sono stati soppressi o sono arrivati in ritardo. Problemi dovuti all'inverno scandinavo? Niente affatto. I macchinisti sono entrati in sciopero. Al di là di questo fatto contingente, i treni finlandesi (e anche quelli degli altri Paesi scandinavi) sia in estate che in inverno corrono veloci come fulmini. Come spiega Carola Björklöf, dell'Ufficio stampa delle Valtion rautatiet (le ferrovie statali finlandesi): «In Finlandia i treni hanno problemi dovuti alle basse temperature in media solo per 3-5 giorni all'anno. Il 30% dei treni, in questi 3-5 giorni, accumula dei ritardi di circa cinque minuti. Ovviamente, la media comprende anche i treni a lunga distanza come - per esempio - la tratta tra Helsinki e la Lapponia (800-1.000 km). L'efficienza della rete ferroviaria è dovuta a molti fattori: un parco locomotive e carrozze quasi tutte nuove che hanno, comunque, una manutenzione e un controllo quotidiano di tutte le parti «critiche», vale a dire riscaldamento e porte; rotaie e linee elettriche sono state costruite tenendo conto dell'inverno, della neve e del gelo; tutti gli scambi sono riscaldati e durante i mesi invernali vengono puliti ogni giorno con speciali attrezzature. In sintesi: la rete ferroviaria viene tenuta costantemente sotto controllo». POCHI PROBLEMI - Quando fa molto freddo, con punte di 20-30 e anche più gradi sottozero e la neve è superiore ai 15 cm, i (pochi) treni vecchi hanno qualche problema in più, come ci conferma la signora Björklöf: « In genere, vi sono problemi ai freni a alle porte che si aprono e chiudono automaticamente. Riguardo al Pendolino, costruito dalla Fiat, i problemi sono scarsi: basta ridurre la velocità per superarli». In Finlandia quello che avviene per i treni (quasi sempre puntualissimi) si ripete per gli autobus e la circolazione su strada. Nonostante le forti nevicate (in inverno quasi quotidiane) una efficientissima rete di spazzaneve si mette in moto e ripulisce strade statali e vie cittadine in poco tempo
alberto Posted December 22, 2009 Posted December 22, 2009 anche un mio amico si è infilato in un albergo a Figino (e dove minchia è Figino?????? ) io lo so. e posso immaginare a che cosa servano di norma le camere di un albergo in zona...
Long Leg Posted December 23, 2009 Posted December 23, 2009 La Repubblica delle banane (ghiacciate, of course): In tilt tutta la rete ferroviaria lombarda Fermi treni da tutta la notte. Trenitalia consiglia di non andare a prendere il treno, Lenord ribatte "Ma i nostri treni vanno regolarmente" Zoom Testo Stampa | Invia | Scrivi Commenti Treni lombardi in tilt da tutta la notte a causa, a quanto pare, del gelo. I convogli sono fermi a Milano da ore: sono bloccate le tratte per Genova e Bologna, mentre sono state ripristinate quelle per Torino, Lecco, Gallarate e Como. In corso di riattivazione di Milano-Brescia, Milano-Piacenza e Milano-Voghera. Le Ferrovie parlano di «una repentina e anomala formazione di ghiaccio», che ha provocato numerose rotture della linea elettrica. In azione locomotori raschia-ghiaccio, mentre gli addetti stanno riparando delle linee rotte. Personale delle Ferrovie e della Protezione civile provvedono all'assistenza dei passeggeri fermi in stazione. Fs consiglia comunque di non andare a prendere il treno fino a quando non sarà risolto il problema. Le Nord però fanno sapere che alle 4.45 il gestore della rete ferroviaria italiana (Rfi) ha disposto per la regione il «vincolo alla circolazione dei treni» per problemi tecnici, ma che i treni delle Ferrovie nord continuano a circolare normalmente. «Il ghiaccio non c'entra nulla - ha detto Giuseppe Biesuz, ad del gestore lombardo delle ferrovie -. Infatti i treni delle Nord circolano regolarmente ma non appena entrano in un nodo gestito da Rfi si devono fermare». Alle 7.20 circa Rfi ha comunicato una parziale riapertura della rete tranne per le aree di Piacenza e Brescia. «I nostri tecnici non riescono a capire la natura di tale grave decisione - ha continuato Biesuz - che di fatto ha paralizzato la gran parte del traffico treni in Lombardia, tanto più se consideriamo che Lenord non hanno problemi». 23/12/2009 Bloccati su un aereo durante la notte L'avventura vissuta da una ragazza che voleva raggiungere con i genitori Santo Domingo. Il suo volo è rimasto fermo per sette ore e fino a notte fonda sulla pista del terminal 1 con a bordo 270 persone Zoom Testo Stampa | Invia | Scrivi Commenti «Siamo disperati, nessuno risponde al telefono». L’sms è stato spedito all’1.14 del 23 dicembre. Elisa e i suoi genitori, con altre 270 persone, da circa sei ore sono imbarcati sul volo charter BV80254 diretto a Santo Domingo. L’aereo però è fermo sulla pista del Terminal 1 di Malpensa, rimasto chiuso a causa della neve fino alle 13 del 22 dicembre. «Ieri pomeriggio, verso le 14 - continua Elisa- ci hanno detto di registrarci ai banchi, poi hanno ritirato i bagagli. Alle 19 e 15 c'è stata l’ultima chiamata prima dell’imbarco. Da allora non ci hanno dato notizie e noi siamo ancora qui sull’aereo ad aspettare». I passeggeri spazientiti hanno chiamato persino la polizia, ma la situazione non si è sbloccata. Da una parte c’è Sea che ha riaperto l’aeroporto, dall’altra c’è la compagnia aerea che chiede alcuni servizi, come il traino, per poter decollare e anche se non li ottiene si guarda bene dal calcellare il volo, in mezzo ci sono i passeggeri costretti a ore interminabili di attesa. «Se io lascio l’aereo – spiega Elisa – non ho diritto ad alcun rimborso, ecco perché dopo tutte queste ore nessuno vuole scendere». L’aereo, pur non volando, ha fatto un rifornimento di carburante per affrontare il freddo intenso della notte.
Silver Surfer Posted December 23, 2009 Posted December 23, 2009 ...anche un mio amico si è infilato in un albergo a Figino (e dove minchia è Figino?????? ) L'amico è un maestro di abilità nel raccontare balle...
Silver Surfer Posted December 23, 2009 Posted December 23, 2009 io lo so. e posso immaginare a che cosa servano di norma le camere di un albergo in zona... Ecco. Mi hai anticipato...
ROOSTERS99 Posted December 23, 2009 Author Posted December 23, 2009 Global Warming e Local Cooling Scritto da Guido Guidi il 22 - dicembre - 2009 Definire “locale” l’ondata di freddo di questi giorni in effetti è fuori luogo, visto che la gran parte dell’emisfero boreale è al fresco (questa qui accanto è la copertura nevosa). Stati Uniti Orientali, Europa tutta e Russia. Una bella fetta di terre emerse direi. Tutto a causa del primo stratwarming della stagione -che se si deve fare affidamento all’occorrenza media potrebbe anche essere l’unico, ma per quel che ne sappiamo anche no- ovvero alla prima disgregazione del Vortice Polare Stratosferico, che ha seminato discese di aria artica lungo vari assi di longitudine. Certo, nel particolare trattasi di tempo atmosferico, specie nello specifico dei fenomeni, ma è un fatto che questi eventi debbano indurre alla riflessione. Magari non è il caso di farlo con il titolone sparato questa mattina su Il Giornale, perchè si presta il fianco alla solita critica del “non avete capito niente”, ma uno sguardo a tutto il pezzo mi sento di suggerirlo. Non è il solito facile paragone tra minaccia dello sconvolgimento del clima causa aumento delle temperature e sconvolgimento reale causa ciò che è sempre avvenuto -paragone che pure sussiste nell’erticolo-, quanto piuttosto si tratta di una riflessione sulla necessità o, se preferite, logicità di affrontare con impegno ciò che è, piuttosto che girare entusiasticamente ma con scarso costrutto intorno a ciò che potrebbe essere. Sempre su Il Giornale, sempre oggi, un trafiletto interessante sull’altalena cui sono stati soggetti i titoli del carbon trading prima, durante e dopo CO2penhagen. Belle speranze ad inizio dicembre, calo pesante (qualcuno dice crollo) dopo il nulla di fatto di sabato scorso. Anche qui, più che la cronaca di quelle che possono essere anche oscillazioni fisiologiche, è interessante il fatto che i titoli siano comunque sostenuti dall’aumento del prezzo del gas. Se a qualcuno sfuggisse il collegamento, il gas aumenta sempre d’inverno perchè se ne brucia di più, sia per produrre energia sia per riscaldamento. Se fa più freddo aumenta di più. Cioè siamo arrivati al paradosso che i certificati di credito delle emissioni valgono un po’ di più di quanto dovrebbero non perchè si fa meno ricorso ai combustibili fossili, bilanciando così il mercato e facilitando l’impiego delle fonti rinnovabili rendendole più convenienti, ma perchè vi si fa un ricorso maggiore. Quale la causa? Il tempo più freddo, che se dura una stagione diventa un clima più freddo. Ma tutto questo bailamme non è stato messo in piedi per scongiurare un clima più caldo? Ho le idee confuse, avrò preso freddo?
Il_Cinghiale Posted December 27, 2009 Posted December 27, 2009 Ho le idee confuse, avrò preso freddo? Un po' sì, perchè continui a confondere il meteo (oggi a casa mia fa freddo) con il clima (il mondo si sta riscaldando). Differenza tra meteo e clima Meteo Le condizioni atmosferiche osservabili in una località in un determinato momento consentono di elaborare una previsione meteo valida per i giorni immediatamente successivi. In questi casi, si prendono in considerazione le condizioni meteo delle regioni vicine, la dinamica delle zone di alta e bassa pressione atmosferica, la temperatura, le precipitazioni, l'irradiazione solare, i venti, la nebulosità, l'igrometria, la morfologia del territorio ed ulteriori fattori di breve periodo. La scienza che studia l'atmosfera terrestre ed i fenomeni meteo del tempo atmosferico è la meteorologia. E' importante sottolineare che lo studio meteo lavora sul presente ed ha una capacità previsionale di pochi giorni o di poche ore. Le informazioni provenienti dai satelliti meteorologici possono modificare il quadro della previsione anche radicalmente nel giro di pochi istanti. Clima Quando si analizzano le condizioni del tempo in una località per molti decenni si determina il clima del luogo. La scienza che ha per oggetto lo studio, la rappresentazione e la descrizione del clima sulla superficie terrestre è la climatologia. Semplificando al massimo, il clima di una località è il valore medio del tempo rilevato nel luogo in periodi di molti anni. La media consente di eliminare i picchi e le condizioni estreme, che possono comunque verificarsi dal punto di vista meteo, allo scopo di elaborare il quadro generale del clima del luogo. In conclusione, la climatologia lavora su periodi di tempo molto più lunghi della meteorologia. In entrambi i casi sono analizzati elementi di studio simili, come la temperatura del luogo, la latitudine, la morfologia del territorio (montagne, pianure, ecc), le regioni confinanti, i venti, la presenza della vegetazione, la vicinanza o la lontananza dal mare ecc. Questa comunanza di elementi può creare talvolta confusione nell'opinione pubblica (e sui mass media) tra le due scienze che, ricordiamo, sono diverse tra loro ed hanno un campo di studio ben differente.
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