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VareseFansBasketNews

  • banksanity6
    Lo scontro con la capolista Trento finisce con 13 punti di scarto. Punteggio che non racconta il dominio netto di un'Aquila che dimostra di avere un roster completo competitivo e ben allenato da un Galbiati che rimane un altro rimpianto della piazza e meno della società. Piccola reazione d'orgoglio nel primo quarto in cui Varese rimane vicina nel punteggio ma una squadra dimostratasi completamente scollata nell'arco dei quaranta minuti alza la quarta bandiera bianca di fila. Serve quanto prima un qualcosa per invertire una tendenza che sta diventando autolesionismo. Ma veniamo alle valutazioni dei singoli:
    Kao 4: con lui in campo ci sono buchi ovunque. Da quando è a Varese più che crescita c'è una involuzione preoccupante. VORAGINE
    Alviti 6 : uno dei due a salvare la faccia in un'altra serata estremamente negativa anche se non brilla particolarmente. Preoccupa la sua espressione spenta sul finale. DEMOTIVATO 
    Gray 5: parte bene mettendo 2 bombe dagli angoli per poi tornare nel limbo di una prestazione scialba in attacco e senza mordente in difesa. SDENTATO 
    Tyus 7: se non fgosse stato per il vecchietto della compagnia il passivo sarebbe stato ben più ampio ma è stato lasciato quasi sempre solo a difendere il fortino. INDIANO
    Sykes 4,5: playmaker?oggi no. Leader? oggi no. Cambio di passo? Oggi no. Respinto su tutti i fronti. BOCCIATISSIMO
    Librizzi 5: capitan Libro cerca la scintilla per accendere i suoi compagni e il pubblico ma le polveri sono bagnate e la vampata vera non arriva mai. UMIDICCIO
    Assui 5,5: prestazione meno convincente delle ultime uscite ma non è lui l'uomo su cui puntare per un riscatto. PASTICCINO
    Hands 3: se in molte partite era stato il faro (offensivo) oggi fa di tutto per farsi panchinare. Gelido in fase offensiva, irritante in fase difensiva. TRAGEDIA
    Johnson 5: visibilmente poco sereno e ne risente in modo evidente la sua prestazione. Parte con la retromarcia per poi, come a Milano, mettere qualche canestro a giochi ampiamente fatti. NERVOSETTO

  • simon89
    Da quando Luis Scola è salito in sella alla Pallacanestro Varese, due parole – in inglese – hanno “governato” il modo di lavoro della squadra e della società. “Player friendly”. Ovvero: i giocatori devono essere messi nella miglior condizione possibile per rendere, per evidenziare i propri pregi, e per questo devono essere circondati da un ambiente (fatto di persone, cose e servizi) in grado di metterli perfettamente a proprio agio.
    Una scelta che ha portato a decisioni drastiche: il sergente di ferro Attilio Caja è stato subito messo alla porta (quando ancora Scola era giocatore) e lo stesso è accaduto a Johan Roijakkers, quando le sue critiche verso un giocatore – Justin Reyes – hanno passato il segno del buongusto e dell’educazione.
    Nell’approccio “Player Friendly” vengono fatte poi confluire altre scelte effettuate dalla società a partire dalle tempistiche e dalle modalità di lavoro settimanale. Non è un mistero che la squadra in questi anni (già con Brase e Bialaszewski) abbia un programma piuttosto leggero: tre ore al giorno, posizionate tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio, suddivise in una porzione di lavoro di gruppo (circa un’ora) e una serie di step individuali che, a rotazione, contemplano esercizi di tiro, pesi e palestra, sedute fisioterapiche e via dicendo.
    Ed è proprio qui l’equivoco che andrebbe sbrogliato. Se l’approccio che favorisce i giocatori è assolutamente condivisibile (i sergenti di ferro hanno fatto il loro tempo, e mettere gli atleti nel massimo comfort possibile è una mossa intelligente), il fatto di limitare i tempi e modi dell’allenamento continua a rappresentare una scelta poco comprensibile. In ogni azienda – perché di questo si tratta – nei momenti di emergenza scattano (o dovrebbero scattare) procedure differenti dall’ordinario.
    La Openjobmetis nell’emergenza è dentro fino al collo (la zona retrocessione è a -4, con due squadre che vantano il vantaggio nello scontro diretto, Pistoia e Cremona) e quindi servirebbe un surplus di lavoro per far funzionare meglio un complesso dove, adesso, non funziona un tubo. Per questo ci aspetteremmo che la squadra ampliasse e di molto il tempo trascorso in palestra: non per punizione, non per cattiveria, ma perché è proprio il lavoro comune che consente ai gruppi di migliorare. E di farlo sia sotto il profilo tecnico, sia sotto quello atletico, sia sotto quello della coesione: passare più tempo insieme è obbligatorio anche per creare quello “spogliatoio” che in questo momento appare allo sbando.
    Ed è bene sottolineare che l’etica lavorativa, l’applicazione quotidiana fino a che è necessario, non è un’ossessione “italiana” o europea (ovvero quei mondi cui Luis Scola e la società generalmente non guardano). L’insegnamento sull’importanza del lavoro duro viene anche dagli Stati Uniti e tanti sono gli esempi di giocatori che richiedono, per rendere, proprio un maggiore impegno. Senza scomodare mostri sacri come Kobe Bryant (da tutti descritto come il massimo esponente di questo modo di lavorare), basta pensare ai tanti stranieri passati da Varese (molti ex NBA, come Eric Maynor ad esempio) che per mentalità, abitudine o necessità di mantenersi tonici richiedevano porzioni di lavoro suppletivo al di là di quello previsto dalla società (e ci riferiamo ad anni in cui la doppia seduta quotidiana era la norma per diversi giorni della settimana).
    Ecco, da chi troppo spesso si riempie la bocca del termine “lavoro” (dall’allenatore ai gm fino ai dirigenti) ci aspetteremmo almeno questa svolta. Una maggior presenza sul parquet per affinare la condizione fisica (e il preparatore è fuori discussione: Silvio Barnaba ha dimostrato negli anni di saper fare molto bene questo lavoro), per colmare le lacune di gioco, di organizzazione difensiva, di carenze strutturali, per migliorare i singoli in quelle situazioni di gioco in cui faticano (per molti: il tagliafuori…). Con questo approccio cambierebbero i risultati? Non lo sappiamo, ovviamente, perché il campo resta il giudice ultimo, ma di certo si farebbe un passo avanti nel tentativo di vincere altre partite. Dimostrando anche nei fatti, ai tifosi, quel che si dice a parole: «Dobbiamo lavorare per migliorare». È così difficile?
    Damiano Franzetti

  • simon89
    L’Openjobmetis concede il bis (e mezzo) nel derby numero 191. La luce spentasi tra il primo e il secondo tempo del match del 25 gennaio a Pistoia ancora non si accende: cambiano gli avversari, ma la non-difesa di Varese è una costante assoluta. Milano passeggia per 40 minuti contro un’avversaria senza nerbo né anima, che si specchia nelle sue qualità balistiche finché dura la carica dall’arco nei primi 15’. Ma mai, mai e poi mai nell’arco degli interi 40 minuti mostra quel sussulto di agonismo e intensità che rappresentava il minimo sindacale dopo il meno 41 contro Brescia. Se il secondo indizio (e mezzo, contando il secondo tempo di Pistoia) fa una prova, è allarme rosso sotto ogni profilo: Varese pascola per il campo senza orgoglio né reazione, coach Mandole pare totalmente in balia degli eventi. Nuovo record negativo di punti subiti (119) alla terza sconfitta sopra i 110 concessi, inconsistenza assoluta a protezione dell’area e a rimbalzo (quasi doppiata sul 24-46): altro che Moreyball, questo è “Molle-ball”, con un atteggiamento remissivo davvero sconcertante. Due “no-show” consecutivi sono inaccettabili; o almeno lo sarebbero, visto che ci si sarebbe aspettato un sussulto dopo la figuraccia con Brescia.
    Ma l’unica novità è stata quella di anticipare gli allenamenti di basket, invertendo l’ordine dei lavori nelle sedute quotidiane (prima partitelle, poi le “Vitamins” e i pesi). Evidentemente nessuno, Luis Scola in testa, ha colto il senso di urgenza di rimettere il morso ad un gruppo che si comporta come un cavallo scosso al Palio di Siena.
    Accadrà qualcosa in settimana prima del match contro Trento? Nelle logiche italiane sarebbe ineludibile; quelle americane non ci appartengono appieno. Ma senza un intervento della società – sul coach, sul gruppo, su qualcosa per fermare un precipizio che pare senza fondo – si può solo usare le parole di Nanni Moretti: «Continuiamo così, facciamoci del male».
    LA PARTITA
    Il 10-2 personale di LeDay, che segna da sotto e da fuori contro una OJM invisibile in retroguardia, la dice lunga sull’approccio biancorosso. Dopo il 21-7 del 5’ la reazione è affidata all’attacco, con Hands (16 a metà gara) che martella dal perimetro e qualche guizzo alternato dall’arco firmato Alviti e Librizzi. Milano sbaglia poco e quando lo fa ha ampie chances per correggere i suoi errori a suon di secondi e terzi tiri. Eloquente il 27-13 a rimbalzo di metà gara (con 10 offensivi contro 9 difensivi dell’OJM): l’attacco biancorosso dà qualche sussulto balistico per non perdere contatto (28-22 al 10’, 41-36 al 14’). Ma dietro Varese non mette in campo niente, nulla, zero, zilch, nothing; e appena la macchina delle triple si guasta (7/19 a metà gara, ma era 7/14 al 15’) il gap fisiologicamente si dilata. 8-0 negli ultimi 110 secondi del primo tempo per il 63-49 del 20’, che è quasi un affare visto l’87-52 di differenza nella valutazione statistica. È il segnale dello sprofondo biancorosso: l’OJM non segna più dall’arco e Milano banchetta a suon di triple, contro un’avversaria che si sposta di fronte alle folate dei padroni di casa. 74-54 al 27’, 95-67 al 30’ e 107-70 al 34’; solo Hands e Assui provano a mettere una pezza, ma il gap è pesantissimo. L’aggiornamento degli ultimi 10 periodi è disarmante: 301 punti subiti tra metà Pistoia, Brescia e Milano e un complessivo meno 96. C’è qualcuno che può fermare la caduta a piombo verso la zona retrocessione, fatte salve le sconfitte di Cremona e Pistoia che lasciano a più 4 l’OJM?
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    La sconfitta “con ribaltamento” a Pistoia e la “demolizione” subita in casa per mano di Brescia hanno riportato nello sconforto i tifosi della Pallacanestro Varese che, nel frattempo, hanno visto riavvicinarsi a -4 il gruppo delle avversarie in lotta per non retrocedere e che si apprestano a una serie di partite durissime. Per capire lo stato d’animo del popolo biancorosso ci siamo rivolti a chi, da oltre vent’anni, dà voce alla piazza: Luca Romano.
    Romano è il fondatore e il curatore di Varese Fans Basket, l’ormai storico forum nato nel lontano 2001 (la versione attuale risale al 2005) che anche nell’epoca dei social è rimasto un luogo virtuale frequentato e importante per chi vuole discutere di Openjobmetis.
    Luca, innanzitutto un’opinione personale: quanto preoccupa questa involuzione della squadra dopo il ciclo di tre vittorie?
    «Non mi aspettavo questo sprofondo dopo quelle partite vinte. Né a Pistoia né soprattutto una sconfitta di quelle dimensioni in casa con Brescia: pensavo che il fattore Masnago potesse aiutare la squadra e dopo quanto accaduto con Milano e Bologna speravo in un altro miracolo. O, per lo meno, ero fiducioso di vedere una partita equilibrata perché penso che questa squadra in casa possa trovare delle buone prove. In trasferta invece ho minore aspettative perché vedo tanta fragilità».
    Invece è arrivato un -41 da brividi.
    «Esatto, e fatico a capire come mai si sia arrivati così in basso. Se è vero che nelle tre vittorie Varese aveva giovato di qualche situazione favorevole, è altrettanto vero che i miglioramenti c’erano stati e tutto sommato la squadra aveva meritato quei successi. Poi non so cosa sia accaduto: sorprende vedere soprattutto una “scollatura” in contemporanea di tutti gli stranieri, in particolare Hands, Johnson e Tyus che sono tutti giocatori importanti».
    Qual è il polso del forum di VFB in queste settimane?
    «Come sempre gli utenti propongono valutazioni di vario genere anche se mi pare che ormai in molti stiano mettendo in discussione quella filosofia di gioco voluta da Scola e applicata in questi tre campionati. E poi leggo di tanti dubbi sia sulle scelte estive sia sui correttivi operati in corsa. In questo momento è difficile essere positivi anche se, tutto sommato, su VFB permane una certa misura da parte dei commentatori. Ma in generale il nostro forum è un luogo dove si discute ma senza eccessi, offese o i cosiddetti troll che disturbano il confronto».
    Quante persone utilizzano la vostra piattaforma?
    «Ogni giorno andiamo da circa 400 utenti unici fino agli oltre 600 che si collegano nelle ore che seguono le partite o in occasione di notizie particolarmente importanti, quelle che scaldano la piazza. I numeri di chi interviene sono ovviamente molto più ridotti, ma credo che ogni settimana una cinquantina di tifosi facciano almeno un intervento: di certo tante persone leggono, sfogliano, controllano senza apparire, ma poi quando le incontro mi rivelano di essere utenti più o meno fissi».
    Per concludere guardiamo avanti: cosa ci si aspetta dal futuro prossimo?
    «Purtroppo nell’immediato temo che sarà molto difficile per Varese muovere la classifica perché il calendario propone una serie di partite molto complicate, sia prima sia dopo la pausa per Coppa Italia e Nazionale. Poi, nell’ultimo terzo di campionato, arriveranno partite più abbordabili: il problema è che nel frattempo le altre squadre potrebbero muoversi e ritornare sulla posizione della Openjobmetis. Onestamente anche la mossa di proseguire con Mandole in panchina non so se sia quella giusta: capisco la filosofia di Scola ma a un certo punto mi sarei aspettato qualche movimento a riguardo. Vediamo se il rientro di Sykes riuscirà a portare quella leadership e quell’equilibrio di cui c’è bisogno».
    Damiano Franzetti

  • simon89
    IL COMMENTO DI FABIO GANDINI
    Una persona che non solo stimiamo tantissimo, ma che ha anche messo al centro della sua vita la Pallacanestro Varese, le ha dato tutto e la ama più di se stesso, l’altro giorno ci ha detto una frase sulla quale stiamo continuando a ragionare.
    «Il cambiamento non lo puoi fermare». 
    Queste parole non solo ci interrogano, ma ci pungono anche nel vivo, da soggetti che invece il cambiamento a volte lo hanno anestetizzato e provano spesso a farlo, lo guardano con occhi un po’ storti, lo vivisezionano in tanti piccoli pezzi, lo tengono a distanza, tentano - finché possono, finché non ne vengono travolti - di ritardarlo.
    Sarà una forma mentis, sarà la paura…
    Sì, succede anche nel basket, ogni qualvolta si è chiamati a parlare della Pallacanestro Varese.
    Le domeniche (o i sabati) di questi anni “scoliani” ci hanno spesso atteso al varco in tal senso, quando nell’esercizio della critica insita nella nostra professione davanti a noi si è parato davanti un bivio: assecondare la nouvelle vague oppure farle le pulci. 
    Facile salire sul treno che porta lontano da ieri quando è in corsa e senza stazionoi, più difficile farlo quando lo stesso continua a fermarsi, a scontrarsi, ad arrancare. 
    Addirittura a deragliare. Come accaduto oggi, la sera in cui Brescia ha travolto i biancorossi con uno degli scarti peggiori della sua storia (ribadiamo quanto scritto QUI, per il momento: ricordiamo solo a Treviso nel 1999 - il famoso -47 di una stagione infine indimenticabile ma in positivo - una debacle numericamente più profonda). Come è accaduto, purtroppo, tante, troppe volte negli ultimi anni…
    Oggi però a Masnago non è stata una serata come le altre. Oggi sotto le volte della Cattedrale del basket futuro e passato si sono incontrati come raramente prima. Oggi la Varese che da anni ha deciso di prendere una serie di idee dalle radici lontane, proiettate su un nuovo modo di intendere la pallacanestro, e impiantarle nel campo varesino, ha incontrato il simbolo dei giorni che il calendario ha salutato, l’alfiere dei tempi che ora sembrano solo un ricordo sotto al Sacro Monte. Un ricordo di ere che cestisticamente paiono lontanissime e incompatibili, nonostante arrivino consecutivamente una dopo l’altra.
    L’abbraccio è stato commovente fuori dal parquet e disastroso lungo le piastrelle di legno trattato, dove - più che il passato - a imporsi è stata una Brescia inavvicinabile dalla sgangherata e povera armata di Herman Mandole.
    Non ha vinto Giancarlo Ferrero oggi, ci mancherebbe... Piuttosto ha perso la Varese che dell’epoca di Giancarlo Ferrero ha smarrito per strada una serie di qualità che è stato un peccato mortale buttare via.
    Le Varese del Gianca erano Varese umili e combattive, consapevoli della loro caratura e quindi pronte a lottare, a lavorare, a cambiare, a migliorare. Erano Varese che davanti alle grandi non si spaventavano: perdevano, spesso, quasi sempre, ma non crollavano. Erano Varese che non umiliavano i propri tifosi, perché nel caso avrebbero umiliato prima se stesse. Erano Varese che cercavano la semplicità, che sapevano correggersi, che sapevano chiedere scusa quando sbagliavano.
    Erano Varese che stavano nel mondo e non fuori da esso, Varese che non cercavano le novità a tutti i costi, soprattutto quando esse davano prova (non una, tante...) di non funzionare.
    Erano Varese che economicamente si attaccavano alla canna del gas peggio di quella di oggi, ma non restituivano l’impressione - come purtroppo accade attualmente - di andare a cercarsi le proprie disgrazie.
    Erano Varese che non performavano in termini di classifica granché meglio di quelle di oggi (lo abbiamo già scritto, leggi QUI), ma non ti facevano tornare a casa spaesato, pervaso dal senso dell’abbandono e dell’impossibile.
    Capitan Ferrero di tutto questo era il centro, l’uomo che ci metteva il volto, il baluardo, il “padre” oltre il quale non potevi andare se sul parquet non scendevi a dare tutto, quello che certe sconfitte non le avrebbe mai lasciate passare nello spogliatoio. Era il collegamento tra la squadra e i tifosi. Che oggi, invece, si sentono persi.
    È vero, il cambiamento non lo puoi fermare, ormai lo sappiamo per esperienza: ma questo domani che pulsa non siamo obbligati a prenderlo a ogni prezzo. E davanti a questo -41 lo ribadiamo. 
    Ed è solo il passato che ha il potere di indicarti che la strada che hai preso probabilmente non è forse del tutto quella giusta, ponendovi rimedio, con intelligenza, spogliandosi di quel narcisismo che porta a innamorarsi anche di ciò che non va. 
    Prima che sia troppo tardi.
    Fabio Gandini

  • simon89
    Di solito, certe partite indegne, si concludono con qualcuno che chiede scusa per lo spettacolo offerto, con un cambio di rotta nel modo di giocare e preparare gli incontri e – magari, perchè no? – con una decisione drastica. Ovvero, nel caso della Varese attuale, le dimissioni o il siluramento dell’allenatore visto che tutti i possibili correttivi alla squadra sono stati già effettuati.
    Invece nel dopogara di una delle prestazioni più scadenti e irritanti della storia della Pallacanestro Varese, non accade nulla di tutto questo. Come al termine del match di Cremona, come dopo l’infausto ribaltamento di Pistoia. Brescia demolisce l’Openjobmetis a Masnago, la straccia di 41 punti (77-118) e mette in luce tutte le pecche, i peccati, la supponenza di una squadra e di una società che forse non si rendono conto dello spettacolo offerto né del baratro dove si stanno ricacciando.
    È inconcepibile che la squadra di Mandole – attaccato alla cadrega come il più determinato assessore della Prima Repubblica – si sia presentata in questa maniera in campo contro la Germani. Incredibile pensare come, alla vigilia, l’allenatore abbia fatto l’elenco delle cose che avevano condannato Varese all’andata senza trovare nessuna contromisura per la gara di Masnago. La pericolosità di Bilan, la superiorità a rimbalzo della Leonessa, il rischio di subire contropiedi: ecco, tutto questo si è riproposto puntualmente e ripetutamente anche questa volta.

    Bilan ne ha segnati 27 senza che su di lui ci sia stato uno straccio di aiuto, di gabbia, di variazione tattica. Il dato dei rimbalzi dice 27-46, come se di fronte ci fossero squadre con un divario di due categorie. E i contropiedi? Beh, è proprio con quelli che Brescia ha scavato il solco nel secondo periodo con Burnell e soci a correre rapidi mentre i biancorossi restavano a guardare. La sublimazione di tutto ciò è un contropiede condotto dallo stesso Bilan e concluso dopo una cavalcata (il buon Miro chiama 35 anni, 2,13 e 121 Kg) senza che nessuno provasse a rincorrerlo.
    Ce n’è abbastanza? Forse no, perché se andiamo ad analizzare le singole prestazioni troviamo il deserto presso quei giocatori che dovrebbero trainare il gruppo. Hands 4 punti, Johnson 2, Tyus 4 senza guizzi a rimbalzo: una siccità incredibile cui i soli Librizzi, Alviti e Kao hanno provato a mettere una pezza almeno in attacco, Ma, appunto, gocce nel mare mosso da una Germani perfetta (attenzione: anche Peppe Poeta è all’esordio da capo allenatore, se qualcuno volesse dare quest’alibi a Mandole). Ci permettiamo quindi di suggerire una cosa a Scola e ai suoi general manager: di solito quando i leader vanno a sbattere in questa maniera vogliono lanciare un segnale. Quello della necessità del siluramento di chi comanda. E con il calendario che attende la OJM, non è difficile ipotizzare che nelle prossime settimane, se si prosegue così, arrivino prestazioni (prima ancora che risultati) simili.
    PALLA A DUE
    Il momento più emozionante di una partita disastrosa è senza dubbio il “prima”, la festa per il ritorno – attesissimo – di Giancarlo Ferrero. Uno che nell’attuale spogliatoio sarebbe preziosissimo come dimostra l’enorme ovazione e la gigantesca ondata d’affetto al momento della sua premiazione a centrocampo.
    Nessuna segnalazione particolare al momento di fare le formazioni: Mandole conferma il quintetto con Alviti e Kao (e Librizzi, stante l’assenza di Sykes), Poeta ha il totem Bilan sotto canestro e recupera Ndour – subito dentro – che aveva avuto qualche problemino settimana scorsa. Solito pienone, oltre 4.500, con Tete Martinenghi tornato da Verona per assistere alla gara.
    LA PARTITA
    Q1 – Pronti-via e Brescia fa la cosa che tutti si aspettano: dare palla a Bilan. Varese gli oppone il solo Kao, senza aiuti o raddoppi (figuriamoci una zona…) e il pivot croato va a nozze con 10 punti nel quarto. Il povero Akobundu in attacco fa il possibile con un paio di balzi vincenti ma il punteggio dice presto 8-16. Una fiammata di Alviti riporta a contatto la OJM ma la partita finisce poco dopo sull’accelerazione ospite con Mandole che usa il primo timeout a 40” dalla sirena, toccato il -10. Che diventa -11 alla pausa, 19-30, grazie a Cournooh.
    Q2 – Anche nel secondo periodo si può registrare una timida risalita biancorossa – due triple di Librizzi – seguita poi dall’ennesima grandinata sulle scarne difese mandoliane. Quel che irrita è il modo con cui Brescia va a segno a ripetizione: forzatura varesina, dominio a rimbalzo, apertura, corsa in contropiede, canestro facile con Burnell protagonista. L’ABC del basket cui Varese non trova alcune contromossa e il punteggio alla pausa è significativo, 40-58, con Hands e Johnson a quota zero.
    Q3 – A Varese non si può dire, però, che non piacciano le tradizioni: il terzo periodo è comunque il peggiore per punti subiti (35) e per divario (-17) rispetto a una Brescia che ha in Dowe, Rivers e Ndour i propri guastatori. Tra i biancorossi è Alviti a muovere il punteggio con un paio di triple che servono, però, giusto per la statistica: Brescia valica addirittura quota 90 e chiude con una circolazione perfetta per la bomba del 58-93.
    IL FINALE
    Si riparte con una novità: diverse decine di persone in meno sulle tribune perché questa squadra e questa partita farebbero perdere la pazienza al proverbiale Giobbe. Il copione non cambia fino a quando Poeta rimette in campo Ferrero: il “Gianca” ha due palloni sull’arco, li manda a segno e scatena il boato e gli applausi dei tifosi di Varese. Mandole fa sparire definitivamente dal campo i vari Hands e Tyus, in parte anche Johnson e Bradford e solo la volontà di Assui (7 punti) abbassa di qualche centimetro un distacco che era arrivato a -46, un solo punto dallo storico -47 di Treviso. Solo che quella volta, dopo poche settimane, arrivò lo scudetto: qui invece c’è da accendere un cero alla Madonna del Sacro Monte e speriamo che basti (77-118).
    Damiano Franzetti
     

  • simon89
    L’Openjobmetis più brutta dell’anno si offre come vittima sacrificale alla capolista Brescia. Pesantissimo tonfo casalingo (77-118) per Varese nell’anticipo contro una Germani padrona del campo per 40 minuti per la peggior sconfitta interna dell’era Scola. Ancora più pesante rispetto al meno 39 dell’ottobre 2021 contro Reggio Emilia che portò alle dimissioni di Andrea Conti.
    BRUTTI SEGNALI
    L’unico che esce da Masnago tra gli applausi è Giancarlo Ferrero, che segna anche due triple nel quarto periodo modello garbage-time. Se per evitare i blackout dei terzi quarti non bisogna giocare neppure i primi due, la soluzione non sembra delle più azzeccate... battute a parte, la squadra di Mandole non è semplicemente esistita, giocando una partita agonisticamente vuota davanti ai 4507 presenti all’Itelyum Arena. Non si apra neppure il capitolo tecnica e tattica – con il pitturato biancorosso terra di conquista per lo spauracchio Bilan ma anche Ndour – se prima non si capisce il motivo per il quale Varese è scesa in campo senza energia.
    Certo, Brescia ha preparato la partita con lucidità, togliendo i riferimenti Hands e Johnson (in panchina per tutto il quarto periodo dopo prestazioni di totale inconsistenza), e attaccando il cuore della difesa (vabbè!) OJM con chirurgica precisione. Ma l’OJM ha messo in campo un campionario di imbarazzante pochezza, acuita da cattivi segnali nel “linguaggio del corpo” corale. Tanti individualismi, pochi passaggi, rientri difensivi quantomeno pigri: un cocktail preoccupante per una squadra che sembra aver fatto mille passi indietro dopo il disastroso secondo tempo di Pistoia.
    Domenica 2 febbraio a Milano tornerà Keifer Sykes, ma la riflessione necessaria dopo una non-prestazione del genere è ben più profonda: questa squadra crede ancora in quello che fa (Hands, e Johnson, è per voi!)? Se neppure il fattore Masnago basta più per dare la carica alla squadra, allora c’è da preoccuparsi, e tanto, per il no-show fotografato al meglio dal 63-173 di valutazione statistica. L’unico sorriso della serata arriva dalla festa per il ritorno di Giancarlo Ferrero: tre minuti di applausi con cori e striscioni degli Arditi per la prima da ex del capitano e bandiera dal 2015 al 2023 premiato da Toto Bulgheroni con una foto simbolo dei suoi 8 anni a Varese. Meritatissimo l’affetto per l’ex capitano, ma è l’unico sorriso in una notte buia, che riapre i pensieri sul suo valore da uomo-spogliatoio al quale si rinunciò nel 2023 in favore di una diversa filosofia basata sul singolo e non sul gruppo. Se i risultati sono questi, però...
    IL MATCH
    Subito Bilan dominante in post basso ma soprattutto Varese poco efficace nel costruire vantaggi offensivi con gli ospiti che prendono il comando (8-16 al 5’). L’OJM fatica a correre e quando attacca a metà campo il croato è fattore anche nella protezione del ferro; effimeri due assalti vincenti di Bradford con la squadra di Mandole che non protegge il suo pitturato e non scalfisce quello avversario (17-27 al 9’). Eloquente il 6-13 del primo quarto a rimbalzo col 4/5 da 3 degli ospiti a fronte dell’1/5 da 3 dell’OJM che vale il 19-30 del 10’. Precipizio senza protezione con Hands respinto più volte nelle sue scorribande al ferro e Brescia micidiale in campo aperto fino al 23-42 del 13’. Scossa firmata Librizzi che segna due triple difficili più una “zingarata” al ferro; ma ogni errore costa e il possibile meno 10 fallito da Tyus ridà l’inerzia alla Germani (34-51 al 17’). A metà gara il gap è consequenziale delle prestazioni dei giocatori cardine: Hands 2 con 1/7 dal campo, Johnson a zero con 0/3 da 3, Bilan invece è già in doppia doppia (11 più 10 rimbalzi). E il tabellone è eloquente: 40-58 per la capolista. Terzo quarto ancora Bilan-centrico e partita che non camhia inerzia, anche se il quarto fallo di Librizzi infiamma Masnago il gap pro-Brescia rimane oceanico (49-71 al 24’). Varese sfiduciata e Germani chirurgica: lo scarto vola fino al 51-80 del 27’ e l’Itelyum Arena fischia. Ma la deriva non si ferma, la doppietta dall’arco di Dowe e il dardo sulla terza sirena di Cournooh valgono il 58-93 del 30’ (record stagionale eguagliato rispetto all’andata dagli ospiti). Alla fine il bottino della Germani è analogo, ma tra il 37-66 del secondo tempo di Pistoia e i 40’ di stasera il complessivo bottino degli ultimi 6 quarti OJM è meno 70. O si trova una quadra tutti insieme, o si continua a sprofondare in questa versione “ognun per sé”.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    IL COMMENTO DI FABIO GANDINI
    Inutile cercare la luce dei numeri nella folle serata di Pistoia.
    Di solito, sconfitta o vittoria non cambia, si passa sempre dalla cifre nello spiegare il basket. Perché la pallacanestro ne fa dovizia, perché la razionalità di un tabellino è un’ancora a cui ci si può legare saldamente, soprattutto nel post partita, evitando di essere sballottati qui e là dai marosi delle sensazioni e dei sentimenti. 
    Oggi no (peraltro, quelli più eclatanti, si possono leggere QUI, nella cronaca).
    Oggi le statistiche vengono dopo, perché sono figlie di un qualcosa di più grande: l’immaturità a 360° gradi di Varese e il suo irrimediabile, piccolo, cabotaggio.
    Sarebbe pericoloso classificare l’incredibile debacle di Pistoia come un episodio, lasciandolo scorrere nel flusso stagionale senza badarci troppo. No: dalle lezioni si deve imparare, è l’unica speranza che vediamo all’orizzonte questa sera.
    Una squadra che in un colpo solo butta via un match, un doppio confronto e la possibilità di cambiare forse per sempre la propria stagione è una squadra che non ha ben chiara l’importanza di ogni gesto compiuto sul campo.  
    È una squadra passiva, che vive solo di momenti, piegandosi a essi e lasciando alla loro semplice, ineluttabile, somma la determinazione del destino complessivo. È una squadra che non ha contromisure ai propri difetti, né alle reazioni degli avversari, nemmeno messe in conto peraltro, come se il tutto si risolvesse in un ballo solitario e non in una battaglia da conquistare centimetro dopo centimetro.
    È una squadra che a metà stagione non ha ancora capito che bisogna giocare 40 minuti e non 20, che non ha ancora capito che la propria fragilità strutturale deve essere uno stimolo e un monito, ogni maledetta domenica, per aggredire, per non mollare mai, per vivere il qui e ora senza accontentarsi, per vedere il pericolo in ogni sussulto altrui e porvi rimedio. 
    È una squadra che non ama se stessa, il proprio lavoro, lo status che le vittorie regalano ma le sconfitte tolgono, come se non ci fosse uno ieri ma solo un oggi.  
    È una squadra con un allenatore che non ha ancora trovato il “tocco” per evitare certe catastrofi, ma anzi cade - quasi inerme - insieme a tutti i giocatori. 
    È una squadra che non ha minimamente in testa il concetto di auto-esigenza. È questo è grave, e chiama in correità non solo - e decisamente - la panchina, ma anche l’intero staff tecnico-manageriale.
    Difficile non pensare che quanto visto al PalaCarrara non sia figlio di un sistema - stavolta inteso non tanto da un punto di vista tecnico, ma più filosofico, comportamentale, ambientale - che ancora ne deve fare di strada per risultare condivisibile a questi lidi. Togliendosi di dosso tutta quella supponenza da “inventori del basket” che non può che portare che a questi risultati.
    Quanto sei piccola, cara Varese…
    Fabio Gandini

  • simon89
    Rispunta l’Openjobmetis in versione banda del buco nello spareggio salvezza di Pistoia. La squadra di Mandole incassa, domenica 19 gennaio, una sconfitta pesante sul campo dell’Estra, che si sblocca dopo 9 stop in fila ribaltando anche il meno 7 dell’andata contro una Varese dai due volti. I biancorossi si squagliano letteralmente come neve al sole in un secondo tempo di inaccettabile povertà agonistica: con le spalle al muro i toscani hanno cambiato volto in termini di atteggiamento difensivo. E quando c’era da stringere dopo un primo tempo scintillante chiuso con 59 punti a referto e 14 lunghezze di vantaggio, l’OJM è malamente deragliata sul piano mentale, prima ancora che tecnico: 66 punti subiti dopo l’intervallo lungo, e un passivo di 29 lunghezze nei secondi 20’ senza opporre resistenza alle iniziative di forza di Christon e Rowan, riportano il team biancorosso ai periodi peggiori delle prime giornate di campionato giocate con inaccettabile leggerezza difensiva.
    Da qui a maggio, con le poste in palio che varranno sempre di più, c’è da aspettarsi che in trasferta le avversarie giochino col coltello tra i denti: lo fa prima di tutto Varese davanti all’Itelyum Arena. Ma trovarsi in balia degli eventi come accaduto al PalaCarrara è preoccupante per una squadra che alla vigilia del trio Brescia, Milano e Trento si ritrova nuovamente invischiata nella bagarre salvezza.
    Eppure il primo tempo aveva fatto sognare, dopo una partenza balisticamente spettacolare (15-16 al 5’) con Jaron Johnson ispirato dall’arco prima di autoescludersi dal match per un tecnico esiziale. Anche senza l’ala texana però Varese aveva trovato uno sprazzo di qualità da Assui, e piazzato un break importante con Tyus a chiudere il pitturato: 0-11 nella fase centrale del secondo quarto sull’unica fiammata di Hands, e fuga progressiva dell’OJM (33-44 al 16’) che ha virato sul robusto 45-59 di metà gara chiudendo col 79% da 2 e il 50% da 3.
    Però dopo l’intervallo lungo la partita è cambiata: Pistoia ha attaccato con lucidità dentro l’area di Varese che è diventata terra di conquista, ha banchettato a suon di secondi tiri togliendo il gioco in velocità alla squadra di Mandole, e ha tolto ritmo ad Hands con la vischiosa marcatura di Della Rosa.
    Così l’OJM non è mai riuscita a fermare la marea montante: rimonta in un amen (58-61 al 24’), sorpasso sul 67-65 del 27’, e nonostante il doppio tecnico costato l’espulsione del coach toscano Okorn, Pistoia ha preso in mano la partita con la fisicità dei suoi esterni dominante sui due lati del campo. Più 8 al 30’, più 17 al 34’ e più 16 a fine gara: giocare una sfida salvezza senza la necessaria durezza mentale è un errore che si paga carissimo. Capita l’antifona? Vedremo sabato 25 gennaio contro la capolista Brescia, a disposizione di coach Mandole dovrebbe tornare Keifer Sykes, toccherà a lui decidere chi dovrà fargli posto.
    Giuseppe Sciascia
     

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