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Posso dire una cosa grarantista?

Io voglio proprio sperare che oltre a queste costosissime intercettazioni telefoniche ci siano ben altre prove a carico degli indagati.

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L’incubo peggiore di Pechino: la rivolta dei miserabili

Marta Allevato

Un esercito di disoccupati si sta armando nelle campagne cinesi e potrebbe puntare diritto verso Pechino, mirando a destabilizzare il regime. È l’incubo che negli ultimi mesi perseguita il governo del gigante asiatico, dove la crisi globale ha fatto registrare - prima volta in 20 anni - un arresto della sfrenata crescita economica. La linfa che ha alimentato il boom del Dragone, i milioni di lavoratori migranti riversatisi negli ultimi 10 anni dalle zone rurali a quelle industriali del sud, stanno tornando a casa. E questa volta ci rimarranno a lungo, perché le fabbriche che li impiegavano - con stipendi saltuari e da fame - stanno chiudendo a una a una. La domanda dall’estero è in netto calo, le imprese falliscono o decidono di dislocare la produzione in Paesi «più economici» della Cina, come Bangladesh, Laos o Cambogia.

Le scene più frequenti oggi nelle città meridionali come Shenzen o Guanzhou sono quelle classiche a cui si assiste in occasione del Nuovo anno lunare. Solo, con un anticipo di due mesi rispetto alla festività più importante del calendario cinese: code alla stazione dei treni, masse di poveri carichi di bagagli in attesa di prendere un bus, file chilometriche per comprare un biglietto per assicurarsi un viaggio di ritorno a casa. Per il capodanno cinese le famiglie si riuniscono e passano insieme i 15 giorni di festa nei villaggi di origine. Ma il Nuovo anno lunare cade tra gennaio e febbraio. E stavolta non si rientra in fabbrica.

Il flusso dei nuovi disoccupati parte dalla provincia del Guangdong, il motore economico della Cina che da solo produce circa il 30% dei prodotti esportati. Qui hanno chiuso almeno 50mila fabbriche da gennaio a giugno, tra cui 3.600 che producono giocattoli, circa la metà dell’industria del settore. Il prodotto interno lordo è cresciuto dell'11,9% nel 2007 ma “solo” del 9% da luglio a settembre 2008, il dato più basso in cinque anni. Spesso i datori di lavoro non pagano gli ultimi stipendi e ci sono state decine di proteste di migranti licenziati che chiedono le paghe arretrate. Per la prima volta il premier Wen Jiabao ammette: «La cosa che ci preoccupa di più sono i migranti di rientro a casa».

Zhang Ping, presidente della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, per il 2009 prevede che «il fallimento di molte ditte e la minore produzione causeranno diffusa disoccupazione e favoriranno proteste sociali». Minaccia da scongiurare, perché mette in crisi l’ideale di «armonia» perseguito dalle recenti politiche del presidente Hu Jintao.

Ma si tratta di una realtà già in atto. In tutto il Paese continuano le proteste di operai cacciati via con liquidazioni minime o senza essere pagati. Il 25 novembre, a Dongguan, circa 500 lavoratori licenziati dalla fabbrica di giocattoli Kader Holdings hanno rotto finestre e mobili degli uffici e si sono scontrati con la polizia. Protestavano contro l’«iniqua liquidazione» ricevuta.

La crisi colpisce anzitutto i 120 milioni di lavoratori migranti concentrati nelle grandi città, sul cui sacrificio la Cina ha costruito il suo “successo” e che ora sono i primi a essere cacciati. Senza lavoro e prospettive il popolo dei migranti fa ritorno a casa, nelle zone rurali dell’ovest e del centro del Paese: Sichuan, Hunan, Hubei, Henan. Secondo l'Accademia cinese per le scienze sociali, a fine novembre hanno fatto ritorno 4 milioni di licenziati, ma molti ritengono il dato sottostimato perché non considera i lavoratori in nero. Ma a casa i migranti non trovano impiego: il 95% di loro non ha terminato le scuole secondarie, né ha specializzazioni. Le autorità organizzano, corsi per insegnare a fare mobili in bambù, ricamare, soffiare vetro e altri mestieri che assicurino almeno la sussistenza. A Qujing vi è persino un problema alimentare: il nuovo flusso migratorio ha portato il consumo locale di grano a 500mila tonnellate al giorno al punto che occorre importarlo da altre province.

Il Partito comunista teme che la disoccupazione metta in luce ancora di più le disuguaglianze sociali: il 20% fra i più ricchi ha un reddito 17 volte superiore a quello del 20% fra i più poveri

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Intercettazioni a Napoli: sotto a chi tocca......

NAPOLI — Favori, ricatti, raccomandazioni. Legami trasversali con i politici, contatti amicali con i vertici delle forze dell'ordine, in una girandola di conversazioni che lo pone al centro di una «rete» di enorme potere. L'inchiesta di Napoli sugli appalti esalta la figura di Mario Mautone, ex provveditore alle Opere Pubbliche della Campania, finito agli arresti domiciliari durante il blitz della scorsa settimana. E svela i suoi rapporti controversi con la famiglia di Antonio Di Pietro, quando quest'ultimo era ministro delle Infrastrutture. Numerose intercettazioni allegate agli atti dimostrano come il figlio Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso per l'Italia dei Valori, tentasse di «sistemare» gli amici e danno conto delle preoccupazioni del padre per tenerlo fuori dall'indagine. Un ruolo di primo piano, dunque, che comunque non mette in ombra quello di Alfredo Romeo. Nuove telefonate dell'imprenditore con il parlamentare di Alleanza nazionale Italo Bocchino — per lui i pubblici ministeri hanno sollecitato l'arresto — rivelano il tentativo di organizzare un pranzo con Gianfranco Fini. Nelle carte processuali è citato anche l'ex assessore all'Urbanistica del comune di Roma, Roberto Morassut, attuale segretario regionale del Pd nel Lazio. Ma le telefonate a lui attribuite sono in realtà quelle tra Romeo e un funzionario campano, Roberto Mostaccio. E dunque, dopo aver chiarito i motivi di un errore tanto grave, bisognerà accertare come mai il suo nome sia venuto fuori.

Favori a Di Pietro jr e fuga di notizie

L'informativa allegata agli atti ricostruisce i rapporti tra Cristiano Di Pietro e Mario Mautone. «Di Pietro — è scritto nel documento — chiede alcuni interventi di cortesia quali: affidare incarichi a persone da lui segnalate anche al di fuori degli ambiti di competenza istituzionale; affidare incarichi ad architetti da lui indicati e sollecitati anche da Nello Di Nardo; interessi di Cristiano in alcuni appalti e su alcuni fornitori. Naturalmente le sue richieste vengono subito esaudite. "Gli ho dato l'incarico! Poi non l'ho ancora dato a lei! Lo passerò sempre a te e poi ce lo farai avere tu!", gli dice Mautone». Conversazione dell'8 giugno 2007

Cristiano: «Poi un'altra cosa, non so se la puoi fare questa cosa o meno... se hai la possibilità... ». Mautone: «Dimmi, dimmi».

Cristiano: «Io ho un amico però è ingegnere e sta a Bologna, volevo sapere se su Bologna c'era possibilità di trovargli qualcosa...».

Mautone: «Adesso vediamo, ci informiamo subito e vediamo». Il rapporto tra i due si interrompe il 29 luglio 2007. «Mautone gli comunica di essere stato trasferito. Cade la comunicazione e Di Pietro non risponderà più alle telefonate». Il giorno dopo Aniello Formisano incontra Mautone, non sanno che le loro parole sono registrate da una microspia. E Formisano rivela: «Quello ha avuto qualche input e si è messo a posto... mi ha detto, figurati nemmeno al telefono suo lo dice — il telefono di Nello — Perché secondo me lo tiene sotto pure».

Di Pietro: tenete fuori mio figlioÈ la fuga di notizie sull'indagine avviata dalla procura di Napoli. Nell'informativa il nome della possibile «talpa» è coperto da un omissis, ma si sottolinea quanto accade in questi giorni di fine luglio: «Subito dopo si succedono in maniera convulsiva i seguenti avvenimenti: Mautone viene trasferito; Cristiano Di Pietro non parla più con lui al telefono; il ministro Di Pietro chiede di parlare di persona con il senatore Nello Formisano; il ministro Di Pietro fa una riunione politica per tenere fuori il figlio poiché "ritenuto troppo esposto"». Il 10 agosto Mautone viene trasferito. Chiama gli amici, la moglie e con loro concorda la linea: «Ricattare il figlio del ministro». Annotano gli investigatori nel brogliaccio: «La moglie lo invita a ricordare come lui si è messo a disposizione "con quel cretino di Di Pietro con il figlio" e si chiede come mai questo non sia servito a niente». E poi aggiunge: "Tu non ti devi muovere da Napoli. Il potere che tieni qua non lo puoi tenere a Roma!... Buttarla sul ricatto del figlio è l'unico sistema». E il suo amico Mauro Caiazza rincara la dose: «È importante tenere il ministro sotto».

................... :P:lol:;)

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L'omaggio di Travaglio a Prodi

in platea: ho nostalgia di lei

Il giornalista dal palco del suo show ringrazia l'ex premier seduto in dodicesima fila. E la sala applaude

Marco Travaglio (Emblema)

MILANO — «Presidente, sento spesso nostalgia di lei». Il destinatario del sospiro è, sorpresa, Romano Prodi. Il «nostalgico» è Marco Travaglio. Il giornalista di Bananas e Uliwood party l'altra sera era in quel di Bologna per la sua ultima «chiacchierata teatrale», Promemoria, con cui dal luglio scorso gira i palcoscenici nazionali con gran successo: proprio nel capoluogo emiliano Travaglio ha dovuto fare alcuni spettacoli extra per soddisfare la domanda del pubblico.

Domanda non poi così scontata, visto che si tratta di oltre tre ore di one man show, uno spettacolo che ripercorre gli ultimi quindici anni di storia patria muovendo da un assunto: «La prima Repubblica muore affogata nelle tangenti, la seconda esce dal sangue delle stragi, ma nessuno ricorda più niente. La storia è maestra, ma nessuno impara mai niente». E forse, allora, la prima sorpresa è che in platea ci sia Romano Prodi, che non è detto condivida la sconsolante visione che ha Travaglio dell'Italia recente. Tra l'altro, si sa, il Professore è l'anti vip per eccellenza. E la sua presenza avrebbe potuto fin passare inosservata. Perché lui si trova sì al teatro delle Celebrazioni, ma non certo in prima fila: per trovare l'ex presidente del Consiglio bisogna risalire le poltroncine su su fino alla dodicesima. A quel punto, eccolo lì con la moglie Flavia, la deputata ulivista di Cesena Sandra Zampa e alcuni altri amici. Marco Travaglio racconta, il «promemoria» è diviso in sette quadri dedicati soprattutto a Tangentopoli, alla mafia e ai governi Berlusconi.

Ma son quadri e quadretti per nulla accomodanti anche con la «sinistra dell'inciucio» o con le «leggi vergogna bipartisan». L'ultimo atto è «Avanti il prossimo: se non vi son bastati Andreotti, Craxi, Berlusconi e D'Alema, ora magari arrivano Lele Mora e Fabrizio Corona... ». A quel punto, il sipario dovrebbe abbassarsi. E invece no, arriva la seconda sorpresa. Il giornalista, prima di concludere, si esibisce in un fuori programma che è un omaggio all'ex premier, del tutto inatteso anche per i tecnici del teatro: «Ringrazio il presidente Prodi che è in platea. E voglio dirgli che sento spesso la nostalgia di lui». Gli applausi sono scroscianti, e solo a quel punto il sipario cala per davvero. L'ex premier, pubblicamente, non dice nulla. Ma l'abbrivio di Travaglio ha suscitato l'emozione degli spettatori, che circondano il professore e riprendono ad applaudirlo.

In realtà, il tributo non è poi una sorpresa. Il giornalista piemontese molto spesso ha separato, magari con qualche generosità, Romano Prodi dai suoi governi. E anche quando ha usato parole dure, ha sempre trovato all'ex presidente del consiglio una giustificazione. Come quando, nell'ottobre dello scorso anno, l'allora premier aveva aspramente criticato la puntata di Annozero dedicata al caso De Magistris. In quell'occasione Travaglio aveva sì dichiarato che «il giudizio di Prodi su Annozero è un diktat di sapore bulgaro emanato da Torino anziché da Sofia». Salvo poi precisare che la responsabilità era probabilmente del «quotidiano ricatto» di Clemente Mastella: «Non penso che Prodi abbia la stessa concezione della libertà di informazione che alberga nella testa di Berlusconi».

Marco Cremonesi

23 dicembre 2008

Come si dice in questi casi...ah sì: mavaffanculo.

Posted (edited)
L'omaggio di Travaglio a Prodi

in platea: ho nostalgia di lei

Il giornalista dal palco del suo show ringrazia l'ex premier seduto in dodicesima fila. E la sala applaude

Marco Travaglio (Emblema)

MILANO — «Presidente, sento spesso nostalgia di lei». Il destinatario del sospiro è, sorpresa, Romano Prodi. Il «nostalgico» è Marco Travaglio. Il giornalista di Bananas e Uliwood party l'altra sera era in quel di Bologna per la sua ultima «chiacchierata teatrale», Promemoria, con cui dal luglio scorso gira i palcoscenici nazionali con gran successo: proprio nel capoluogo emiliano Travaglio ha dovuto fare alcuni spettacoli extra per soddisfare la domanda del pubblico.

Domanda non poi così scontata, visto che si tratta di oltre tre ore di one man show, uno spettacolo che ripercorre gli ultimi quindici anni di storia patria muovendo da un assunto: «La prima Repubblica muore affogata nelle tangenti, la seconda esce dal sangue delle stragi, ma nessuno ricorda più niente. La storia è maestra, ma nessuno impara mai niente». E forse, allora, la prima sorpresa è che in platea ci sia Romano Prodi, che non è detto condivida la sconsolante visione che ha Travaglio dell'Italia recente. Tra l'altro, si sa, il Professore è l'anti vip per eccellenza. E la sua presenza avrebbe potuto fin passare inosservata. Perché lui si trova sì al teatro delle Celebrazioni, ma non certo in prima fila: per trovare l'ex presidente del Consiglio bisogna risalire le poltroncine su su fino alla dodicesima. A quel punto, eccolo lì con la moglie Flavia, la deputata ulivista di Cesena Sandra Zampa e alcuni altri amici. Marco Travaglio racconta, il «promemoria» è diviso in sette quadri dedicati soprattutto a Tangentopoli, alla mafia e ai governi Berlusconi.

Ma son quadri e quadretti per nulla accomodanti anche con la «sinistra dell'inciucio» o con le «leggi vergogna bipartisan». L'ultimo atto è «Avanti il prossimo: se non vi son bastati Andreotti, Craxi, Berlusconi e D'Alema, ora magari arrivano Lele Mora e Fabrizio Corona... ». A quel punto, il sipario dovrebbe abbassarsi. E invece no, arriva la seconda sorpresa. Il giornalista, prima di concludere, si esibisce in un fuori programma che è un omaggio all'ex premier, del tutto inatteso anche per i tecnici del teatro: «Ringrazio il presidente Prodi che è in platea. E voglio dirgli che sento spesso la nostalgia di lui». Gli applausi sono scroscianti, e solo a quel punto il sipario cala per davvero. L'ex premier, pubblicamente, non dice nulla. Ma l'abbrivio di Travaglio ha suscitato l'emozione degli spettatori, che circondano il professore e riprendono ad applaudirlo.

In realtà, il tributo non è poi una sorpresa. Il giornalista piemontese molto spesso ha separato, magari con qualche generosità, Romano Prodi dai suoi governi. E anche quando ha usato parole dure, ha sempre trovato all'ex presidente del consiglio una giustificazione. Come quando, nell'ottobre dello scorso anno, l'allora premier aveva aspramente criticato la puntata di Annozero dedicata al caso De Magistris. In quell'occasione Travaglio aveva sì dichiarato che «il giudizio di Prodi su Annozero è un diktat di sapore bulgaro emanato da Torino anziché da Sofia». Salvo poi precisare che la responsabilità era probabilmente del «quotidiano ricatto» di Clemente Mastella: «Non penso che Prodi abbia la stessa concezione della libertà di informazione che alberga nella testa di Berlusconi».

Marco Cremonesi

23 dicembre 2008

Come si dice in questi casi...ah sì: mavaffanculo.

Se penso che "costui" è pure pagato coi denari pubblici della TV pubblica.......... arivaffanculo !!!!

Edited by ROOSTERS99
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Favori a Di Pietro jr e fuga di notizie

Che muoia, metaforicamente, della morte, non sempre metaforica, che suo padre ha dato a tanti.

La mannaia delle nemesi lo ghigliottini.

Edited by Dragonheart
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L'omaggio di Travaglio a Prodi

in platea: ho nostalgia di lei

Come si dice in questi casi...ah sì: mavaffanculo.

Un fulgido esempio di giornalista indipendente, slegato da qualsiasi padrinaggio politico.

Premio tengo-famiglia 2008,2009,2010,2011 e 2012.

Una performance di questo genere non può che durare un quinquiennio, o meglio, una legislatura ....

Travagli-ato dovrebbe ringraziare Silvio ogni notte, per quanti soldi gli fa fare...............

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«l'informazione informi su tutto»

Di Pietro: «Non c'è figlio che tenga,

i magistrati vadano avanti su tutto»

Il leader Idv sull'inchiesta di Napoli: «Le intercettazioni sono un strumento necessario»

ROMA - Magistrati, avanti tutta. E' questo l'invito alla procura di Napoli del leader dell'Italia dei valori, Antonio Di Pietro, che così commenta la pubblicazione di alcune intercettazioni che indirettamente chiamerebbero in causa lui e suo figlio Cristiano a proposito delle inchieste napoletane: «Le intercettazioni sono un strumento necessario e chi, come me, non ha nulla da temere» può liberamente dire «i magistrati vadano avanti».

APPOGGIO ALLA MAGISTRATURA - «Non c'è figlio che tenga - aggiunge il leader dell'Idv - e siccome non ho nulla da temere, non ho niente da nascondere e quindi posso dire solo "buon lavoro" ai magistrati». Non so se questo telefilm, che non ha nè capo nè coda, sia stato fatto uscire oggi ad arte. Ma cosa importa? Non mi unirò, come in molti speravano, alla politica paludata che se la prende con i magistrati e chiede la riforma delle intercettazioni. Anzi dico: benvengano le intercettazioni e la pubblicazione sui giornali quando non sono coperte dal segreto di istruttoria. L'informazione -conclude Di Pietro- faccia il suo dovere e informi tutti su tutto. I magistrati facciano il loro dovere e indaghino su tutto».

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Non so se questo telefilm, che non ha nè capo nè coda, sia stato fatto uscire oggi ad arte.

Ma da chi?

Da quei Magistrati cui Lui augura "buon lavoro?"

E "ad arte" rispetto a cosa?

Che se ne vada a far compagnia a Travaglio...

Edited by Dragonheart
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Di Pietro jr si dimette, ora tocca anche a Tonino

di Francesco Cramer

Roma: E alla fine il «dipietrino» getta la spugna. Non tutta, solo per metà. Cristiano Di Pietro, figlio di Antonio, tirato in ballo nell’inchiesta napoletana Global Service, dice addio (ma forse è un arrivederci) all’Italia dei valori. Lo fa scrivendo una lettera al partito, che papà pubblica sul suo sito internet, in cui però fa la vittima: «La mia unica colpa? Essere figlio di...». Insomma, Di Pietro jr. sbatte la porta dell’Idv ma piano piano: non sarà più capogruppo al Consiglio provinciale di Campobasso ma la poltrona, be’, quella no. Quella non la lascia affatto: resterà nel parlamentino molisano ma «soltanto» al Gruppo misto.

La strigliata dal babbo che poi però l’ha difeso, la rivolta di militanti ed elettori, la vergogna per essere stato pizzicato a segnalare amici per incarichi manco fosse un Mastella qualunque, alla fine l’hanno convinto: scrivo al partito. «Gentili amici - si legge nella sua lettera - ho fatto e faccio il mio dovere di consigliere comunale e provinciale senza mai aver infranto la legge (ed infatti nessuna autorità giudiziaria mi ha mai mosso alcun rilievo). Eppure mi ritrovo tutti i giorni sbattuto in prima pagina come se fossi un “appestato”». Il delfino di Tonino si sente un tonno infilzato dai media e piagnucola: «La mia unica colpa è quella di essere “figlio di mio padre”: per colpire lui stanno colpendo me, mia moglie ed i miei tre figli, dimenticando che anche noi abbiamo la nostra dignità ed abbiamo il diritto di esistere». Quindi la decisione, forte (dice lui) e estremamente sofferta: «Lascio l’Italia dei valori e ogni incarico di partito ed anche il mio ruolo di capogruppo al Consiglio provinciale di Campobasso, ove mi iscriverò al Gruppo misto. Lo faccio con sofferenza e dispiacere (soprattutto per la disumana ingiustizia che sto patendo) ma non voglio creare imbarazzo alcuno al partito». Stop. Insomma, Cristiano lascia ma non troppo.

Papà Antonio comunque, siccome ogni scarrafone è bello a mamma sua, applaude: «Lo trovo un gesto corretto e per certi versi forse eccessivo visto che non è nemmeno indagato, ma lo rispetto e ne prendo atto». Meno indulgenti i simpatizzanti del partito che inondano di messaggi il sito dell’ex pm. Stefano si rammarica: «Avrebbe dovuto per prima cosa dare le dimissioni da consigliere provinciale... Se si vuole eliminare il malcostume delle raccomandazioni... non puoi rimanere a prendere lo stipendio in quel posto, confidando che le acque si calmino e compiendo una semplice operazione di facciata». Gianluca invece lo inchioda e mette pure le mani avanti: «L’unica colpa non è di “essere figlio di...” ma di aver avuto dei comportamenti comunque scorretti. Piuttosto l’essere “figlio di...” avrebbe dovuto responsabilizzarlo di più evitando di finire in questa stupida situazione, per se stesso in primis, e per il padre subito dopo. In sintesi: apprezzo il gesto ma mi sembra assolutamente dovuto, evitiamo vittimismi per favore, mi sembrano del tutto fuori luogo. E sempre per favore, non facciamo che tra qualche mese rientra nel partito, sennò addio credibilità». Chiarello è sintetico: «Un uomo con le palle avrebbe ammesso che la richiesta di raccomandazione è una pratica eticamente scorretta e moralmente inaccettabile e ne avrebbe pagato le conseguenze dimettendosi da consigliere provinciale e lasciando il partito. Questo invece fa come un Villari qualsiasi e rimane attaccato alla poltrona iscrivendosi al gruppo misto. Delusione e fastidio». Luca attacca pure il babbo: «Dica chi è la persona che l’ha informata, durante lo svolgimento delle indagini, sul fatto che suo figlio era intercettato. Sono un suo sostenitore ma in questo caso seguo quello che diceva Pascal: per migliorare le proprie discipline, bisogna criticarle».

E mentre in quel di Caserta anche il sindaco di Recale, nonché deputato, Americo Porfidia, si autosospende dall’Idv perché coinvolto in un’inchiesta dell’Antimafia di Napoli, pure Marco Travaglio, nell’ultimo sermone del 2008, critica Tonino: «Nel suo come negli altri partiti ci dovrebbe essere immediatamente l’intervento del collegio dei probiviri che decide sanzioni, stabilendo in anticipo cosa rischia chi si comporta in un certo modo. Ci vogliono provvedimenti concreti soprattutto per un partito che vuole presentarsi ai cittadini come un partito diverso dagli altri». Amen.

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Ormai non mi interessa più chi ha torto e chi ragione (sempre ammesso che si riesca a stabilire...) sarebbe ora che la smettessero TUTTI con queste stragi che provocano solo continui odii e vendette.

I soldati israeliani si sono addestrati per 18 mesi in una finta Gaza

Creato nel deserto un poligono che riproduce nei dettagli il territorio palestinese

Gli israeliani sono stati i primi a farlo e poi li hanno imitati gli americani. Hanno costruito nel deserto una città araba in scala ridotta, con moschee, cashab, casette, vicoli, mercantino. Un poligono adattabile a seconda delle esigenze operative e dei possibili obiettivi.

Un carro armato israeliano pattuglia il confine di Gaza (Afp)

Il generale israeliano Avi Benyahaou ha rivelato che i soldati si sono addestrati per 18 mesi in una finta Gaza, realizzata nella base di Tsehilim. «I nostri militari conoscono ogni vicolo in cui si trovano gli obiettivi», ha aggiunto. E’ probabile che per rendere il “teatro” più vicino alla realtà, l’intelligence abbia messo insieme le informazioni degli 007 con le foto della ricognizione aerea.

IL POLIGONO - L’idea di poter disporre di un’area che somigli ad un centro abitato arabo risale al periodo dell’intifada. Inizialmente il poligono era riservato alle unità speciali, quelle chiamate a fronteggiare situazioni particolari o impiegate sotto copertura. Poi l’addestramento è stato esteso ai reparti assegnati alla Cisgiordania e, successivamente, a quelli impiegati nella striscia di Gaza. L’esercito americano e i Marines hanno seguito questo modello. Nel deserto californiano e a sud di Los Angeles sorgono due centri molto simili a quanto fatto da Israele. Il primo comprende un villaggio arabo con tanto di comparse: vi si addestrano i contingenti che poi partiranno per l’Iraq. Il secondo è invece un poligono al coperto dove – quasi come in un videogioco – sono simulate esplosioni, attacchi, pallottole che sibilano. I militari indossano speciali caschi che amplificano effetti sonori e visivi. Un gigantesco impianto di climatizzazione produce la stessa temperatura del deserto iracheno. Sembra una trovata da Hollywood ma i risultati sarebbero stati giudicati in modo positivo.

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mercoledì 07 gennaio 2009, 08:57

Ecco come Tonino eludeva le intercettazioni utilizzando i cellulari criptati dei suoi indagati

di Gian Marco Chiocci

Non c’è figlio che tenga, per Antonio Di Pietro. Con Cristiano finito sui giornali per le chiacchiere e i favori chiesti al telefono all’ex provveditore Mario Mautone, il leader Idv ha tenuto botta. Lui, da sempre strenuo difensore delle intercettazioni come strumento di indagine, non ha cambiato linea nemmeno quando nel tritacarne mediatico ci è finito l’erede. Certo, è anche vero che un uccellino avvertì Cristiano di smettere di parlare con Mautone, tanto che il figlio, stando all’informativa della Dia, a metà di una telefonata troncò la conversazione, e per mesi e mesi cessò ogni contatto con il funzionario. Quello, Mautone, resta sotto ascolto, l’altro, Cristiano, non più.

Detto questo, va dato atto a Di Pietro di non aver semplicemente tenuto la rotta sul tema del «grande fratello» giudiziario, ma di aver addirittura alzato il tiro sull’argomento, criticando il ddl proposto dal governo (bollato come «piduista») e annunciando di essere pronto a lanciare un referendum per abrogare l’eventuale legge per limitare l’uso delle intercettazioni. Che sono «uno strumento utile e necessario», spiega Tonino, augurando persino «buon lavoro» ai magistrati che indagano su quelle telefonate tra Cristiano e Mautone: «Quando non si ha nulla da temere - la sua sintesi - non si ha paura delle indagini».

Eppure Tonino, a dar retta agli investigatori della Dia, qualcosa da temere ce l’aveva, visto che c’è il sospetto fondato che l’ex pm sapesse in tempo reale che il figlio era intercettato. Così come qualcosa da temere forse il leader Idv l’aveva quando ancora indossava la toga e indagava sul banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia. Quello «sb(i)ancato». Il faccendiere aveva nel 1993 acquistato schede telefoniche svizzere per evitare le intercettazioni. Alcune di queste, appurò il Gico della guardia di finanza, Pacini Battaglia le aveva anche regalate ad amici e conoscenti. E secondo il giudice Ferdinando Imposimato, uno dei destinatari era proprio l’ex pubblico ministero. «L’utenza gsm n. 0041/892009854 è stata certamente usata da Di Pietro», ricorda Imposimato nel suo libro Corruzione ad alta velocità: «Queste schede avevano all’epoca una particolarità, rendevano praticamente inintercettabili i telefoni che le usavano», continua Imposimato, e ovviamente chi usava quei telefoni di fatto non aveva nulla da temere. «Queste schede erano tutte intestate a Henri Lang, autista di Pacini Battaglia. Questo è agli atti della magistratura bresciana. E il fatto che il gip De Martino non l’abbia considerato reato non vuol dire che non sia vero».

Di Pietro, all’uscita del libro di Imposimato, tanto per non smentirsi, annunciò querela. «La sto ancora aspettando. Né io né la mia casa editrice Koiné abbiamo mai ricevuto querele, citazioni o richieste di rettifica da Di Pietro o da suoi rappresentanti», rivela Imposimato al Giornale.

Tornando alle schede svizzere di Pacini Battaglia - che anticipavano un sistema poi perfezionato dal dg juventino Luciano Moggi, come emerse nell’inchiesta della procura di Napoli su Calciopoli - è vero che a Brescia il gip non diede seguito alle contestazioni dei pm, che ritenevano invece come l’uso e il possesso di quella scheda telefonica dimostrassero il legame e i rapporti diretti tra Di Pietro e il banchiere italo-svizzero che Tonino indagava. Ma è vero anche che l’utilizzo di altre sim svizzere di Pacini Battaglia è stato giudicato penalmente rilevante da altri magistrati. Quando il gip di Milano Alessandro Rossato chiese al Parlamento l’arresto di Cesare Previti, tra le motivazioni della pericolosità dell’ex deputato mise nero su bianco che «l’onorevole Cesare Previti ha utilizzato una o due schede telefoniche gsm svizzere, fornitegli da Pacini Battaglia (int. 30/7/1997) “per sentirsi più tranquillo sulle telefonate che faceva”». Stesse schede, valutazioni difformi.

Infine. Se è vero, come Di Pietro afferma il 24 dicembre scorso, che «le intercettazioni stanno all’attività giudiziaria come il bisturi alla sala operatoria», l’ex pm dovrebbe ricordarsi che anche lui ha avuto paura - per restare alla stessa metafora - di finire sotto i ferri. Tanto che quando era sotto indagine a Brescia, Di Pietro mette a verbale una richiesta che alla luce delle sue attuali convinzioni è un po’ stonata. Lo fa in un interrogatorio del 7 luglio 1995. Per «evitare ulteriori invasioni ingiustificate nella mia sfera privata - detta alle toghe bresciane - e nel mio diritto costituzionale alla riservatezza, faccio fin d’ora istanza affinché codesto Ufficio si limiti ad acquisire, o comunque a mantenere in atti, solo quella parte dei tabulati telefonici direttamente riferibili alle illecite intercettazioni telefoniche segnalate dall’on. Craxi: per questo segmento di inchiesta, infatti, dovrei essere “parte lesa” e finirei per essere messo ancor più pubblicamente alla gogna da parte di quei mass media desiderosi di pettegolezzi».

____________________________________________________________

P.s.:...... in un bellisimo montaggio, il nostro "eroe" al di qua ed al di là della barricata ! Penoso !

http://www.youtube.com/watch?v=oXmwDkU6xbg

Edited by ROOSTERS99
Posted
mercoledì 07 gennaio 2009, 08:57

Ecco come Tonino eludeva le intercettazioni utilizzando i cellulari criptati dei suoi indagati

di Gian Marco Chiocci

Non c’è figlio che tenga, per Antonio Di Pietro. Con Cristiano finito sui giornali per le chiacchiere e i favori chiesti al telefono all’ex provveditore Mario Mautone, il leader Idv ha tenuto botta. Lui, da sempre strenuo difensore delle intercettazioni come strumento di indagine, non ha cambiato linea nemmeno quando nel tritacarne mediatico ci è finito l’erede. Certo, è anche vero che un uccellino avvertì Cristiano di smettere di parlare con Mautone, tanto che il figlio, stando all’informativa della Dia, a metà di una telefonata troncò la conversazione, e per mesi e mesi cessò ogni contatto con il funzionario. Quello, Mautone, resta sotto ascolto, l’altro, Cristiano, non più.

Detto questo, va dato atto a Di Pietro di non aver semplicemente tenuto la rotta sul tema del «grande fratello» giudiziario, ma di aver addirittura alzato il tiro sull’argomento, criticando il ddl proposto dal governo (bollato come «piduista») e annunciando di essere pronto a lanciare un referendum per abrogare l’eventuale legge per limitare l’uso delle intercettazioni. Che sono «uno strumento utile e necessario», spiega Tonino, augurando persino «buon lavoro» ai magistrati che indagano su quelle telefonate tra Cristiano e Mautone: «Quando non si ha nulla da temere - la sua sintesi - non si ha paura delle indagini».

Eppure Tonino, a dar retta agli investigatori della Dia, qualcosa da temere ce l’aveva, visto che c’è il sospetto fondato che l’ex pm sapesse in tempo reale che il figlio era intercettato. Così come qualcosa da temere forse il leader Idv l’aveva quando ancora indossava la toga e indagava sul banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia. Quello «sb(i)ancato». Il faccendiere aveva nel 1993 acquistato schede telefoniche svizzere per evitare le intercettazioni. Alcune di queste, appurò il Gico della guardia di finanza, Pacini Battaglia le aveva anche regalate ad amici e conoscenti. E secondo il giudice Ferdinando Imposimato, uno dei destinatari era proprio l’ex pubblico ministero. «L’utenza gsm n. 0041/892009854 è stata certamente usata da Di Pietro», ricorda Imposimato nel suo libro Corruzione ad alta velocità: «Queste schede avevano all’epoca una particolarità, rendevano praticamente inintercettabili i telefoni che le usavano», continua Imposimato, e ovviamente chi usava quei telefoni di fatto non aveva nulla da temere. «Queste schede erano tutte intestate a Henri Lang, autista di Pacini Battaglia. Questo è agli atti della magistratura bresciana. E il fatto che il gip De Martino non l’abbia considerato reato non vuol dire che non sia vero».

Di Pietro, all’uscita del libro di Imposimato, tanto per non smentirsi, annunciò querela. «La sto ancora aspettando. Né io né la mia casa editrice Koiné abbiamo mai ricevuto querele, citazioni o richieste di rettifica da Di Pietro o da suoi rappresentanti», rivela Imposimato al Giornale.

Tornando alle schede svizzere di Pacini Battaglia - che anticipavano un sistema poi perfezionato dal dg juventino Luciano Moggi, come emerse nell’inchiesta della procura di Napoli su Calciopoli - è vero che a Brescia il gip non diede seguito alle contestazioni dei pm, che ritenevano invece come l’uso e il possesso di quella scheda telefonica dimostrassero il legame e i rapporti diretti tra Di Pietro e il banchiere italo-svizzero che Tonino indagava. Ma è vero anche che l’utilizzo di altre sim svizzere di Pacini Battaglia è stato giudicato penalmente rilevante da altri magistrati. Quando il gip di Milano Alessandro Rossato chiese al Parlamento l’arresto di Cesare Previti, tra le motivazioni della pericolosità dell’ex deputato mise nero su bianco che «l’onorevole Cesare Previti ha utilizzato una o due schede telefoniche gsm svizzere, fornitegli da Pacini Battaglia (int. 30/7/1997) “per sentirsi più tranquillo sulle telefonate che faceva”». Stesse schede, valutazioni difformi.

Infine. Se è vero, come Di Pietro afferma il 24 dicembre scorso, che «le intercettazioni stanno all’attività giudiziaria come il bisturi alla sala operatoria», l’ex pm dovrebbe ricordarsi che anche lui ha avuto paura - per restare alla stessa metafora - di finire sotto i ferri. Tanto che quando era sotto indagine a Brescia, Di Pietro mette a verbale una richiesta che alla luce delle sue attuali convinzioni è un po’ stonata. Lo fa in un interrogatorio del 7 luglio 1995. Per «evitare ulteriori invasioni ingiustificate nella mia sfera privata - detta alle toghe bresciane - e nel mio diritto costituzionale alla riservatezza, faccio fin d’ora istanza affinché codesto Ufficio si limiti ad acquisire, o comunque a mantenere in atti, solo quella parte dei tabulati telefonici direttamente riferibili alle illecite intercettazioni telefoniche segnalate dall’on. Craxi: per questo segmento di inchiesta, infatti, dovrei essere “parte lesa” e finirei per essere messo ancor più pubblicamente alla gogna da parte di quei mass media desiderosi di pettegolezzi».

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P.s.:...... in un bellisimo montaggio, il nostro "eroe" al di qua ed al di là della barricata ! Penoso !

http://www.youtube.com/watch?v=oXmwDkU6xbg

Questo accanimento del Giornale di Berlusconi contro Di Pietro mi sembra moooolto sospetto.

Magari il Silvio fosse "solo" sospettato di aver usato SIM svizzere...

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Mi pare che "qualche" processo lo ha già fatto....lui.

Appunto.

Posted
E' dietro le sbarre infatti :lol:

Fosse una persona qualunque, sì

Posted
Fosse una persona qualunque, sì

Si parlava del moralizzatore/salvatore della patria diosolosàcomeèdiventatomagistrato....... :lol:

Posted
Si parlava del moralizzatore/salvatore della patria diosolosàcomeèdiventatomagistrato....... ;)

Allora il cammino è più o meno il seguente:

Scuole Elementari (si chiamavano ancora così)

Scuole medie inferiori

Scuole medie superiori

Università

Esame x magistrato

Concorso

:D:P;)

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Allora il cammino è più o meno il seguente:

Scuole Elementari (si chiamavano ancora così)

Scuole medie inferiori

Scuole medie superiori

Università

Esame x magistrato

Concorso

:P;);)

Ho idea che sarebbe cannato all' esame di quinta elementare..... :D

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Io ho l'impressione che il diosolosàcomeèdiventatomagistrato stia dando fastidio all'illustrissimo presidente del consiglio.

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Io ho l'impressione che il diosolosàcomeèdiventatomagistrato stia dando fastidio all'illustrissimo presidente del consiglio.

diosolosàcomeèdiventatomagistrato fa tanto il moralizzatore, poi vedi cosa combina sua figlio, poi scopri che mentre sta a Roma si intrattiene con simpatiche donzelle mentre la moglie resta a casa, e ti chiedi in che valori creda LUI ... chi è senza peccato scagli la prima pietra...

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Io ho l'impressione che il diosolosàcomeèdiventatomagistrato stia dando fastidio all'illustrissimo presidente del consiglio.

Dava più fastidio da Magistrato che da politico...

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