alberto Posted March 5, 2010 Posted March 5, 2010 E' 15 anni che abbiamo un democristiano.E "voi" sate facendo di tutto per avere "lo stesso democristiano" per altri 5 anni. Son tentato di votare il GiulioLike, ma temo di ritrovarmi Emanuele Filiberto assessore regionale alla musica. io non lo voglio e ho i testimoni. se, per avere la lega, devo prendermi pure lui, va beh, tanto è l'ultima volta. SPERO!!!
Virgus Posted March 5, 2010 Posted March 5, 2010 Sono in imbarazzo per lui. E ora sotto con gli epiteti nei miei confronti del tipo "bolscevico, comunista" e chi più ne ha più ne metta... Sei un comunista bolscevico prevenuto . Io la penso peggio di te .
Maurizio Posted March 5, 2010 Posted March 5, 2010 Sono in imbarazzo per lui. E ora sotto con gli epiteti nei miei confronti del tipo "bolscevico, comunista" e chi più ne ha più ne metta... Berlusconiano....
tricky Posted March 5, 2010 Posted March 5, 2010 Sei un comunista bolscevico prevenuto .Io la penso peggio di te .
ROOSTERS99 Posted March 7, 2010 Posted March 7, 2010 sei più intelligente di uno che scrive la frase che ho quotato, non buttarti via. Certo, come tu sei più intelligente di uno che non capisce che scherzavo.....
ROOSTERS99 Posted March 7, 2010 Posted March 7, 2010 (edited) domenica 07 marzo 2010 "Così i signori della moda aiutano i clandestini e fanno fallire gli italiani" di Stefano Lorenzetto Giancarlo De Bortoli costretto a chiudere l’azienda, svela i segreti dei grandi stilisti: "Mi davano 24 euro per una camicia e 40 per un abito. Venduti in boutique a 490 e 890" Lo chiamano made in Italy, ma è più sfatto che fatto. Diciamo pure marcio. In cima alla scala ci sono i signori della moda. Venerati e intoccabili: ci mettono la faccia. Un gradino sotto stanno i terzisti. Carne da macello: ci mettono il sangue. Giancarlo De Bortoli, 61 anni, titolare della Herry’s confezioni di Pramaggiore, dove il Veneto sfuma in Friuli, era un terzista. Lo hanno vampirizzato: «Sto portando i libri in tribunale. Il mio mondo finisce qui. Avrei dovuto smettere prima. Ho resistito fino all’ultimo per le dipendenti, che erano la mia famiglia. È stato tutto inutile. Sia ben chiaro: non è colpa né del governo, né delle banche. Sono stati gli stilisti a strangolarmi, lentamente ma inesorabilmente. E allora mi sono detto: dichiara fallimento da solo, Giancarlo, cadi con onore, non farti mettere i sigilli di ceralacca dall’ufficiale giudiziario». De Bortoli un fallito? Com’è possibile, in nome del cielo? Sa fare come pochi il suo mestiere, ha sempre sgobbato 12 ore al giorno, praticava prezzi concorrenziali, era arrivato a produrre 20.000 capi l’anno, non contraeva debiti, non s’è arricchito, era oculato, pagava regolarmente gli stipendi, versava i contributi previdenziali, non evadeva le tasse, nello stabilimento aveva messo per le sue operaie il climatizzatore e l’impianto stereo. Che altro ancora si può chiedere a un imprenditore? Spiegatemelo voi. Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Era uno dei migliori su piazza, fidatevi. Faceva le camicie su misura persino per i 9 piloti della flotta aerea privata dei Benetton. Pochi riuscivano a lavorare la seta, il raso, lo chiffon, la crêpe georgette come lui. Ma nessuno doveva sapere che dalla sua fabbrica uscivano i capi d’alta moda per signora con cucite sopra le etichette delle più grandi maison d’Italia: Gucci, Prada, Max Mara, Miu Miu, Etro, Sportmax, Costume National, Duca d’Aosta, Cividini. E poi Giorgio Armani: «Ho dovuto comprare sette tenaglie per spezzare nei punti di cucitura le perle che ricoprivano una sua giacca». E poi Valentino: «Trecento pigiami ordinati attraverso il maglificio Nigi di Mogliano Veneto, eh sì, c’è anche il terzista del terzista». E poi le sorelle Fendi: «Duecento tailleur tempestati di paillettes, il solo pantalone sarà pesato 10 chili». E anche griffe straniere, perché in fatto di contoterzismo tutto il mondo è paese: Emanuel Ungaro, Apara, Pringle of Scotland, Strenesse, Tse cashmere. «Ho prodotto camicioni per conto di Stella McCartney, figlia di Paul, il cantante dei Beatles, la stilista che ha fatto l’abito da sposa di Madonna. Ma la casa per cui ho lavorato di più in assoluto è stata Jil Sander. Per una decina d’anni la fondatrice, Heidemarie Jiline Sander, da Amburgo mi mandava l’ordine per le camicie che indossava lei stessa, i suoi stampi erano conservati qui da me in azienda». Io lo conoscevo bene Giancarlo De Bortoli. Ma ora non lo riconosco più. La barba di un giorno, gli occhi arrossati, la voce tremante. «Ti vengono strane idee. Se non fosse per mia figlia e per le mie due nipotine...», e la mente va allo stilista inglese Alexander McQueen, già pupillo di Romeo Gigli e Givenchy: «Gli fornivo le camicie. Avrebbe compiuto 41 anni fra qualche giorno. È morto a Londra l’11 febbraio scorso. Suicida». Dall’estate del 2008 sono ben 13 gli imprenditori veneti che si sono ammazzati dopo aver visto naufragare la loro azienda: quasi uno al mese. Maledetto il giorno in cui De Bortoli diede retta al padre Antonio, che aveva visto emigrare verso la Svizzera tutti i suoi figli. «Ero elettrotecnico alla Brown Boveri di Baden, stipendio ottimo. Papà mi telefonò: “È mai possibile che di tre figli debba morire senza averne almeno uno qui vicino a me?”. Tornai a Motta di Livenza. Era il 1968. Sposai Maria Paola. Entrai nel ramo tessile con un amico. Volevo chiamare la nostra azienda Harry’s, in onore di Ernest Hemingway, assiduo frequentatore dell’Harry’s bar di Venezia. “No, no, Arrigo Cipriani ci fa causa”, obiettò il mio socio. E all’ultimo momento infilò nel marchio una “e” al posto della “a”, Herry’s». Ben presto Giancarlo e Maria Paola subentrarono all’amico. Avevano due laboratori: lei abiti da donna, lui camicie. «È morta nel 2004. Ho assorbito l’intera produzione nella mia azienda, come Maria Paola avrebbe desiderato. Negli anni d’oro eravamo arrivati a 97 dipendenti, tra fissi e occasionali. Ho chiuso che mi restavano solo 24 collaboratrici, tutte anziane». Un solo errore ha commesso De Bortoli: s’è accorto troppo tardi che giù, in fondo alla scala, ci sono scantinati e garage brulicanti di terzisti extracomunitari che impiegano schiavi, per lo più clandestini, «gente che ai re Mida dell’ago e filo fornisce un paio di jeans a una cifra oscillante fra i 4 e i 6,50 euro, quando il prezzo minimo, per chi lavora con tutti i crismi, non può mai scendere sotto i 25-30, gente che per una camicia accetta 16-22 euro, mentre a me ne costava non meno di 30-36. Non la vinci, non la puoi vincere, una concorrenza così sleale, fuori da qualsiasi regola». Oportet ut scandala eveniant. Adesso che De Bortoli ha dichiarato fallimento, il fenomeno sommerso affiora sulle prime pagine dei giornali veneti. «Daremo la caccia ai committenti italiani dei laboratori cinesi non in regola: questo non è affatto made in Italy», promette Carmine Damiano, questore di Treviso. «Provare un collegamento diretto è difficile: nessun committente affida direttamente i propri lavori, ma si avvale di contoterzisti a cui fa firmare un contratto di fornitura che vieta il subappalto», avverte il colonnello Claudio Pascucci, comandante della Guardia di finanza. È così, De Bortoli? «Certo i signori della moda non sono fessi e sanno come cautelarsi da ogni genere di responsabilità in caso di violazioni lungo la filiera produttiva. Come ha dichiarato il colonnello Pascucci, in linea teorica e da un punto di vista etico chiamare in causa il committente è logico, ma provarne le colpe è quasi impossibile, perché le leggi in materia sono “troppo morbide e facilmente aggirabili”, parole sue. Io comunque sto ai fatti». E i fatti quali sono? «Che nel 2009 in Veneto sono falliti 240 laboratori tessili. Che nello stesso anno la Guardia di finanza ha scoperto quasi 600 operai irregolari nel solo Trevigiano. Che il responsabile tecnico di una grande griffe alla vigilia della ricorrenza dei defunti mi disse: “Sa, De Bortoli, lei è un privilegiato, perché in giro troviamo chi ci fa il suo lavoro per 5 euro e ce lo fa anche bene”». Alcune case di moda potrebbero ignorare che i loro vestiti vengono subappaltati a laboratori clandestini. «Va bene, ammettiamo che sia vero. Anch’io, in fin dei conti, per salvarmi mi sarei potuto rivolgere a qualche sfruttatore all’insaputa dei committenti. Ma quando un celebre stilista impone prezzi assurdi, all’insegna del “prendere o lasciare”, sa in partenza che servono gli schiavi, non può ragionevolmente ritenere che un imprenditore italiano in regola con le leggi sia in grado di lavorare a quelle condizioni. Prova ne sia che io sono fallito. E questa a casa mia si chiama responsabilità morale». Le aziende devono badare agli utili, si sa. Proprio per non finire come la Herry’s. «Sì, ma dev’esserci una misura anche negli utili. Guardi questa scheda: è per un abito foderato di Jil Sander, stagione 2010. Cuciture aperte, cuciture chiuse, pince, orli ripiegati, orli riportati, orli surfilati, scollatura, giri, fodere, impuntura di sbordatura non visibile al dritto, 14 pieghe che si rincorrono in senso antiorario sulla gonna... Saranno una trentina di operazioni. Ci volevano 96,5 minuti di lavoro per un abito così. Sa quanto me l’hanno pagato? Al netto dell’Iva, 40 euro. E hanno avuto anche l’impudenza di consegnarmi l’etichetta col prezzo al pubblico da metterci sopra: 890 euro». Inaudito. «E questa camicia per donna? Servivano 97 minuti. Mi è stata pagata 24 euro. Nelle boutique la trova a 490 euro. Devo continuare?». Prego.«Questo fax arriva dalla Svizzera. Gruppo Gucci. Mi chiedevano una camicia per 34,54 euro. Sono riuscito a strappare un aumento di 1,50 euro per la difficoltà nell’applicazione dei bottoni. Lei vede che il prezzo totale è di 41,73 euro. In realtà poi mi trattenevano 3,50 per il collaudo e 2,19 euro per il bulk, che sarebbero gli accessori forniti da loro. Non è finita: un appendino di Gucci può costare 3 euro. Me ne mandavano uno scatolone e me lo fatturavano. Avanzavo 20 appendini? Me li facevano pagare lo stesso. Avrei potuto restituirli. Ma le procedure per il reso mi sarebbero costate mezza giornata di lavoro di un’impiegata. Tanto valeva rinunciare». E così lavorava in perdita. «Esatto. Sempre sperando che le cose si raddrizzassero. Ce l’ho messa tutta, mi creda. Dicevo agli stilisti: ma a questi prezzi non ci sto dentro, venite a controllare di persona, rimanete per un giorno in azienda e insegnatemi voi quali economie di scala posso fare. Mi hanno spremuto fino all’osso. “Tanto”, è stato il commento di uno di loro quando ha saputo che ero spacciato, “per un laboratorio che chiude ne aprono altri cinque”. Sottinteso: stranieri». Ma quand’è cominciata la crisi? «Nel 1997, per una camicia, Jil Sander mi dava dalle 70.000 alle 80.000 lire, l’anno scorso in media 16-22 euro, cioè dal 55% al 47% in meno. Un terzista ci mette la pura manodopera e per legge va pagato a 30 giorni. Hanno cominciato a saldare a due mesi, a tre mesi. Poi hanno trasferito le produzioni all’estero: Romania, Slovenia, Tunisia, Portogallo. Infine hanno delocalizzato nei seminterrati italiani. Laboratori-lager. Non c’è provincia che ne sia immune. La Riviera del Brenta e la Marca trevigiana ne sono impestate più di Prato. Gli schiavi non vengono pagati a tempo, bensì un tot a capo. Non importa quanto c’impiegano a finirlo: lavorano lì, mangiano lì, vivono lì. Emergono un’ora al giorno, come i sommergibili, e subito tornano sotto, alla luce artificiale. Dormono tre ore per notte. Non conoscono ferie, Natale, Pasqua, Capodanno, Ferragosto. Non smettono mai e si accontentano di un niente». I suoi colleghi come si salvano?«I più fortunati, quelli che avevano da parte i soldi per i trattamenti di fine rapporto, hanno contenuto i danni, chiudendo subito». Perché non ha fatto lo stesso? «Perché non potevo pagare le liquidazioni ai lavoratori. La metà delle piccole imprese del Veneto l’hanno bruciato da tempo, questo accantonamento. L’ultimo Tfr, 24.000 euro, sono riuscito a versarlo a una dipendente tre anni fa. Scaglionato in 12 rate». Quanto fatturava? «Nel 1995 ero arrivato a 3 miliardi di lire, cioè 2 milioni di euro d’oggi. Nel 2007 ero sceso a 684.000 euro, l’anno dopo a 596.000. Nel 2009 il disastro: appena 288.000 euro».Perdoni la brutalità, lei avrebbe dovuto dichiarare fallimento parecchi anni fa. «Lo so da me. Però chi era? Confucio? a dire che quando un uomo cade dalla rupe si aggrappa ai rovi? Ho venduto la mia villetta a schiera e sono andato a stare in affitto per portare un po’ di soldi nella ditta. Dal 2004 ho smesso di farmi lo stipendio, ho dato fondo a tutti i risparmi. A Natale ho capito che era finita: in dicembre avevo fatturato 18.000 euro e fra stipendi, tredicesime, contributi e Irpef me ne servivano 90.000». Che cos’era per lei il lavoro? «Tutto. Mi alzavo dal letto la mattina, recitavo le preghiere e poi venivo qui, fiero di me stesso. Però negli ultimi tempi dicevo a Stefania Dal Ben, che è in azienda da 21 anni: entriamo ad Auschwitz... È blasfemo anche solo pensarlo, ha ragione. Ma il sentimento era quello. Umiliazioni, umiliazioni, umiliazioni, e non sapere se saremmo arrivati vivi a sera. Non c’è di peggio, per un imprenditore, che non riuscire a pagare lo stipendio ai propri dipendenti. Io ho smesso a luglio. Andavo avanti ad acconti. Un fornitore può aspettare, ma una famiglia no. Non riuscivo più a reggere lo sguardo delle operaie, nonostante fossero loro stesse ad incoraggiarmi: “Andiamo avanti, signor Giancarlo, noi ci fidiamo di lei”». Oggi che cosa prova quando vede un défilé in televisione? «Repulsione. Nell’ultima sfilata di Dolce e Gabbana c’era un maxi schermo che rimandava le immagini delle sartine con ago e ditale, per mostrare che l’alta moda è tutta italiana. Non è vero, non può essere vero. Altrimenti io non avrei dichiarato fallimento. Ma dove vivono questi due signori? Ma lo sanno o no che il contratto dei tessili è parificato alle lavanderie? Ma lo sanno o no che la scuola Calligaris di Treviso e quella di Azzano Decimo, dove s’insegnavano taglio, cucito e modellistica, hanno chiuso una vita fa? L’ultima apprendista che venne a suonarmi il campanello per essere assunta si chiamava Aurora, aveva 16 anni, e per avviarla all’haute couture me ne sono serviti cinque. Sono passati tre lustri da allora. Oggi le sarte si accontentano di pulire i cessi nelle aree di servizio: guadagnano di più». Eppure le griffe spopolano.«La gente cerca gli status symbol, crede di rendersi presentabile con un abito. Ma non sa neanche che cosa compra. La qualità è l’ultimo pensiero. Nessuno controlla, i politici per primi. Ma dài, lo sanno tutti da dove viene fuori l’alta moda italiana che italiana non è! Basterebbe andare a vedere le bollette dell’elettricità. Ci vogliono i 380 volt, mica i 220, per far marciare un laboratorio». Non salva nessuno? «Roberta Furlanetto e Luisa Beccaria, due stiliste milanesi che fanno produrre tutto in Italia da mani italiane. Pretendevano le finiture sartoriali e me le pagavano il giusto». Prova vergogna? «Tanta. Però giro per strada a testa alta. Chi mi conosce sa che non ho mai rubato». Adesso che farà? «Non ne ho idea. Sono un fallito. Che cosa può fare un fallito? Confido nella clemenza del giudice. Secondo l’avvocato mi sequestrerà un quinto della pensione di reversibilità di mia moglie, che è di 800 euro mensili, e mi pignorerà i mobili, lasciandomi il letto e il fornello. Questo è ciò che ho avuto dalla vita. Ma almeno sono morto in piedi». _______________________ Edited March 7, 2010 by ROOSTERS99
alberto Posted March 7, 2010 Posted March 7, 2010 Certo, come tu sei più intelligente di uno che non capisce che scherzavo..... sì, probabilmente... lo avevo capito, ma... non mi piaceva come conclusione del discorso...
ROOSTERS99 Posted March 7, 2010 Posted March 7, 2010 sì, probabilmente... lo avevo capito, ma... non mi piaceva come conclusione del discorso... PROBABILMENTE ??? Dai Alby.....
Ponchiaz Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 (edited) Considerazioni sfuse sull'articolo postato da Roosters. a. Il buon giornalismo fa cosi': racconta i fatti attraverso le persone e le loro storie. Questo articolo centra il punto meglio di mille editoriali del Sole24 ore pieni di grafici. b. Il mio stomaco non puo' fare a meno di odiare dal profondo questa massa di froci miliardari che fa i soldi sulla pelle dei terzisti e sulla deficienza conclamata di chi ancora compra le loro porcate a peso d'oro. c. Detto quanto al punto b. questi froci miliardari sono comunque ancora una delle poche cose (l'unica) per le quali il nostro paese, industrialmente parlando, ha una faccia che non sia marrone all'estero. d. Domanda sincera per gli addetti ai lavori. Come e' possibile, pero', che nonostante la riconosciuta professionalita' di molti di quelli che chiudono, sti caspita di laboratori clandestini con manodopera dal terzo mondo riesca a produrre abiti della stessa qualita'? P.S. Mi scuso per l'utilizzo della parola "Froci" che in questo contesto si potra' considerare sinonimo di "Talento creativo, aperto verso stimoli diversi, simpaticamente anitconformista". Edited March 8, 2010 by Ponchiaz
ROOSTERS99 Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 Considerazioni sfuse sull'articolo postato da Roosters.a. Il buon giornalismo fa cosi': racconta i fatti attraverso le persone e le loro storie. Questo articolo centra il punto meglio di mille editoriali del Sole24 ore pieni di grafici. b. Il mio stomaco non puo' fare a meno di odiare dal profondo questa massa di froci miliardari che fa i soldi sulla pelle dei terzisti e sulla deficienza conclamata di chi ancora compra le loro porcate a peso d'oro. c. Detto quanto al punto b. questi froci miliardari sono comunque ancora una delle poche cose (l'unica) per le quali il nostro paese, industrialmente parlando, ha una faccia che non sia marrone all'estero. d. Domanda sincera per gli addetti ai lavori. Come e' possibile, pero', che nonostante la riconosciuta professionalita' di molti di quelli che chiudono, sti caspita di laboratori clandestini con manodopera dal terzo mondo riesca a produrre abiti della stessa qualita'? P.S. Mi scuso per l'utilizzo della parola "Froci" che in questo contesto si potra' considerare sinonimo di "Talento creativo, aperto verso stimoli diversi, simpaticamente anitconformista". concordo ed aggiungerei : - Pensare di comprare una camicia di marca, di pregevole fattura, a meno di 60 euro vuol chiaramente dire incrementare il vergognoso mercato illegale descritto sopra. E ciò vale per altri tipo di prodotti, ovviamente. Riflettiamo bene. - Se nascesse un prodotto davvero "made in Italy", tutelato da un marchio serio, che offrisse comunque un buon prodotto senza targhette di froci miliardari a 30-40 euro, non potrebbe funzionare ? Virgus, che dici ? - Domanda per chi ha filgli: ma non vi siete rotti le palle di comprare giocattoli "cinesi" che costano poco ma valgono ancora meno ?? Io sì.... - In sintesi finale, ma noi in quanto consumatori, non potremmo riuscire ad orientare il mercato in modo che spariscano i laboratori clandestini e non gli ottimi artigiani nostri connazionali ? Certo, anche la "Politica" dovrebbe aiutare, invece...
tatanka Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 - Domanda : ma non vi siete rotti le palle di comprare ? Io sì.... Bravo. Comunque secondo me bisognerebbe inserire il marchio POC. Produzione di origine controllata. Poi starà ai produttori essere capaci di dimostrare che i prototti POC hanno qualità migliore e prezzi buoni. A me poi basterebbe qualità uguale e prezzo ugual per scegliere un POC invece che un generico.
ROOSTERS99 Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 (edited) Virgus, hai letto (pagina precedente) la storia del tuo "collega" veneto ? Che ne pensi ? Edited March 8, 2010 by ROOSTERS99
Virgus Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 Virgus, hai letto (pagina precedente) la storia del tuo "collega" veneto ?Che ne pensi ? Che è tutto , amaramente , vero . Io quando ho iniziato , 20 anni fa ,vendevo una t-shirt a 18.500 lire. Oggi , la stessa t-shirt la vendo 8.90 euro . E sono caro . Produciamo merda , questa è la realtà . Ma il problema è che la stragrandemaggioranza della gente non è nemmeno in grado di capirlo . Ti , vi , farei assistere ad un controllo qualità che queste fantasmagoriche firme fanno : MA ANDATE A CAGARE !!! Quel tizio veneto doveva smettere , non aver pietà per nessuno e smettere . Prima . Perchè la situazione per un terzista italiano è quella da anni . Un marchio italiano molto famoso anni fa ha lanciato la moda di magliette e canotte in costina di cotone con la loro etichetta applicata sul petto : tramite un amico comune ho conosciuto il DG di quest'azienda e sono riuscito a fare una mia offerta per produrre questi capi . Si parlava di ordini da 15.000 pcs a volta , metà bianchi e metà neri ... ora , per chi non mastica il mio lavoro , se pagato il giusto è come vincere la lotteria ! Ho fatto la mia offerta , la più bassa possibile perchè avevo bisogno di crescere come volumi e non cercavo il guadagno ma la copertura dei costi . Ripeto : LAVORARE SENZA GUADAGNARE MA SOLO PER COPRIRE I COSTI . 7.000 lire per la t-shirt , 5.800 per la canotta . Tessuto COMPRESO per chi non lo avesse capito . Quando han visto la mia offerta si son messi a ridere . Credo che stiano ridendo ancora . L'han trovata talmente ALTA da mettersi a ridere . Qualcuno di voi ha mai comprato una maglietta in costina di quel marchio con la e commerciale in mezzo ? Quanto l'avete pagata ?
Virgus Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 d. Domanda sincera per gli addetti ai lavori. Come e' possibile, pero', che nonostante la riconosciuta professionalita' di molti di quelli che chiudono, sti caspita di laboratori clandestini con manodopera dal terzo mondo riesca a produrre abiti della stessa qualita'? Non è la stessa qualità . E' lo stesso rapporto qualità / prezzo . E' una cosa diversa.
Virgus Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 - Se nascesse un prodotto davvero "made in Italy", tutelato da un marchio serio, che offrisse comunque un buon prodotto senza targhette di froci miliardari a 30-40 euro, non potrebbe funzionare ? Virgus, che dici ? Per me no.
ROOSTERS99 Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 Che è tutto , amaramente , vero .Io quando ho iniziato , 20 anni fa ,vendevo una t-shirt a 18.500 lire. Oggi , la stessa t-shirt la vendo 8.90 euro . E sono caro . Produciamo merda , questa è la realtà . Ma il problema è che la stragrandemaggioranza della gente non è nemmeno in grado di capirlo . Ti , vi , farei assistere ad un controllo qualità che queste fantasmagoriche firme fanno : MA ANDATE A CAGARE !!! Quel tizio veneto doveva smettere , non aver pietà per nessuno e smettere . Prima . Perchè la situazione per un terzista italiano è quella da anni . Un marchio italiano molto famoso anni fa ha lanciato la moda di magliette e canotte in costina di cotone con la loro etichetta applicata sul petto : tramite un amico comune ho conosciuto il DG di quest'azienda e sono riuscito a fare una mia offerta per produrre questi capi . Si parlava di ordini da 15.000 pcs a volta , metà bianchi e metà neri ... ora , per chi non mastica il mio lavoro , se pagato il giusto è come vincere la lotteria ! Ho fatto la mia offerta , la più bassa possibile perchè avevo bisogno di crescere come volumi e non cercavo il guadagno ma la copertura dei costi . Ripeto : LAVORARE SENZA GUADAGNARE MA SOLO PER COPRIRE I COSTI . 7.000 lire per la t-shirt , 5.800 per la canotta . Tessuto COMPRESO per chi non lo avesse capito . Quando han visto la mia offerta si son messi a ridere . Credo che stiano ridendo ancora . L'han trovata talmente ALTA da mettersi a ridere . Qualcuno di voi ha mai comprato una maglietta in costina di quel marchio con la e commerciale in mezzo ? Quanto l'avete pagata ? E' una follia allo stato puro !! Personalmente, come facevo già prima, starò ancora più attento a ciò che compro, perchè non si può mica continuare così....
ROOSTERS99 Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 Per me no. Perchè la 'ggente è troppo allocca per capire, o perchè non si troverebbero accordi e reglole condivise senza che qualcuno finisca per fare il Dallavalle di turno ??
Virgus Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 Perchè la 'ggente è troppo allocca per capire, o perchè non si troverebbero accordi e reglole condivise senza che qualcuno finisca per fare il Dallavalle di turno ?? Perchè la ggente è disposta a pagare 3 euro un cono gelato o 6 euro un mezzo di birra o 10 eure una pizza ma le magliette devono costare poco . Quanto poco ? Meno di poco , niente . Chissenefrega se sono usa e getta o se ognitanto qualcuno finisce in ospedale con delle eruzioni cutanee che nemmeno il Vesuvio nei giorni migliori .... A meno che non sia della marca giusta , allora si compra punto e basta . Anche se dobbiamo ipotecarci la macchina ....
Virgus Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 Perchè la 'ggente è troppo allocca per capire, o perchè non si troverebbero accordi e reglole condivise senza che qualcuno finisca per fare il Dallavalle di turno ?? Perchè la ggente non capisce un cazzo , fidati . Perchè la ggente fa quello che il Dellavalle o l'Armani di turno dice loro di fare . Perchè i più grandi industriali tessili italiani da un lato piangono miseria , dall'altro riempiono i propri negozi di merda . Merda d'importazione . Perchè i culi italiani nemmeno la merda son più in grado di produrre ...
Dragonheart Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 Non sono un economista, però credo sia giusto riflettere sul fatto che, purtroppo, soprattutto quando parliamo di capi d'abbigliamento ed accessori, il prezzo è una componente (psicologica!) utile a rendere "esclusivo" il prodotto. Avevo clienti nel settore moda che chiedevano ai loro licenziatari di restare in una determinata fascia di prezzo medio-alta per non svilire il marchio. Fregandosene del fatto che questo significasse vendere meno. Quando hanno iniziato ad avere problemi, non hanno abbassato i prezzi, sono andati a produrre in Turchia. E alla fine sono "morti" con il marchio in mano.
tatanka Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 Stiamo andando fuori discorso. Perché se io voglio indossare merda perché costa 1 invece che una maglietta normale che costa 5 e neanche mi immagino quella lussuosa che costa 100 in fondo sono cazzi miei. Il problema dei Virgus vari è che a lui la maglietta la vogliono pagare 5 quando a lui produrla costa 7 perché c'è qualcuno capace di produrla a 4.8 E quel qualcuno la produce a 4.8 perché lo fa in condizioni ILLEGALI. Se qualcuno, a parità di condizioni LEGALI, la produce a 4.8 Virgus deve tirare fuori la paglia dal culo e scoprire come si fa. Se il qualcuno lo fa in modo ILLEGALE si chiama CONCORRENZA SLEALE e il VIRGUS é FOTTUTO. Il resto sono chiacchiere. Poi la ditta, il terzista, il venditore può buttarsi sul prodotto di alta, bassa o infima qualità. Ma sono scelte di mercato. Qui si parla di codice penale, di magistratura, di guardia di finanza di NAS e di quello che volete voi. Di economia non c'è una mazza.
tatanka Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 Non so se è un golpe. Non so se c'è stato accanimento su Formigoni. La sua lista ha problemi di forma, non è scandaloso che li possa sanare. Ma se con il decreto riammettono la lista CHE NON SI E' PRESENTATA a Roma siamo ad un livello di arroganza assurda. Stiamo parlando di una lista che doveva essere presentata alle 12.00 e che alle 12.30 si stava ancora modificando. Mi sto incazzando. Sento di essere impotente di fronte a questo e la cosa mi fa incazzare ancora di più.
davide Posted March 8, 2010 Posted March 8, 2010 Non so se è un golpe.Non so se c'è stato accanimento su Formigoni. La sua lista ha problemi di forma, non è scandaloso che li possa sanare. Ma se con il decreto riammettono la lista CHE NON SI E' PRESENTATA a Roma siamo ad un livello di arroganza assurda. Stiamo parlando di una lista che doveva essere presentata alle 12.00 e che alle 12.30 si stava ancora modificando. Mi sto incazzando. Sento di essere impotente di fronte a questo e la cosa mi fa incazzare ancora di più. Beh facile, basta che tu vada a votare, che so, 5 ore dopo la chiusura dei seggi e poi fare un casino della madonna con tanto di "decreto interpretativo", perchè negarti il voto sarebbe un vulnus del cazzo che una democrazia moderna non può tollerare.
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