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VareseFansBasketNews

  • simon89
    «Dopo la partita di domenica scorsa, l’asticella si alza ancora. Ancora di più». Non fa una grinza e non si tratta solo della qualità degli avversari: il percorso è sempre stato, è e sarà varesino. Contro i propri limiti più che contro l’altro da sè.
    Pistoia è valsa l’abbaglio di una speranza, Avellino a piazzare il colpo che scompagina le carte, Pesaro a mettere a segno un punto importante nella battaglia salvezza, Brescia a corroborare il concetto di rinascita con una partita di purissima sostanza. Cosa sarà Capo d’Orlando?
    Se lo chiede anche coach Attilio Caja, nella lunga vigilia che precede l’appuntamento con i siciliani di Di Carlo. Quarti in classifica: «Dopo una vittoria importantissima come quella contro la Leonessa - esordisce il coach in conferenza stampa - ci aspetta un impegno davvero tosto. Capo è 4° in classifica e lo è dopo 23 partite: non c’è nulla di casuale nella posizione che occupa. È una squadra di qualità e sta facendo davvero bene».
    La disamina degli avversari è lunga e articolata: «Si parta da un grande giocatore come Drake Diener, che a Capo d’Orlando - come, del resto, ovunque abbia giocato - si è dimostrato capace di innalzare il livello dei compagni. Vicino a lui c’è una seconda punta come Dominique Archie, altra costante di una formazione che ha cambiato volto. Archie è molto versatile, ha una doppia dimensione: interna, perchè può far male in avvicinamento a canestro, ed esterna, con un tiro da fuori che dovremo obbligatoriamente tenere d’occhio. Accanto a loro c’è un gruppo di giocatori emergenti e molto interessanti».
    Quali? «In primis Ivanovic, il sostituto di Fitipaldo, che sta dimostrando di avere grandi qualità offensive e fiuto per il canestro: è un realizzatore e sa tirare anche da molto lontano. Poi c’è Tepic, che non è un terminale d’attacco vero e proprio ma è molto bravo a coinvolgere i compagni. Non dimentico nemmeno atleti come Laquintana, Delas, Stojanovic e Iannuzzi, tutte pedine che sono state in grado di crescere molto nell’arco della stagione». Su Iannuzzi, l’Artiglio spende qualche parola di più: «Lo allenai 5 anni fa nella nazionale sperimentale e mi stupì del fatto che non avesse ancora avuto la possibilità di giocare in serie A. Proprio 2 anni fa, quando ero qui a Varese, parlai di lui con Max Ferraiuolo: “Vai a vederlo ad Omegna - gli dissi - perchè è molto interessante e ne vale la pena». Il coach non lo dice, ma se pochi mesi dopo fosse stato confermato sulla panchina biancorossa, l’ala classe 1991 (208 cm) avrebbe potuto essere uno degli obiettivi di mercato.
    Tornando al qui e ora, la somma fa un avversario difficile, «da affrontare con una grande attenzione difensiva, rimanendo sempre concentrati su tutte le loro molte opzioni. Dall'altra parte del campo, invece, dovremo essere pronti ad attaccare le diverse difese che ci troveremo davanti».
    Fabio Gandini

  • simon89
    La quadra trovata da Attilio Caja nella disastrosa Openjobmetis da lui ereditata a fine dicembre 2016 ha richiesto sudore e sacrifici. Del lavoro, innanzitutto, ma anche di uomini: il più evidente è quello di Aleksa Avramovic, 1,5 minuti di impiego medio nelle ultime quattro partite, quelle della rinascita biancorossa, frutto di 6 primi giocati contro Pistoia e di 3 n.e. consecutivi contro Avellino, Pesaro e Brescia.
    Un accantonamento evidente, per un giocatore che durante la gestione di Paolo Moretti in campionato (12 gare) restava sul parquet 18,9 minuti di media, producendo 9,5 punti ad allacciata di scarpe con il 48% da 2 e il 25,5% da 3. Un accantonamento, però, anche da spiegare, cercando parimenti di ragionare sul futuro di un atleta giovane (23 anni il prossimo 25 ottobre) e di prospettive ancora da decifrare.
    Oggi e ieri
    Una squadra lunga, con gerarchie solo apparenti (forse una delle “colpe” maggiori da addebitare a Moretti), da ricostruire tecnicamente e moralmente: il 22 dicembre 2016, giorno della firma di Caja, Varese era questo. Accanto al lavoro duro in palestra e a a al cesello psicologico sia individuale (con colloqui mirati) che collettivo, l’allenatore pavese ha dovuto fare delle scelte nel segno della funzionalità e della complementarietà del materiale tecnico a sua disposizione, cercando di far nascere un “sistema” sul quale instradare la risalita. Primo passo: un quintetto titolare (Maynor, Johnson, Eyenga, Ferrero e Anosike) “chiaro” e “consistente” nei minutaggi. Secondo: il ragionamento sugli incastri. Con due “attaccanti” come Johnson ed Eyenga, nei momenti di riposo necessari al ritrovato leader Maynor (e mettendo definitivamente al bando i cambi “morettiani” di tre-quattro pedine alla volta, come per le linee dell’hockey), l’esigenza era quella di utilizzare un playmaker puro ed esperto, ovvero l’identikit di Massimo Bulleri. Nei minuti passati da Johnson a rifiatare in panchina, poi, ecco l’utilità di un Cavaliero, giudizioso e versatile (a Brescia è stato tante volte “scambiato” con Eyenga) pur senza acuti di rilievo.
    Strada chiusa per “Avra”, guardia e non playmaker nelle considerazioni del coach, anarchico in virtù di quel talento ancora inesperto e uomo di rottura per eccellenza: uno da mettere quando sei sotto di 15, quando cioè il succitato “sistema” si dimostra in difficoltà, per cercare di ritornare in partita. C’è chi potrà obiettare come il serbo sia stato il migliore dei primi tre mesi disgraziati di stagione: vero, verissimo. Ma la risposta è insita nella stessa obiezione: in quella squadra che un “sistema” non lo aveva, un giocatore istintivo e abituato a giocare per conto proprio non poteva che mettersi in evidenza, in virtù di mezzi indubbiamente da non sottovalutare.
    Domani
    Bocciatura senza appelli, dunque? No: il giudizio non è sull’atleta in assoluto, anzi; il giudizio è (stato) sulla situazione e sui bisogni di una formazione caduta in fondo alla classifica. Tanto è vero che Aleksa rimane uno dei giocatori più seguiti e “rimbrottati” dall’Artiglio durante gli allenamenti, allenamenti che prima o poi diranno definitivamente se il giovanotto può aspirare a diventare un regista o meno. Chiarendo in tal modo il futuro suo e quello di Varese con lui.
    Perché è inevitabile pensare al domani di un ragazzo che ha ancora un anno di contratto garantito oltre a quello corrente, più un’opzione per un eventuale terzo anno di rapporto complessivo. Le variabili per capire come costruire la squadra prossima ventura sono tante e inintellegibili al momento, ma una cosa pare certa: dovesse mai essere presa in considerazione l’ipotesi del 5+5, spazio per Avramovic non ce ne sarà, considerati anche i contratti in essere con il cotonou Pelle (1+1 firmato nell’estate 2016) e il comunitario Kangur (biennale con uscita, a basso costo per Varese, a giugno 2017). Con i “5 italiani” la società si dovrebbe lanciare in tre transazioni con i giocatori sopra citati (o almeno con due di essi), con quella di Aleksa - che ha un contratto a stipendio e tutele “crescenti” - da concordare. Discorso diverso nell’ipotesi di un 3+4+5 (assolutamente non scartata a priori nei piani di piazza Monte Grappa: si può risparmiare anche con i 7 stranieri, basta creare un roster da 9 pedine “vere” invece che da 12...), nel quale il potenziale di “Avra” costituirebbe una scommessa da giocare ancora, magari cercando compagni complementari da affiancargli. Quel che è certo è che, dal mentore Coldebella in giù, nessuno - men che meno Caja - ha scaricato l’ex mvp del campionato serbo.
    Fabio Gandini

  • simon89
    Norvel Pelle, per ovvie ragioni anatomiche, non passa inosservato quando passeggia per la città. La gente lo riconosce, lo ferma, lo saluta. Sembra volergli istintivamente bene. Una prova? Giusto il tempo di concludere l’intervista ed un autobus suona il clacson, accostando a bordo strada: l’autista richiama con ampi gesti Norvel, lo fa salire sul mezzo, gli stringe la mano e gli dà una pacca sulla spalla. Lui lascia fare, pacifico e contento, con quel candore sorridente che tradisce - a dispetto della mole - i suoi 24 anni appena compiuti.
    Il gigante bambino from Antigua e Barbuda sta diventando grande sotto il Bernascone. Quasi una seconda crescita dopo quella - veloce, precoce, senza reti - che tutti quelli come lui sono costretti a vivere quando lasciano il nido per tentare il volo nel basket. La vita sotto le plance è un rebus: puoi farti planare addirittura in posti come Taiwan o il Libano, dove 211 centimetri tratteggiati alla caraibica sembrano più improbabili di una palma in Groenlandia. Poi ti può far atterrare a Varese e regalarti altri centimetri, stavolta di esperienza, da rivendere a te stesso quando le ali ricominceranno a muoversi verso altri lidi.
    Sì, un giorno Norvel si ricorderà di tutto questo. Si ricorderà di una stagione tragica, di un “clic” che tutto cambia e di un allenatore che - al prezzo del sudore - lo ha preso e ha rivoltato il suo gioco come si fa con un calzino. Cambiando lui, i suoi compagni e un destino nero.
    Pelle, come si sta dopo aver vinto la partita di Brescia e dopo aver conquistato il quarto successo consecutivo? Bene, assolutamente. Essere stati consistenti ed aver portato a casa quattro vittorie è molto importante.
    Qual è il segreto di questa rinascita? Non c’è un segreto, davvero. Abbiamo finalmente fatto un passo avanti come gruppo, abbiamo fatto “clic”, realizzando che solo giocando tutti insieme sarebbero arrivati i risultati. Come poi, effettivamente, sta avvenendo.
    Allora cambiamo la domanda: perché il clic non arrivava, prima? Cosa non andava in questa Openjobmetis? Prima Varese era una squadra solo sulla carta: non si assimilava come una squadra, non si muoveva come una squadra. Troppi, per esempio, cercavano di rompere le partite da soli e di portarle a casa con giocate personali. Ora, invece, abbiamo trovato una chimica, un giusto modo per stare insieme. La svolta è stata dopo la pausa del campionato: siamo rientrati tutti con la mente sgombra ed i risultati si sono visti.
    È personalmente soddisfatto della sua stagione? Sì, sicuramente: l’inizio è stato difficile, ma il finale sembra promettere bene (sorride).
    Nella transizione da Moretti a Caja si è notato un grosso cambiamento nel suo gioco difensivo: meno stoppate e meno spettacolarità, ma decisamente più incisività. Conferma? È vero. Io e Caja ci siamo seduti al tavolo e lui ha completamente stravolto il mio modo di giocare sia a livello difensivo che offensivo. In difesa, all’inizio della stagione cercavo di andare a stoppare su ogni tiro, lasciando magari troppo spazio al mio uomo di competenza. Ora è diverso, sto concentrato sul mio avversario e cerco di stoppare solo quando è possibile: è quello che il coach mi ha chiesto, oltre a stare sempre pronto e presente a rimbalzo. Perché una delle chiavi per lui sono i rimbalzi: ce lo ripete in continuazione.
    Il rapporto con lo staff è dunque buono? Lei svolge anche delle sessioni individuali insieme a Paolo Conti... Con Caja si lavora davvero duramente, e si vede in partita, dove siamo venuti fuori giocando con fisicità. Io ho la mia razione di lavoro extra con “coach Paolo” (Conti ndr), che mi aiuta molto nel gioco sotto canestro.
    Qual è stato il momento più difficile dell’anno finora? Ed il migliore? Il più brutto è stato chiaramente quando continuavamo a perdere e basta, perchè non riuscivamo a trovare una soluzione che fosse una. Il momento migliore, senza ombra di dubbio, è adesso: abbiamo trovato la chiave, (“we clic as a team” dice così).
    Come viene vissuto da voi giocatori un cambio di allenatore? Non vuoi mai che qualcuno perda il suo lavoro, chiunque sia: un giocatore, un allenatore, un membro dello staff. Non è per forza una sconfitta di noi atleti, però come squadra devi necessariamente guardarti dentro e rivalutare il lavoro che hai fatto fino a quel momento. E quando è l’allenatore a essere cacciato, all’interno dello spogliatoio si pensa: «Non è lui il problema, siamo noi, e dobbiamo fare per forza qualcosa di diverso».
    Si trova bene con i suoi compagni di squadra? Io amo i miei compagni di squadra. Trascorro il tempo con loro quando siamo fuori dal campo, giocando ai videogames o rilassandomi un po’, specialmente con Eric Maynor.
    E Varese, le piace? La città è bella, piccola, quasi una tana. Le persone ed i tifosi sono molto amichevoli e cercano di aiutarmi, perché non so l’italiano. Sono nato ad Antigua e Barbuda, però sono cresciuto in California: casa mia è Long Beach.
    Ecco, arriva da un posto un po’ sperduto come Antigua e Barbuda: tanti lettori non sapranno nemmeno dove sia... Ci racconti un po’ com’è. È una piccola isola, un posto bellissimo. Mia nonna, alle spalle di casa sua, ha una spiaggia privata: è fantastico. Antigua si può comparare molto alla Jamaica, è simile. Io non ci torno da parecchio tempo, forse dieci anni, perchè quando non sto giocando vado in California, oppure a New York. Però sento costantemente la parte della famiglia che è rimasta lì, mi manca molto. Anche se so che loro sono contenti ed eccitati per quello che sto facendo qui.
    Come si trova nel basket italiano dopo aver giocato a Taiwan ed in Libano? Il basket italiano è sicuramente differente rispetto agli altri in cui ho militato. È molto più tecnico, molto più basato sui fondamentali, più fisico. Se lo paragoniamo ai campionati di Taiwan e del Libano, questa è assolutamente una top league.
    Com’era vivere in quei Paesi? A Taiwan camminavo per strada e la gente mi guardava in maniera molto strana per via della mia statura. Mentre il Libano sembra una piccola America: consiglio a tutti di andarci perché è un posto favoloso.
    Come immagina il suo futuro professionale? Ho ancora due anni di contratto qui, innanzitutto. Poi, chissà: se continuo a lavorare e a giocare come sto facendo ora, tutto può accadere.
    E per il resto della stagione invece cosa si augura? Vorrei semplicemente continuare a vincere, continuare a fare quello che stiamo facendo ora: perché fermarci proprio adesso? Solo alla fine vedremo dove saremo arrivati, chi lo sa? Magari conquisteremo i playoff...
    Tra due partite c’è il derby con Cantù: qualcuno le ha raccontato il significato che ha questa partita per la città ed i tifosi? So che c’è una forte rivalità perché sono due posti molto vicini tra loro, e so che di queste gare si parla per una stagione intera, soprattutto quando si vincono. Stavolta, prometto, li batteremo.
    Sappiamo che è come chiederle chi preferisce tra fratello e sorella, però ci proviamo: è meglio una stoppata o una schiacciata, Norvel? Entrambe (ride) Però mi piace davvero tanto stoppare e poi guardare negli occhi il mio avversario, per vedere la sua reazione dopo che il suo tiro è finito chissà dove.
    Alberto Coriele e Fabio Gandini

  • simon89
    Una nuova filosofia basata sugli italiani e sul vivaio per costruire un futuro sostenibile attraverso un'identità qualificante: questo è il "domani" di Varese. A prescindere dalle disponibilità per la stagione prossima ventura tra sponsor da rinnovare ed eventuale "socio forte" da aggiungere all'asse societario, torna di stretta attualità l'idea del passaggio al 5+5 per indirizzare il 2017-18 verso un progetto che coniughi sostenibilità economica e risultati del campo. Non è soltanto un discorso di taglio dei costi, ma un punto qualificante per proporre un progetto tecnico legato ad un marchio di fabbrica che caratterizzi nuovamente Varese dopo troppi anni di "porte girevoli" affidandosi a stranieri di passaggio. Già nel 2014-15 e nel 2015-16 la proprietà aveva espresso una preferenza per la formula con più italiani, salvo avallare poi le indicazioni dell'area tecnica che aveva optato per il 3+4+5: mercato iniziato troppo tardi due estati fa per trovare italiani validi, pregiudiziale per partecipare alla Champions League nel 2016.
    Ora però, nell'ottica della razionalizzazione dei costi, la scelta diventa quasi obbligata: si tratta di un risparmio in grado di assorbire due terzi del taglio del 15 per cento sulla quale sta lavorando il CdA di Pall. Varese (nel 2016-17 si era partiti con un budget da 4,4 milioni di euro, poi salito a 4,6 con le aggiunte Dom Johson e Caja; per il 2017-18 si vorrebbe ridurre a 4). Passare da 12 contratti professionistici a 9 più un prodotto del vivaio significa ridurre sensibilmente le tasse federali (40mila di luxury tax più 3 parametri da 12.500) oltre a due salari lordi in meno: il conto totale si avvicina ai 300mila euro, ai quali vanno aggiunti i possibili introiti dalla partecipazione al conseguimento del premio italiani (nel 2016-17 tutte e 6 le società che hanno scelto questa formula riceveranno una fetta tra le 4 per il minutaggio complessivo e le 4 per il minutaggio degli Under 25).
    E le difficoltà nel reperire elementi competitivi a costi accessibili sul mercato "tricolore"? Leggenda metropolitana facilmente smentibile: partendo da Cavaliero e (auspicabilmente) da Ferrero, non è certo impossibile pescare un cambio affidabile a costi simili - non certo proibitivi - del capitano, e scandagliare l'A2 in cerca di un investimento futuribile capitalizzando la conoscenza di Attilio Caja dei giocatori dai 22 ai 26 anni con cui ha lavorato con la Nazionale Sperimentale. Quattro italiani di rotazione in panchina, confermando il monte stipendi iniziale del 2016-17 di poco inferiore al milione di euro, significherebbe mettere sul piatto suppergiù 700mila da spalmare per il quintetto base: più o meno quanto costa lo starting five attuale dopo il cambio "Johnson per Johnson"...
    Ma costruire uno zoccolo duro di italiani che diano garanzie sul piano tecnico ma soprattutto umano è un valore aggiunto non misurabile soltanto soltanto nelle voci di bilancio. Così come non va valutato soltanto in termini di costi e ricavi l'opera di sviluppo del settore giovanile, sul quale nel corso degli anni sono progressivamente aumentati gli investimenti "di supporto" al di là della svolta tecnica legata ai ritorni di Giulio Besio e Gianfranco Pinelli. Un prospetto futuribile come il 16enne Matteo Parravicini - e come il leader del gruppo 2001 vicecampione d'Italia tanti altri elementi interessanti - può avere un futuro in serie A soltanto lavorando non solo sulla tecnica ma anche sul potenziamento fisico come accaduto nel 2016-17. L'altro valore aggiunto per costruire una Varese più efficace dovrà essere Claudio Coldebella: il d.g. biancorosso ha potuto incidere relativamente poco avendo sostanzialmente "ereditato" al suo arrivo uno staff già completo che operava con la serie A. Ora, dopo aver studiato per un anno intero il funzionamento del sistema Varese, potrà mettere in atto le sue idee per ottimizzare il potenziale disponibile.
    Giuseppe Sciascia 

  • simon89
    Quattro perle, un unico - vero - filo conduttore: la difesa. Il resto sono modi diversi di vincere, protagonisti che si alternano sul palco, un’affidabilità di fondo di alcune pedine e la fragorosa sorpresa di altre. La somma fa una crescita collettiva che le cifre certificano in maniera evidente: nelle ultime partite Varese ha tirato con il 55,7% da 2, il 41,5% da 3, ha segnato 84,3 punti di media, preso 37,1 rimbalzi, smazzato 16,3 assist, perso 11,5 palloni, conseguito un 94,3 medio di valutazione e subito 75 punti a gara. Prima la situazione era questa: i punti segnati erano 75,6, frutto di un 48% al tiro da 2 e di un 32,9% in quello da 3, corredati dallo stesso numero di rimbalzi (37,1), da 13,2 assist, da 15,6 palle perse, da un misero 73,7 di valutazione media e soprattutto da 81,7 punti subiti ad allacciata di scarpe.
    Un’altra vita, in un solo mese fa. Riviviamo le 4 vittorie che l’hanno cambiata
    Pistoia
    Quello contro Pistoia è un successo sudato al cospetto dei propri fantasmi: la Openjobmetis, prima di entrare in campo nel posticipo del lunedì, è ultimissima, staccata da Pesaro e Cremona. Sul parquet regna la paura, fino al tiro di Johnson che frustra ogni ulteriore tentativo di recupero di una The Flexx risalita fino al -4. Il gioco ne risente: Varese tira con il 26% da 3, segna solo 75 punti, perde 14 palloni ed è vittima di alcuni fuori giri offensivi personali di Eyenga e Maynor. Però difende - a uomo, in modo generoso, cambiando su tutti i blocchi, “volando” sugli aiuti - costruendo in tal modo il suo vantaggio e mantenendolo fino alla sirena. Individualmente spiccano i 15 rimbalzi di Anosike, i 7 assist di Maynor e i 23 cristallini punti del Dominique ex Alba Berlino.
    Avellino
    In Campania si va con speranze relative: i segnali di vita mostrati contro i prodi di Esposito confortano, ma non parrebbero sufficienti a spaventare la seconda in classifica. Invece la Openjobmetis riesce a sorprendere, partendo ancora una volta da una retroguardia avvincente. Stavolta è la tattica a farla da padrone: si va a zona e c’è tanta attenzione nelle transizioni difensive. Per la squadra di Sacripanti la trappola è servita: nel secondo tempo la Sidigas segna 26 punti in 20 minuti, subendo un parziale di 3-17 che cambia volto al match. L’attacco è corsa quando possibile e un uso magistrale dei giochi a due, con Maynor (16 punti e soprattutto 9 assist) che innesca la prova offensiva di Anosike (19 punti). Johnson, per una domenica, è spuntato dall’arco: ci pensano i suoi compagni, trovando un clamoroso 60% da 2, conseguito - tra l’altro - contro il centro più ingombrante e temibile della serie A (Fesenko).
    Pesaro
    Si ritorna al PalA2A ed arriva la vittoria della consapevolezza. Sudata ma alla fine assai convincente. Chi si aspetta la zona ad asfissiare gli avversari, trova invece una “uomo” che si esalta nelle prestazioni personali di Johnson ed Eyenga e che riduce Pesaro al lumicino nella ripresa: 9 punti concessi nel terzo quarto, 18 nell’ultimo, dopo averne subiti 51 nel primo tempo. Dall’altra parte della luna l’attacco funziona a meraviglia, sull’arco, all’interno di esso, a difesa schierata e in transizione: Varese tira ancora con il 60% da 2, ma stavolta ci aggiunge il 41% da tre e l’incredibile dato di solo 6 perse. Per Johnson sono altri 20, Maynor scrive 15+8 assist, Anosike ne fa 18, Eyenga 15 senza forzature. E mentre il mostruoso Ferrero ritorna semi-normale (ma il suo lo fa sempre in maniera encomiabile) si rivede Kangur, che suona la carica per tutti nel momento della rimonta.
    Brescia
    Per il ratto di Montichiari non servono tante parole: il ricordo è ancora fresco. E’ un successo che riassume tutti gli altri, come se Varese, dopo aver studiato, fosse riuscita a superare un esame complesso e multidisciplinare. C’è la zona che si alterna sapientemente alla uomo, c’è la difesa dedicata ad anestetizzare i pick and roll di Vitali con cambi rigorosi e ben portati, c’è l’attacco a due punte (Johnson e Maynor) con tanti piccoli ma importanti cammei a dare supporto. E c’è la solidità mentale acquisita che permette ai biancorossi di scappare prima e di non farsi recuperare del tutto in un palazzetto caldissimo poi. Da sottolineare a dovere, oltre alle “evidenti” 18 “bombe” di una squadra in stato di grazia, anche i 17 assist e i 39 rimbalzi, a vincere - ancora una volta - il duello sotto le plance.
    Quattro vittorie, quattro grandi Varese: la squadra di Attilio Caja, ora, sa fare (quasi) tutto.
    Fabio Gandini

  • simon89
    L'Openjobmetis si avvicina a vele spiegate al traguardo salvezza, ma per programmare un 2017-18 che a meno di improbabili tracolli la vedrà nuovamente al via della serie A c'è bisogno di tempo. Il poker di vittorie post-Coppa Italia ha permesso alla squadra di anticipare i tempi della missione salvezza, passando il testimone alla società nella costruzione delle strategie future che passano da un paio di snodi vitali sul piano economico.
    Portafoglio contratti a parte, a oggi l'unica certezza inossidabile sembra legata alla posizione di Attilio Caja: l'architetto della ricostruzione di Varese sta guadagnandosi settimana dopo settimana una riconferma tanto meritata quanto inconfutabile. Chi si sentirebbe di mettere in discussione l'uomo della svolta, "scaricandolo" come già accaduto nel 2015? Il contratto già in esssere - l'OJM ha penale di uscita entro metà maggio - pare preludio ad una continuità auspicabilmente da estendere anche al parco-giocatori, alla luce dell'ottimo feeling che Artiglio ha sviluppato con alcuni giocatori cardine della rinascita (Maynor e Anosike su tutti). Ma per qualsiasi ragionamento futuro ci sarà da aspettare gli sviluppi della "campagna-conferme" delle sponsorizzazioni in scadenza e dell'apertura al "socio forte" deliberata dall'assemblea della scorsa settimana di "Varese nel Cuore".
    Gli scenari per il 2017-18 sono essenzialmente due: senza aggiunte all'attuale assetto societario e con la necessità di verificare l'interesse del main sponsor Openjobmetis a proseguire il rapporto, evidente la necessità di allestire un progetto economicamente meno impegnativo e più sostenibile. Dunque lo schema 5+5 - che rispetto al 3+4+5 con 12 professionisti della stagione attuale garantirebbe un risparmio di oltre 200mila euro - cercando qualche italiano emergente a supporto di Cavaliero e Ferrero (contratto in scadenza, ma la conferma di Caja e il feeling con la piazza lo rendono l'unico possibile rinnovo da mettere a fuoco in tempi rapidi) e scommettendo su Pelle come titolare sarebbe una strategia obbligata, con la salvezza come obiettivo primario e il sogno di fare jackpot con gli incastri per ripetere le imprese di Cremona 2015-16 e Capo d'Orlando 2016-17.
    Se invece dovessero arrivare uno o più "soci forti", allora le prospettive potrebbero non essere dissimili da quelle iniziali della stagione attuale, provando a convincere anche qualcuno dei big attuali a iniziare da Dominique Johnson (che però ha costi importantissimi e senza una vetrina europea - comunque solo FIBA Europe Cup nella migliore delle ipotesi - non prenderebbe in considerazione nessuna proposta). Due strade comunque divergenti, sia pur entrambe compatibili con la gestione Caja, che andranno percorse in un senso o nell'altro a seconda delle risorse disponibili. E mentre la squadra cercherà di onorare al meglio le 7 giornate ancora mancanti per chiudere il 2016-17, starà alla società operare affinchè entro il 7 maggio - data conclusiva della regular season - si possa stabilire con quale budget, e di conseguenza con quali strategie, costruire la prossima edizione di Varese.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    L’ultimo dei miracolati di Attilio Caja (vi ricordate il Johnson dell’inizio?) ha la mano torrida, la faccia di bronzo e la tendenza a mettersi in posa dopo aver bucato le retine avversarie, soprattutto quando conta.
    Si chiama Dominique Johnson e ne ha fatti trenta. Sì trenta. Dietro di lui una squadra vera, che segna, difende, soffre: una squadra di architetti, di scultori, di muratori (non conta chi sei o cosa fai: conta dove arrivi e dove gli altri arrivano grazie a te) che costruisce una casa coi fiocchi. Il capo-cantiere? Già lui: quello che ha preso un gruppo di uomini a terra e li ha portati a vivere una sera così. Si chiama Attilio Caja e queste gioie sono in primis le sue.
    Altro da scrivere? Sì: Varese batte Brescia dopo una partita vibrante, si allontana ancora di più dal fondo della classifica (+6, perdono sia Cremona che Pesaro) e dimostra al mondo di essere rinata. È la quarta vittoria di fila ed una goduria immensa.
    La cronaca
    È un florilegio di triple l’inizio di gara, con un Maynor ispirato da una parte e un Moore in evidenza dall’altra.
    La difesa della Leonessa, che passa spesso e volentieri a zona, è dura nonché sporca e provoca qualche palla persa di troppo tra i biancorossi, soprattutto in avvicinamento a canestro. È così che Brescia prova a scappare, prima con un altro bel canestro della sua guardia americana (14-10 al 6’), poi con un parziale tutto di Burns (20-15 al 7’). Varese non demorde e colpisce dall’arco con Cavaliero e Kangur, prima che il dardo di Moss “scriva” il 23-21 del 10’.
    L’inizio del secondo periodo è tutto di Kangur, che pareggia di tocco e trova - due minuti più tardi, ovvero dopo alcune buone difese da entrambe le parti - il vantaggio ospite ancora da sotto (23-27 al 13’).
    Caja si mette a zona e blocca le bocche da fuoco bresciane dopo il bombardamento del primo quarto, ma la Openjobmetis spreca parecchie occasioni di corroborare il vantaggio sul lato opposto del campo.
    Dal 13’ al 16’ non si segna, poi Moss risponde a un Pelle vigoroso a rimbalzo e preciso in lunetta (29-31 al 17’), quindi i canestri in successione ancora di Kangur, di Johnson e di Eyenga firmano il primo vero parziale del match (0-8, 31-39 al 18’). Di nuovo Moss prova a rispondere, ma è ancora Johnson sulla sirena a segnare da fuori e a fissare il 34-42 del 20’ (con il secondo quarto che si chiude con un eloquente 11-21 biancorosso).
    Si ritorna in campo e Dominique J. ricomincia da dove aveva finito: le sue due bombe a stretto giro di posta ampliano il margine di Varese (37-50 al 22’). La 3-2 ospite viene bucata da Landry, un tecnico a Johnson e il 4° fallo di Ferrero danno fiducia ai padroni di casa, ma ancora Johnson insieme a Maynor favoriscono un nuovo vantaggio in doppia cifra (44-55 al 25’). L’ex Alba Berlino è un’ira di Dio e ne mette altri 8 di fila che spingono la Openjobmetis fino al +18 (48-65 al 28’), prima che una sospensione di 15 minuti per un guasto al tabellone dei 24” raffreddi un po’ Varese e permetta alla squadra di Diana di ricucire parte del margine con Burns e Bushati (54-67 al 30’).
    Solo un antipasto di ciò che succede nel periodo finale: un 2+1 di Vitali e due triple di Burns e Bushati riportano Brescia addirittura a -5 (62-67 al 33’).
    Il colpo è duro e gli uomini di Caja tremano (66-69 al 35’), ma sanno che c’è solo un giocatore che può farcela a questo punto. Sì, è proprio lui, Johnson: altre due triple, ossigeno puro, per il 70-78 del 38’. Landry e Bushati non si arrendono, ma l’allungo è decisivo: Anosike e Maynor non sbagliano ai personali e dopo l’ultima preghiera di Moss è infine lui - sì, certo, chi volete che sia? - Re Johnson, a mettere la parola fine.
    Fabio Gandini

  • simon89
    L'Openjobmetis cala il poker sul campo di Brescia e certifica la sua definitiva uscita dalla zona calda. La truppa di Attilio Caja sbanca il PalaGeorge con una prestazione balistica di assoluto rilievo (18/35 da 3 di cui 8/14 del micidiale cecchino Dominique Johnson) e allunga a quota 6 il margine sulla zona retrocessione, oggi equidistante dai playoff. Obiettivo totalmente fuori portata per le occasioni sprecate in serie all'andata; ma oggi Varese merita ben altra posizione in classifica rispetto alla tredicesima attuale (sorpassata anche Caserta grazie al 2-0 negli scontri diretti).
    L'impresa a Montichiari 30 anni dopo l'ultimo hurrà esterno a Brescia (peraltro lontana dalla A per 28 anni...) è il segnale della consacrazione per la ritrovata solidità di Cavaliero e compagni. Un Maynor rifiorito sui livelli (offensivi) del 2014/15, che apre il fuoco in avvio e poi si dedica a ispirare i compagni, un Johnson letteralmente infuocato che propizia il maxi-break (dal 29-31 del 16' al 48-65 del 28') segnando 19 punti da sotto e da fuori, e un Kangur che lascia solo le briciole al capocannoniere Landry (8 punti sotto media e 2/8 dal campo). Il quarto successo in fila di Varese - non si vedeva una serie così lunga dalla Cimberio di Frank Vitucci - porta la firma dei due veterani in discussione fino al mese scorso, e dell'aggiunta in corsa che sta progressivamente dimostrando di valere fino all'ultimo centesimo lo sforzo - importantissimo - compiuto dal club di piazza Monte Grappa per sostituire il suo omonimo Melvin.
    Ma anche stavolta è il collettivo ad aver timbrato nel modo più efficace il cartellino per disinnescare i punti forti della Germani, primo tra tutti Luca Vitali che le scelte difensive di Caja (ottimo lavoro corale con i cambi sul pick&roll) hanno saputo limitare in maniera costante. Varese ha sofferto inizialmente la verve di Moore (20-15 al 7'), ma capitalizzando sin dall'avvio la circolazione di palla ben diretta da Maynor è stata agganciata a suon di triple (23-20 con 6/9 da 3 nei primi 10'). Poi, quando la difesa biancorossa - con Pelle a dare tanta sostanza interna - è salita di tono, l'OJM ha preso in mano il pallino del gioco (23-27 al 15') e ha piazzato un affondo bruciante quando il pistolero Johnson ha cominciato la sua micidiale sparatoria (34-42 al 20' con un dardo sulla sirena e poi la fuga progressiva fino al più 17 del 28'). Oltre al grande orgoglio di Brescia, a frenare la corsa a perdifiato di Varese ha contribuito anche uno stop di 10 minuti per un guasto tecnico al cronometro: una pausa che ha "raffreddato" la squadra di Caja e permesso di reagire alla Germani che, sospinta dalle triple di Bushati, è rientrata in scia fino al 66-69 del 35'. Provvidenziale un dardo di Maynor prima delle due magie di Johnson per il 70-78 del 38'; padroni di casa mai domi limando fino al 75-78 del 39', ma un libero di Anosike e un errore frontale dall'arco di Vitali hanno lanciato la fuga vincente dell'OJM, con un rimbalzo d'attacco convertito dal centro nigeriano a far tirare un sospirone di sollievo al centinaio abbondante di tifosi al seguito.
    Alla fine scambio di applausi tra giocatori e Curva Nord per una vittoria che proietta la squadra di Caja a 4 soli punti della quota salvezza "certi- ficata" dagli addetti ai lavori; ora il calendario si fa difficile (domenica arriva la rivelazione Capo d'Orlando, poi due trasferte a Cantù e Reggio Emilia). Ma, con questo piglio e questo Johnson, Varese inizia a far paura a tutti. Peccato che per i playoff sia tardi, ma meglio tardi che mai.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    «Giochiamo contro una squadra a tre punte, piena di giocatori di energia e capace di condizionare gli avversari con la sua difesa. Ma non dovremo snaturarci: facciamo la nostra pallacanestro, usiamo le nostre armi».
    Bello avere un’identità, finalmente. Dopo mesi di sofferenze, dopo che tirare fuori il sangue dalle rape sembrava impresa più facile che dare un senso a questa Openjobmetis 2016/2017. Ed è altrettanto bello saper di potere fare affidamento su di essa nel presentarsi al cospetto di un nuovo, difficile impegno, giocandosi le proprie chance e non partendo necessariamente battuti.
    C’è Brescia-Varese all’orizzonte: Attilio Caja, come ogni venerdì, mette le carte in tavola. Cercando un collegamento tra ciò che è stato e ciò che sarà: «Della vittoria contro Pesaro va rimarcato il modo - esordisce il coach pavese - I ragazzi sono stati encomiabili nel voler recuperare il risultato e c’è stata da parte di tutti una carica incredibile e un grande spirito. E’ stata un’ottima giornata: le restanti otto partite dovranno seguire questa traccia e ho cercato di sensibilizzare la squadra in proposito. So che domenica ci saranno anche tanti nostri tifosi a Brescia: a loro voglio dire grazie, perché ci stanno dando tanta fiducia e noi vogliamo continuare a contraccambiarla».
    Il focus sugli avversari: «Non mi faccio ingannare dalle ultime battute d’arresto, la Leonessa nasconde tante insidie. Lo dice ciò che ha fatto nel girone d’andata e quello che ancora sta facendo: se ha perso qualche gara è perchè gli avversari hanno prodotto delle grandi prestazioni e sono stati più bravi, come accaduto con Brindisi. Brescia ha tre punte principali. La prima è Luca Vitali, un playmaker che nel nostro campionato è dominante, un giocatore che sa far rendere al meglio i compagni ma sa anche mettersi in proprio quando c’è bisogno. La seconda è Moss: grande esperienza, un vincente, un atleta che può ricoprire al meglio tutti i ruoli della difesa e trovare punti in modi diversi in attacco. Poi c’è Landry: lo considero fra i tre più forti della serie A. È un “4” con movimenti perimetrali, in grado di colpirti sia avvicinandosi al canestro che da fuori».
    Il contorno non è da meno: «Penso a Moore, a Burns, a Berggren. Sanno tutti dare una grande energia, fatta apposta per una squadra che corre, prende i rimbalzi e segna molto sugli scarichi. Brescia, oltretutto, è anche una formazione molto tattica: usa la zona “match up”, una zona che ti costringe a riflettere, un’arma che le ha dato tanto nel girone d’andata». E qui sta il punto: «Noi non dovremo comunque snaturarci. Giochiamo la nostra pallacanestro, andiamo in contropiede, pensiamo alla nostra di difesa. E poi stiamo molto attenti a rimbalzo, perché abbiamo dimostrato di poter cambiare le partite proprio con i rimbalzi. Facendolo contro Brescia, riusciremmo anche a spuntare una delle loro armi migliori».
    Fabio Gandini

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