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VareseFansBasketNews

  • simon89
    Non usa mezze misure Attilio Caja, ed è un bene che si sia espresso in questi termini. Un derby senza tifosi è un mezzo derby, e la scelta di vietare ai tifosi varesini la possibilità di assistere dal vivo è stata tardiva e discutibile: «Peccato per questo divieto, che mi sembra una scelta di comodo, senza senso. Evidentemente per qualcuno è meglio lavarsi le mani. Ci si toglie una responsabilità, ma se tutti facessero così nel proprio lavoro e non si prendessero mai responsabilità, non andremmo da nessuna parte. C’è grande rammarico, perché sarebbe stata una bella pagina di sport. Noi abbiamo un pubblico caloroso, ma da quello che ho visto in questi due anni è un pubblico civile e partecipe. Credo inoltre che giocando a Desio, in un palazzetto grande e con una capienza notevole, le problematiche potevano diminuire. Prendiamo atto con rammarico, perché sarebbe stata una bellissima cornice. Questo è il bello dello sport in Italia, togliere queste rivalità che sono il sale dello sport è un vero peccato. Ho visto spesso dal vivo il derby Roma-Lazio con le curve piene, e vederlo con le curve vuote è invece più triste».
    Archiviata non senza rammarico la notizia del divieto, il discorso si sposta sul piano tecnico: «La vittoria contro Capo d’Orlando ci ha gratificati del lavoro fatto ed è stato un altro passo verso il nostro obiettivo, la salvezza. Siamo sul rettilineo finale, dobbiamo solo tagliare il traguardo e la prima opportunità per farlo è il derby. È da 10 anni che Varese non lo vince in trasferta, e solo questo dato dimostra quanto sia difficile. Cantù ha grande talento ed è cresciuta molto: Johnson non si discute, poi c’è Darden che all’andata aveva fatto molto bene, Cournooh si è inserito alla grande e sta tirando con medie altissime, anche Acker è in crescita. Poi hanno altri giocatori come Pilepic, di cui Pozzecco mi ha parlato bene, Dowdell che è un grande uomo squadra oppure Callahan che conosco molto bene e Calathes. Noi li rispettiamo ma siamo fiduciosi in ciò che possiamo fare. Non invidio nessuno perché nonostante il talento di Cantù io sono contento dei miei giocatori enon li cambierei con nessuno». Per Caja, oltretutto, è il primo derby con Cantù da inquilino della panchina di Varese: «Ne ho fatti tanti ma contro Cantù, sulla panchina di Varese, è il primo. Loro avevano fatto bene qua, sarebbe bello recuperare quantomeno per fare 1-1».
    Alberto Coriele

  • simon89
    A vederlo oggi, quando si mette in posa dopo aver fatto piovere nei canestri avversari, più che tre mesi sembrano passati tre anni. Quindici dicembre 2016, Galliate Lombardo, Fattoria “Il Gaggio”, presentazione ufficiale del nostro: fuori una nebbia che cancella addirittura il lago, dentro una tristezza da funerale del basket. Dominique abbozza un sorriso davanti ai flash, poi viene sommerso dalle domande “nere” dei cronisti: «Ma lo sai che sei arrivato in una squadra che continua a perdere?». E quel sorriso scompare, come il lago in una giornata di nebbia.
    Riapparirà, eccome se apparirà. Dopo cinque vittorie consecutive all’attivo, un ruolino di marcia da capocannoniere e la primavera che bussa alle porte di Masnago. Storia di DJ, o Dom, o Nique: se volete farvelo amico non parlategli del suo recente passato («No, sull’Alba Berlino non vi dico nulla...»), né del suo prossimo futuro («Rimanere? Come faccio a dirlo ora?»). Basta il presente, basta un sorriso.
    Johnson, partiamo da un “fotogramma” che ci ha incuriosito: domenica, quando ha messo il canestro decisivo (la penetrazione con il fallo subito intorno al 40’) si è girato e lo ha dedicato alla panchina. Come mai?
    Il coach mi aveva detto nel time-out di pochi secondi prima che avevamo bisogno di un canestro e io mi sono concentrato per realizzarlo, per trovare quei due punti decisivi. Così mi sono girato e ho voluto dedicarglielo.
    Com’è il suo rapporto con Caja?
    Buono, da lui sto imparando molto. Si complimenta quando faccio bene, ma allo stesso tempo mi corregge ed è puntuale nell’aiutarmi quando sbaglio. Io prendo tutti i suoi insegnamenti ed i suoi consigli nella maniera giusta, perché so che con lui posso solo migliorare.
    È arrivato in un momento difficilissimo per la squadra e per la società, con un ambiente dimesso e risultati che non arrivavano. Lei stesso inizialmente pareva confuso, incapace di incidere. Ora è tutto diverso, è tutto cambiato...
    Era proprio l’inizio, avevo tante cose in testa e stavo cercando di abituarmi ad una nuova città e ad un nuovo gruppo. È cosi quando arrivi: hai nuovi rapporti da instaurare e cerchi di trovare un feeling con tutto e tutti. Ora ogni cosa va a gonfie vele, davvero.
    Anche il rapporto con i suoi compagni di squadra, dentro e fuori dal campo?
    Sì, siamo un funny team, una squadra divertente. Ci sono tantissime personalità diverse e spesso non è semplice conciliare tutte queste differenze. Però vedo uno spogliatoio unito: tutti comunicano e stanno bene insieme, anche fuori dal campo. C’è una bella chimica anche quando usciamo dal palazzetto, e quando c’è un bel rapporto fuori dal parquet non puoi che trovarti bene anche dentro.
    Cinque vittorie consecutive (Pistoia, Avellino, Pesaro, Brescia e Capo d’Orlando): qual è stata la più complicata a suo giudizio?
    Direi Brescia, soprattutto perché dopo il blocco del cronometro loro sono rientrati, ci hanno recuperato diversi punti ed erano molto vicini quando mancavano due minuti al termine. Potevamo chiudere facilmente quella gara, però si è trasformata nella più difficile quando il tabellone si è fermato e li ha fatti rientrare.
    I tifosi ammirano la sua capacità di segnare, ma allo stesso tempo la sua abilità difensiva: quanto è importante nel suo gioco l’applicazione in retroguardia?
    La difesa è parte del mio gioco ed ogni gara disputata qui è una dura prova: non è semplice marcare le guardie avversarie. Cerco di metterci energia: nella partita casalinga contro Pesaro, ad esempio, sono riuscito a concludere una bella giocata difensiva, costringendo il mio avversario oltre i 24”. Mi ha motivato, mi ha caricato parecchio quell’azione.
    Come si trova a Varese dopo questi primi tre mesi?
    Sono già passati tre mesi? Il tempo passa in fretta. Per ora molto bene. È stata dura all’inizio, ma mi trovo davvero molto bene.
    Dopo un periodo di adattamento ha preso le misure con il gioco ed il ritmo italiano: cosa ne pensa del nostro campionato?
    Sto acquistando familiarità, mi sto abituando, anche per quanto riguarda il metro arbitrale. Sono “quello nuovo”, e devo tanto ringraziare Massimo Bulleri che mi aiuta ogni giorno e mi riempie di consigli. Il “Bullo” ha esperienza, mi dice «quello lo puoi fare, quello no», è come un mentore, è un coach in campo. Ha chiaramente più familiarità di me con il campionato e mi guida in ogni azione. Comunque mi piace la lega italiana, devo dire: è più veloce di altre.
    Ecco: ha giocato anche in Polonia, Israele e Germania. Differenze?
    Come detto, quello italiano è il campionato più veloce. Quello turco non si adatta propriamente alle mie caratteristiche, in Germania il gioco è un po’ più controllato mentre qui riesco a giocare al mio ritmo. Il più fisico è sicuramente quello polacco, in Israele - infine - mi è sembrato di essere come a casa...
    Com’è stata la sua infanzia?
    Sono nato e cresciuto a Detroit, ma uscirne è stata una benedizione. Devo ringraziare mio padre che mi ha portato fuori dalla città, perché non so se sarei vivo in questo momento. Mi ha permesso di andare a scuola e di seguire la mia carriera. I posti che ho visitato lavorando sono incredibili, da piccolo mai avrei pensato che sarei andato all’estero a giocare a pallacanestro... Ora questa è la mia vita e non la cambierei mai.
    Quali sono i sogni per il prosieguo della sua carriera, Dominique?
    Mi piacerebbe vincere dei campionati. I traguardi individuali sono belli, ma quelli di squadra hanno un sapore diverso. Ho vinto una coppa in Polonia, sono arrivato alle Final Four in Israele, tutte esperienze che inserisco nel libro dei ricordi. I record individuali si possono superare, cancellare, mentre un campionato che hai conquistato non te lo porta via nessuno. Sarebbe un sogno.
    Domenica si va a Cantù, una match duro, sentito, storico: cosa sa a riguardo del derby?
    Me ne hanno parlato ma sinceramente non conosco di preciso la rivalità tra le due squadre. Però in questo momento, nella situazione che stiamo vivendo, ogni partita è importante, non solo quella con Cantù. Per quello che stiamo facendo ora ogni singolo match ha un suo significato. In ogni caso sono pronto e carico per affrontare il derby.
    Cosa si può fare per tenerla qui anche per la prossima stagione?
    È presto per parlarne. Ci mancano sei partite di campionato, voglio concludere la stagione al massimo, dando il meglio e cercando di aiutare la squadra a vincere ed a migliorare la classifica attuale. Non sto pensando alla prossima stagione, non lo farò fino a luglio credo. Tornerò a casa e solo a quel punto mi concentrerò su ciò che potrà accadere l’anno prossimo.
    Alberto Coriele e Fabio Gandini
     

  • simon89
    L'Openjobmetis sembra ormai definitivamente al di fuori della zona retrocessione, ma il sogno playoff alimentato dalle cinque vittorie consecutive - la striscia aperta più lunga in serie A - sembra più legato alle possibilità concesse dall'aritmetica che alla realtà dei fatti. L'attualità stretta dice che nessun club dopo la Coppa Italia ha fatto meglio rispetto al pokerissimo di vittorie conquistato dalla truppa di Attilio Caja, passata dall'ultimo posto del ventesimo turno al dodicesimo attuale. Oggi Varese ha 8 punti di vantaggio sull'ultima della classe Cremona e appena 4 lunghezze da recuperare nei confronti di Brindisi e Torino, a braccetto all'ottavo posto.
    Ma ci sono due fattori contingenti che cozzano col sogno di agguantare in extremis l'obiettivo dichiarato nell'estate 2016: il primo è legato alla difficoltà del calendario, che proporrà a Cavaliero e compagni due soli impegni casalinghi (Trento e Cremona) nelle ultime sei gare della regular season, con trasferte impegnative sui campi di Reggio Emilia e della seconda forza Venezia, oltre al derby di domenica contro Cantù e alla tappa conclusiva a Torino. Il secondo è quello degli scontri diretti: i primi quattro mesi e mezzo di sconfitte pesanti in trasferta hanno lasciato in dote un meno 12 nel doppio confronto con l'Enel e un meno 28 con Pistoia (attualmente decima, un gradino sopra i biancorossi), oltre al meno 7 della sconfitta interna con Torino.
    Se la quota playoff attualmente è stimata a 30 punti, a Varese potrebbero non bastare neppure 5 vittorie nelle ultime 6 gare in un eventuale arrivo in parità multipla disciplinato dalla classifica avulsa. La versione "post Final Eight" della truppa di Attilio Caja varrebbe ampiamente le prime otto posizioni, ma le troppe occasioni sprecate nei primi due terzi del campionato hanno virtualmente azzerato il margine di errore dell'Openjobmetis. Passare il test del PalaDesio per cancellare la macchia della sconfitta casalinga dell'andata è il primo indispensabile step per alzare ulteriormente l'asticella delle ambizioni. E anche in caso di impresa sul campo di Cantù, ne servirà subito un'altra a Reggio Emilia nel secondo atto esterno consecutivo che il calendario pone sul cammino biancorosso. Certo, se l'OJM superasse a pieni voti anche i prossimi due viaggi, allora potrebbero aprirsi spiragli davvero interessanti. Ma realisticamente è meglio vivere alla giornata cercando di togliersi ulteriori soddisfazioni, a partire dal sentito derby di domenica: spazzata via la cappa di negatività che ha avvolto a lungo l'ambiente di Varese, la primavera anticipata delle ultime cinque vittorie consecutive ha riacceso entusiasmi sopiti, come evidenziato dagli oltre 1.600 paganti delle ultime due gare casalinghe. E gli umori positivi della piazza sono l'humus più fertile attraverso il quale alimentare la ricerca delle risorse necessarie - tra sponsor da rinnovare o aggiungere, e la caccia di capitali freschi tramite uno o più soci forti - per provare a non disperdere per intero i protagonisti della resurrezione frutto della "cura Caja" in vista della stagione 2017/2018.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    E ora che guardare indietro fa meno paura, ora che i fantasmi sono spariti, ora che i magoni sono dimenticati, ora che l’adrenalina ti ha messo le ali, l’unico limite diventa il cielo. Pazza idea di fare i playoff con lui, Attilio Caja. Anzi con loro, lui e il suo esercito spartano (fu Armata Brancaleone), protagonisti di una della metamorfosi più improbabili della storia del basket: là dove c’era la sconfitta, ora ci sono i sogni.
    Pazza idea di fare i playoff con Varese. Quando un obiettivo sembra conquistato (e lo è, quasi...) bisogna porsene subito un altro, ancorché difficile se non impossibile: è il sale della vita.
    Facciamo due conti, prima di raccontare la quinta perla che Varese costruisce ai danni della Capo d’Orlando (74-72 il finale) quarta in classifica. Cremona perde al fotofinish contro Sassari in casa, Pesaro rimane al palo a Trento: l’ultima piazza ora dista 8 punti dai 20 della Openjobmetis, con sei giornate ancora da giocare. Ragionevolmente parrebbe mancare una sola vittoria alla sicurezza. Giriamoci e guardiamo avanti, perché non è più peccato farlo: la settima e l’ottava piazza - in attesa di Reggio Emilia-Brescia di oggi - sono a quota 24, ma tra i biancorossi e la realizzazione di un autentico miracolo c’è una pletora di squadre (Cantù, Brescia, Pistoia, Brindisi e Torino) da superare. Servirebbe allungare il filotto e di molto, servirebbe fare la voce grossa negli scontri diretti (Cantù, Reggio Emilia e Torino), servirebbe un’impresa. Il solo poterla immaginare ad alta voce senza benedire la legge Basaglia che ha chiuso i manicomi in Italia, rende l’idea del percorso fatto dall’Artiglio e dai suoi insospettabili giocatori.
    Quattro problemi
    Capo d’Orlando, un problema in quattro parti. La prima: la forza intrinseca della sporca (è il caso di scriverlo) dozzina di Di Carlo. La bidimensionalità di Archie (26 punti con solo tre errori al tiro...) e l’imprevedibilità di Diener sono conferme della vigilia, le mani addosso, la garra, la “tignosità” difensiva e vocale (a portare gli arbitri dalla propria parte) sono una sorpresa.
    La seconda: la giornata no in attacco dei padroni di casa. Dopo la scorpacciata di Brescia (51% da tre), Varese torna a percentuali “morettiane” (22%) dall’arco e si intestardisce in area (40%), con il suo principale cannoniere Johnson francobollato da Tepic & company, un Maynor prima impreciso poi stordito dal colpo subito nei pressi dell’intervallo e un Eyenga con il motore offensivo spesso e volentieri fuori giri.
    La terza: i “grigi”. Quelli di giornata sono della peggior categoria possibile tra le tante contemplate dal mondo arbitrale: quella dei protagonisti a tutti i costi. I tre direttori di gara (Mazzoni, Quarta, Bettini) perdono subito il contatto con la realtà di una partita maschia, “cannano” due/tre fischi letali e favoriscono un nervosismo che si traduce in rissa, per la quale fanno le spese Cavaliero e Stojanovic, entrambi espulsi. Non contente, le grandi “A” appioppano tecnici a destra e a manca, fanno perdere il paradiso a Caja e a tre quarti del palazzetto e non riesco a trovare un’uniformità di giudizio nei fischi. Rovinando il match.
    La quarta: i falli dei lunghi. All’inizio del seconde tempo Pelle commette la quarta penalità, Anosike passa 20 minuti a doversi gestire con tre e Caja è costretto ad andare per molti tratti con il quintetto piccolo (Kangur e Ferrero), tirando il collo all’estone e privandosi - gioco forza - di armi decisive nel recente passato.
    Una soluzione di gruppo
    La risposta del gruppo è da campioni, ispirata da un’Artiglio “talebano” nel suo credo (Avramovic non si alza dalla panchina nemmeno stavolta, nonostante la mancanza in itinere del capitano). Come al solito, ha ragione lui. La Varese che non riesce a segnare dall’arco e che un po’ si specchia nella propria ritrovata bravura (tiri costruiti ariosamente ma con qualche fronzolo di troppo) tiene un vantaggio costante grazie a una retroguardia assatanata (11 recuperi e 5 punti concessi a Capo nei primi otto minuti dell’ultimo quarto), nella quale si segnala il sacrificio dello stopper Eyenga, soprattutto su Diener. Dall’altra parte della luna, invece, a decidere sono l’intelligenza del Johnson “spuntato”, che trova buone penetrazioni e poche forzature (15 punti e 7/7 ai liberi), la clamorosa prestazione a rimbalzo di Kangur (10 carambole da chi, un mese fa, non riusciva più a saltare la Gazzetta), l’entusiasmante cammeo di Bulleri (9 punti e un paio di canestri salvifici) e un Ferrero nato pronto da 11 punti in soli 16 minuti di permanenza sul parquet. Una menzione la merita anche Anosike (12 punti e 9 rimbalzi in 18 minuti), che nel “ciapa no” dell’ultimo quarto - e contro un bruttissimo cliente come Delas - segna cesti di lotta e di governo, importanti come una bombola d’ossigeno sull’Everest.
    Quindi? Quindi prima si respira e poi si sogna. Regalandosi una serata in cui cullarsi al pensiero che una squadra che vince cinque partite di fila, in cinque modi diversi (l’ultima di nervi, con la faccia brutta e cattiva) e contro cinque avversari che non le hanno regalato nulla, ora appartenga più al cielo che agli inferi. Comunque vada a finire.
    Fabio Gandini

  • simon89
    L'Openjobmetis supera a pieni voti anche l'esame di maturità contro Capo d'Orlando. La compagine di Attilio Caja allunga a quota 5 la sua serie positiva (record personale per il tecnico pavese sulla panchina biancorossa), fermando a quota 4 la striscia della quarta forza Betaland, e compie un passo decisivo verso la salvezza visti gli 8 punti di margine a 6 giornate dal termine nei confronti dell'ultima della classe Cremona. Vittoria tanto sofferta quanto significativa per una Varese capace di indossare la tuta blu in un match dai toni agonistici oltremodo vibranti, tra la doppia espulsione per Cavaliero e Stojanovic - mani al collo del capitano al serbo dopo uno spintone con ceffone a rimbalzo; gli arbitri hanno ricorso all'instant replay per decidere la sanzione - e mille contatti ruvidi tollerati sotto entrambi i canestri.
    La quinta meraviglia dell' OJM arriva in modalità sudore e lacrime in difesa, nascondendo una serata opaca dall'arco (4/18 da 3) e un complessivo 36% dal campo in una gara ruvida e sporca dopo il brillante 65% da 2 del primo affondo (35-25 al 16' prima della scaramuccia costata l'uscita anticipata del capitano). Per tre volte i biancorossi hanno provato la fuga (60-49 al 28' e ancora 69-58 al 34'), capitalizzando il predominio a rimbalzo (41-34 con 17 secondi tiri) e la capacità di creare tiri comunque equilibrati. Ma Capo d'Orlando non si è mai data per vinta, rientrando sempre in scia della squadra di Caja con un finale palpitante risolto dall'ennesima palla rubata dalla difesa di casa (11 recuperi contro 9 perse e 18 "turnovers" per la Betaland) e trasformato nel canestro della staffa da Eyenga (74-70 a meno 3").
    Vittoria da squadra vera, capace di nascondere una serata non scintillante in attacco e i problemi di falli dei lunghi (4 per Pelle al 21' e Anosike al 29') con la disponibilità a sacrificarsi di tutti gli effettivi per la causa comune. Nelle pieghe del match è stato fondamentale l'apporto dei veterani Kangur e Bulleri: l'estone -schierato anche da pivot vista l'emergenza - è stato un muro invalicabile in ogni situazione difensiva, mentre il 39enne playmaker di Cecina - preferito da guardia ad un Avramovic ormai "inchiodato" alla panchina per la quinta partita in fila - ha dato punti e verve all'attacco, nascondendo lo 0/7 dal campo di Maynor. Alla fine il punto esclamativo lo ha messo ancora "Dom" Johnson con il 2+1 del 72-67 a meno 1' prodotto eseguendo alla perfezione lo schema chiamato da Caja nel time-out precedente, e tuffandosi sul pallone vagante poi trasformato in contropiede da Eyenga sull'ultimo assalto a meno 2 della Betaland.
    Alla fine entusiasmo alle stelle per la sinfonia intonata dalla difesa tutta cuore e intensità di Varese al termine di un match da play off per fisicità e livello emotivo di partecipazione in tribuna. La "cinquina" calata contro Capo d'Orlando esorcizza in maniera stabile e definitivo lo spettro della retrocessione: col tonfo di Milano a Pistoia, oggi è l'OJM a vantare la striscia positiva più lunga di tutta la serie A. E i 4500 spettatori in tribuna applaudono a scena aperta l'ulteriore capitolo della "resurrezione" biancorossa griffata da Attilio Caja: Varese è tornata ad amare una squadra che ha saputo ricompattarsi attorno a un'identità forte, e ora spera di vivere altre domeniche esaltanti come quella di ieri. C'è ancora margine per sognare una clamorosa rimonta playoff? Il calendario dice no viste le 4 trasferte nelle ultime 6 gare, partendo dalle due consecutive a Cantù e Reggio Emilia. Ma il derby di domenica a Desio può essere un ulteriore trampolino di lancio verso un finale di stagione intrigante.
    Giuseppe Sciascia

  • banksanity6
    Questa sera l’orchestra (perché ora non c’è termine migliore per definire la OJM Varese) diretta dal Maestro Caja decide di suonare la quinta sinfonia e la platea dimostra tutto il suo gradimento con scroscianti applausi e facendo tornare a vibrare le mura del PalaA2A. Capo si dimostra avversaria ostica e rognosa e che non a caso occupa i vertici della classifica ma Varese da una dimostrazione di forza e carattere che alla fine vale per i 2 punti in classifica. Ma veniamo alle valutazioni :
    Johnson 7,5 : partita diversa rispetto a quella di Montichiari dove la conclusione dalla lunga non ne vuole sapere di entrare ma in compenso continua a difendere come un leone, mette tiri ad alta percentuale, è perfetto dalla lunetta e chiude con un confortante zero palle perse. Nel momento di maggior difficoltà, nell’ultimo quarto, segna il 2+1 che decide l’incontro dimostrando la sua leadership. BIG BALLS
    Anosike 7 : inizialmente fatica a prendere ritmo ma poi è come sempre fondamentale e concreto anche se limitato dai falli (infatti rimane in campo solamente 18 minuti). Lotta su ogni palla e chiude con 12 punti e 9 rimbalzi. CERTEZZA
    Maynor 6 : partita senza particolari acuti dal punto di vista realizzativo ma sicuramente non si può dire che sia stata del tutto negativa; tanto ordine e qualche assist di pregevole fattura limitando anche questa sera le palle perse. Vorrà dire che i punti pesanti li ha conservati per quando serviranno in futuro. SGRATTT
    Avramovic N.E.
    Pelle 6 : anche lui deve subire qualche fischio oltre modo severo e per questo non riesce a dare continuità alla sua prestazione anche se sicuramente non fa male. LIMITATO
    Bulleri 7,5 : impatto devastante per un ragazzo dalle 39 primavere;pressione asfissiante sul portatore di palla, sempre pronto al raddoppio anche sul lungo e poi stasera segna anche 9 punti pesantissimi e per niente semplici. COCOON
    Rossi N.E.
    Cavaliero 6,5 : anche se le prime 2 conclusioni non erano andate a segno stava dimostrando una buonissima predisposizione difensiva fino a quando non ha perso la calma e si è fatto trascinare nella bagarre che ha sancito poi la sua espulsione. TARANTOLATO
    Kangur 7,5 : se non fosse stato per quelle conclusioni sbagliate nella ripresa da sotto canestro sarebbe stata una prestazione da MVP. Nel primo tempo schiaccia (anche se dolcemente) due punti in entrata. In attacco raccoglie la bellezza di 8 rimbalzi e resta in campo 30 minuti difendendo anche da 5 puro senza far rimpiangere mai nessuno. REDIVIVO
    Canavesi N.E.
    Ferrero 7 : partita da incorniciare visto che nei minuti che resta in campo (16 per l’esattezza) ha un solo errore dal campo (2/2 da 2 e 2/3 dalla lunga) e un errore su 2 tentativi dalla linea della carità. Sempre attento e valido difensivamente visto che spesso deve tenere un osso assai duro come Archie. CAGNACCIO
    Eyenga 8 : nonostante un 4/14 totale al tiro ancora una volta è la scintilla da cui divampa l’incendio marchiato OJM. Se decide che vuole difendere si piazza li e non da respiro al suo diretto avversario (Diener questa notte è probabile che se lo rivedrà chissà quante volte nei suoi sogni) e tutti i suoi compagni seguono il suo esempio. NIGHTMARE

  • simon89
    «Dopo la partita di domenica scorsa, l’asticella si alza ancora. Ancora di più». Non fa una grinza e non si tratta solo della qualità degli avversari: il percorso è sempre stato, è e sarà varesino. Contro i propri limiti più che contro l’altro da sè.
    Pistoia è valsa l’abbaglio di una speranza, Avellino a piazzare il colpo che scompagina le carte, Pesaro a mettere a segno un punto importante nella battaglia salvezza, Brescia a corroborare il concetto di rinascita con una partita di purissima sostanza. Cosa sarà Capo d’Orlando?
    Se lo chiede anche coach Attilio Caja, nella lunga vigilia che precede l’appuntamento con i siciliani di Di Carlo. Quarti in classifica: «Dopo una vittoria importantissima come quella contro la Leonessa - esordisce il coach in conferenza stampa - ci aspetta un impegno davvero tosto. Capo è 4° in classifica e lo è dopo 23 partite: non c’è nulla di casuale nella posizione che occupa. È una squadra di qualità e sta facendo davvero bene».
    La disamina degli avversari è lunga e articolata: «Si parta da un grande giocatore come Drake Diener, che a Capo d’Orlando - come, del resto, ovunque abbia giocato - si è dimostrato capace di innalzare il livello dei compagni. Vicino a lui c’è una seconda punta come Dominique Archie, altra costante di una formazione che ha cambiato volto. Archie è molto versatile, ha una doppia dimensione: interna, perchè può far male in avvicinamento a canestro, ed esterna, con un tiro da fuori che dovremo obbligatoriamente tenere d’occhio. Accanto a loro c’è un gruppo di giocatori emergenti e molto interessanti».
    Quali? «In primis Ivanovic, il sostituto di Fitipaldo, che sta dimostrando di avere grandi qualità offensive e fiuto per il canestro: è un realizzatore e sa tirare anche da molto lontano. Poi c’è Tepic, che non è un terminale d’attacco vero e proprio ma è molto bravo a coinvolgere i compagni. Non dimentico nemmeno atleti come Laquintana, Delas, Stojanovic e Iannuzzi, tutte pedine che sono state in grado di crescere molto nell’arco della stagione». Su Iannuzzi, l’Artiglio spende qualche parola di più: «Lo allenai 5 anni fa nella nazionale sperimentale e mi stupì del fatto che non avesse ancora avuto la possibilità di giocare in serie A. Proprio 2 anni fa, quando ero qui a Varese, parlai di lui con Max Ferraiuolo: “Vai a vederlo ad Omegna - gli dissi - perchè è molto interessante e ne vale la pena». Il coach non lo dice, ma se pochi mesi dopo fosse stato confermato sulla panchina biancorossa, l’ala classe 1991 (208 cm) avrebbe potuto essere uno degli obiettivi di mercato.
    Tornando al qui e ora, la somma fa un avversario difficile, «da affrontare con una grande attenzione difensiva, rimanendo sempre concentrati su tutte le loro molte opzioni. Dall'altra parte del campo, invece, dovremo essere pronti ad attaccare le diverse difese che ci troveremo davanti».
    Fabio Gandini

  • simon89
    La quadra trovata da Attilio Caja nella disastrosa Openjobmetis da lui ereditata a fine dicembre 2016 ha richiesto sudore e sacrifici. Del lavoro, innanzitutto, ma anche di uomini: il più evidente è quello di Aleksa Avramovic, 1,5 minuti di impiego medio nelle ultime quattro partite, quelle della rinascita biancorossa, frutto di 6 primi giocati contro Pistoia e di 3 n.e. consecutivi contro Avellino, Pesaro e Brescia.
    Un accantonamento evidente, per un giocatore che durante la gestione di Paolo Moretti in campionato (12 gare) restava sul parquet 18,9 minuti di media, producendo 9,5 punti ad allacciata di scarpe con il 48% da 2 e il 25,5% da 3. Un accantonamento, però, anche da spiegare, cercando parimenti di ragionare sul futuro di un atleta giovane (23 anni il prossimo 25 ottobre) e di prospettive ancora da decifrare.
    Oggi e ieri
    Una squadra lunga, con gerarchie solo apparenti (forse una delle “colpe” maggiori da addebitare a Moretti), da ricostruire tecnicamente e moralmente: il 22 dicembre 2016, giorno della firma di Caja, Varese era questo. Accanto al lavoro duro in palestra e a a al cesello psicologico sia individuale (con colloqui mirati) che collettivo, l’allenatore pavese ha dovuto fare delle scelte nel segno della funzionalità e della complementarietà del materiale tecnico a sua disposizione, cercando di far nascere un “sistema” sul quale instradare la risalita. Primo passo: un quintetto titolare (Maynor, Johnson, Eyenga, Ferrero e Anosike) “chiaro” e “consistente” nei minutaggi. Secondo: il ragionamento sugli incastri. Con due “attaccanti” come Johnson ed Eyenga, nei momenti di riposo necessari al ritrovato leader Maynor (e mettendo definitivamente al bando i cambi “morettiani” di tre-quattro pedine alla volta, come per le linee dell’hockey), l’esigenza era quella di utilizzare un playmaker puro ed esperto, ovvero l’identikit di Massimo Bulleri. Nei minuti passati da Johnson a rifiatare in panchina, poi, ecco l’utilità di un Cavaliero, giudizioso e versatile (a Brescia è stato tante volte “scambiato” con Eyenga) pur senza acuti di rilievo.
    Strada chiusa per “Avra”, guardia e non playmaker nelle considerazioni del coach, anarchico in virtù di quel talento ancora inesperto e uomo di rottura per eccellenza: uno da mettere quando sei sotto di 15, quando cioè il succitato “sistema” si dimostra in difficoltà, per cercare di ritornare in partita. C’è chi potrà obiettare come il serbo sia stato il migliore dei primi tre mesi disgraziati di stagione: vero, verissimo. Ma la risposta è insita nella stessa obiezione: in quella squadra che un “sistema” non lo aveva, un giocatore istintivo e abituato a giocare per conto proprio non poteva che mettersi in evidenza, in virtù di mezzi indubbiamente da non sottovalutare.
    Domani
    Bocciatura senza appelli, dunque? No: il giudizio non è sull’atleta in assoluto, anzi; il giudizio è (stato) sulla situazione e sui bisogni di una formazione caduta in fondo alla classifica. Tanto è vero che Aleksa rimane uno dei giocatori più seguiti e “rimbrottati” dall’Artiglio durante gli allenamenti, allenamenti che prima o poi diranno definitivamente se il giovanotto può aspirare a diventare un regista o meno. Chiarendo in tal modo il futuro suo e quello di Varese con lui.
    Perché è inevitabile pensare al domani di un ragazzo che ha ancora un anno di contratto garantito oltre a quello corrente, più un’opzione per un eventuale terzo anno di rapporto complessivo. Le variabili per capire come costruire la squadra prossima ventura sono tante e inintellegibili al momento, ma una cosa pare certa: dovesse mai essere presa in considerazione l’ipotesi del 5+5, spazio per Avramovic non ce ne sarà, considerati anche i contratti in essere con il cotonou Pelle (1+1 firmato nell’estate 2016) e il comunitario Kangur (biennale con uscita, a basso costo per Varese, a giugno 2017). Con i “5 italiani” la società si dovrebbe lanciare in tre transazioni con i giocatori sopra citati (o almeno con due di essi), con quella di Aleksa - che ha un contratto a stipendio e tutele “crescenti” - da concordare. Discorso diverso nell’ipotesi di un 3+4+5 (assolutamente non scartata a priori nei piani di piazza Monte Grappa: si può risparmiare anche con i 7 stranieri, basta creare un roster da 9 pedine “vere” invece che da 12...), nel quale il potenziale di “Avra” costituirebbe una scommessa da giocare ancora, magari cercando compagni complementari da affiancargli. Quel che è certo è che, dal mentore Coldebella in giù, nessuno - men che meno Caja - ha scaricato l’ex mvp del campionato serbo.
    Fabio Gandini

  • simon89
    Norvel Pelle, per ovvie ragioni anatomiche, non passa inosservato quando passeggia per la città. La gente lo riconosce, lo ferma, lo saluta. Sembra volergli istintivamente bene. Una prova? Giusto il tempo di concludere l’intervista ed un autobus suona il clacson, accostando a bordo strada: l’autista richiama con ampi gesti Norvel, lo fa salire sul mezzo, gli stringe la mano e gli dà una pacca sulla spalla. Lui lascia fare, pacifico e contento, con quel candore sorridente che tradisce - a dispetto della mole - i suoi 24 anni appena compiuti.
    Il gigante bambino from Antigua e Barbuda sta diventando grande sotto il Bernascone. Quasi una seconda crescita dopo quella - veloce, precoce, senza reti - che tutti quelli come lui sono costretti a vivere quando lasciano il nido per tentare il volo nel basket. La vita sotto le plance è un rebus: puoi farti planare addirittura in posti come Taiwan o il Libano, dove 211 centimetri tratteggiati alla caraibica sembrano più improbabili di una palma in Groenlandia. Poi ti può far atterrare a Varese e regalarti altri centimetri, stavolta di esperienza, da rivendere a te stesso quando le ali ricominceranno a muoversi verso altri lidi.
    Sì, un giorno Norvel si ricorderà di tutto questo. Si ricorderà di una stagione tragica, di un “clic” che tutto cambia e di un allenatore che - al prezzo del sudore - lo ha preso e ha rivoltato il suo gioco come si fa con un calzino. Cambiando lui, i suoi compagni e un destino nero.
    Pelle, come si sta dopo aver vinto la partita di Brescia e dopo aver conquistato il quarto successo consecutivo? Bene, assolutamente. Essere stati consistenti ed aver portato a casa quattro vittorie è molto importante.
    Qual è il segreto di questa rinascita? Non c’è un segreto, davvero. Abbiamo finalmente fatto un passo avanti come gruppo, abbiamo fatto “clic”, realizzando che solo giocando tutti insieme sarebbero arrivati i risultati. Come poi, effettivamente, sta avvenendo.
    Allora cambiamo la domanda: perché il clic non arrivava, prima? Cosa non andava in questa Openjobmetis? Prima Varese era una squadra solo sulla carta: non si assimilava come una squadra, non si muoveva come una squadra. Troppi, per esempio, cercavano di rompere le partite da soli e di portarle a casa con giocate personali. Ora, invece, abbiamo trovato una chimica, un giusto modo per stare insieme. La svolta è stata dopo la pausa del campionato: siamo rientrati tutti con la mente sgombra ed i risultati si sono visti.
    È personalmente soddisfatto della sua stagione? Sì, sicuramente: l’inizio è stato difficile, ma il finale sembra promettere bene (sorride).
    Nella transizione da Moretti a Caja si è notato un grosso cambiamento nel suo gioco difensivo: meno stoppate e meno spettacolarità, ma decisamente più incisività. Conferma? È vero. Io e Caja ci siamo seduti al tavolo e lui ha completamente stravolto il mio modo di giocare sia a livello difensivo che offensivo. In difesa, all’inizio della stagione cercavo di andare a stoppare su ogni tiro, lasciando magari troppo spazio al mio uomo di competenza. Ora è diverso, sto concentrato sul mio avversario e cerco di stoppare solo quando è possibile: è quello che il coach mi ha chiesto, oltre a stare sempre pronto e presente a rimbalzo. Perché una delle chiavi per lui sono i rimbalzi: ce lo ripete in continuazione.
    Il rapporto con lo staff è dunque buono? Lei svolge anche delle sessioni individuali insieme a Paolo Conti... Con Caja si lavora davvero duramente, e si vede in partita, dove siamo venuti fuori giocando con fisicità. Io ho la mia razione di lavoro extra con “coach Paolo” (Conti ndr), che mi aiuta molto nel gioco sotto canestro.
    Qual è stato il momento più difficile dell’anno finora? Ed il migliore? Il più brutto è stato chiaramente quando continuavamo a perdere e basta, perchè non riuscivamo a trovare una soluzione che fosse una. Il momento migliore, senza ombra di dubbio, è adesso: abbiamo trovato la chiave, (“we clic as a team” dice così).
    Come viene vissuto da voi giocatori un cambio di allenatore? Non vuoi mai che qualcuno perda il suo lavoro, chiunque sia: un giocatore, un allenatore, un membro dello staff. Non è per forza una sconfitta di noi atleti, però come squadra devi necessariamente guardarti dentro e rivalutare il lavoro che hai fatto fino a quel momento. E quando è l’allenatore a essere cacciato, all’interno dello spogliatoio si pensa: «Non è lui il problema, siamo noi, e dobbiamo fare per forza qualcosa di diverso».
    Si trova bene con i suoi compagni di squadra? Io amo i miei compagni di squadra. Trascorro il tempo con loro quando siamo fuori dal campo, giocando ai videogames o rilassandomi un po’, specialmente con Eric Maynor.
    E Varese, le piace? La città è bella, piccola, quasi una tana. Le persone ed i tifosi sono molto amichevoli e cercano di aiutarmi, perché non so l’italiano. Sono nato ad Antigua e Barbuda, però sono cresciuto in California: casa mia è Long Beach.
    Ecco, arriva da un posto un po’ sperduto come Antigua e Barbuda: tanti lettori non sapranno nemmeno dove sia... Ci racconti un po’ com’è. È una piccola isola, un posto bellissimo. Mia nonna, alle spalle di casa sua, ha una spiaggia privata: è fantastico. Antigua si può comparare molto alla Jamaica, è simile. Io non ci torno da parecchio tempo, forse dieci anni, perchè quando non sto giocando vado in California, oppure a New York. Però sento costantemente la parte della famiglia che è rimasta lì, mi manca molto. Anche se so che loro sono contenti ed eccitati per quello che sto facendo qui.
    Come si trova nel basket italiano dopo aver giocato a Taiwan ed in Libano? Il basket italiano è sicuramente differente rispetto agli altri in cui ho militato. È molto più tecnico, molto più basato sui fondamentali, più fisico. Se lo paragoniamo ai campionati di Taiwan e del Libano, questa è assolutamente una top league.
    Com’era vivere in quei Paesi? A Taiwan camminavo per strada e la gente mi guardava in maniera molto strana per via della mia statura. Mentre il Libano sembra una piccola America: consiglio a tutti di andarci perché è un posto favoloso.
    Come immagina il suo futuro professionale? Ho ancora due anni di contratto qui, innanzitutto. Poi, chissà: se continuo a lavorare e a giocare come sto facendo ora, tutto può accadere.
    E per il resto della stagione invece cosa si augura? Vorrei semplicemente continuare a vincere, continuare a fare quello che stiamo facendo ora: perché fermarci proprio adesso? Solo alla fine vedremo dove saremo arrivati, chi lo sa? Magari conquisteremo i playoff...
    Tra due partite c’è il derby con Cantù: qualcuno le ha raccontato il significato che ha questa partita per la città ed i tifosi? So che c’è una forte rivalità perché sono due posti molto vicini tra loro, e so che di queste gare si parla per una stagione intera, soprattutto quando si vincono. Stavolta, prometto, li batteremo.
    Sappiamo che è come chiederle chi preferisce tra fratello e sorella, però ci proviamo: è meglio una stoppata o una schiacciata, Norvel? Entrambe (ride) Però mi piace davvero tanto stoppare e poi guardare negli occhi il mio avversario, per vedere la sua reazione dopo che il suo tiro è finito chissà dove.
    Alberto Coriele e Fabio Gandini

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