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VareseFansBasketNews

  • simon89
    L'Openjobmetis lascia il "punto della bandiera" a Torino e chiude con una sconfitta il percorso della stagione 2016-17. La compagine di Attilio Caja si congeda dal campionato cedendo il passo ad una Fiat più motivata dal desiderio di dare una soddisfazione ai suoi tifosi do- po 5 stop consecutivi. La terza sconfitta esterna consecutiva dopo Reggio Emilia e Venezia è del tutto ininfluente ai fini della classifica: Varese chiude dodicesima a 4 punti dai playoff, arrivando con pochissime gocce di benzina nel serbatoio all'ultima tappa di un'annata lunghissima e logorante sul piano mentale più che fisico.
    Partita vera per lunghi tratti nonostante motivazioni azzerate su entrambi i fronti, onorata particolarmente dai veterani biancorossi Kangur e Bulleri (applausi a scena aperta anche a Torino, superando in extremis il muro dei 5000 punti in carriera) e dall'ex di turno Eyenga. Poi alla lunga le percentuali dall'arco (13/27 per la Fiat contro il 5/19 di Varese) fanno la differenza insieme al maggior tonnellaggio dei padroni di casa in una serata "vacanziera" di Anosike (bene solo nel finale Pelle contro i 213 centimetri dell'ex NBA). Di fatto una gara che non sposta nulla rispetto alle valutazioni "bivalenti" già stilate dopo la bella vittoria di domenica scorsa al PalA2A.
    Si è chiuso ieri un anno sportivo da 46 partite tra Italia ed Europa, con record di 17-29 pari al 37% di vittorie, decisamente peggiore rispetto al 56% del 2015-16 (nono posto a 28 punti - tre posizioni e una vittoria in più rispetto a quest'anno - e 28-22 complessivo nella più abbordabile FIBA Europe Cup). Evidenti però i due volti diametralmente opposti delle due gestioni, con il 7-17 di Paolo Moretti seguito dal 10-12 di Attilio Caja. Compreso il clamoroso 8-3 successivo alla pausa per la Coppa Italia, quando la presa di coscienza dei giocatori della necessità di sposare il sistema corale di " Artiglio" (ricordate il "senso civico" predicato dopo la sconfitta di Brindisi?) ha invertito il trend di una stagione partita con l'obiettivo playoff sui due fronti, e chiusa comunque tra i sorrisi dopo aver rischiato brutto (mai così tanto negli ultimi tre anni...) di depauperare il capitale sportivo più importante di un club come il titolo professionistico.
    Per la terza stagione consecutiva, Varese ha mostrato le cose migliori dopo la pausa per la Coppa Italia (8-3 quest'anno dopo il 7-4 della stagione passata e il 6-5 della prima era Caja); e anche in questa occasione, il finale brillante - con la ciliegina sulla torta dell'impresa nel derby di Cantù - ha permesso di ricostruire il feeling tra squadra e pubblico dopo due terzi di campionato lontani dalle aspettative iniziali. Un aspetto importante per capitalizzare in termini di risorse economiche l'entusiasmo riacceso grazie alla cura Caja che ha rigenerato la squadra a livello fisico e di conseguenza a livello di rendimento corale. Ossia la chiave per riuscire a non disperdere il capitale umano e tecnico che il coach pavese ha saputo ricostruire attorno al pilastro Eric Maynor. Toccherà ora a Claudio Coldebella e Toto Bulgheroni costruire la squadra adatta ad un "animale da palestra" come Caja per un 2017-18 che dovrà essere all'insegna della continuità sulle 30 partite, e non più sui recuperi miracolosi stile "secchiata" in extremis dello studente un po' discolo ma comunque dotato. Chi meglio di Coldebella - suo ex allievo ed ex assistente a Milano - potrà scegliere giocatori "ad hoc" per il basket di Caja che richiede allenabilità e conoscenza del gioco?
    Giuseppe Sciascia 

  • simon89
    Varese celebra l'ultimo atto della carriera di Massimo Bulleri tra tanti big del basket italiano. Il 39enne giocatore di Cecina ha scelto il PalA2A per la cerimonia d'addio all'attività agonistica, celebrata tra le maglie più importanti dei suoi 21 anni di carriera in serie A, tra le quali il 6 biancorosso griffato Openjobmetis. Per salutare il Bullo sono arrivati tutti i personaggi più importanti della carriera, dagli ex compagni Marconato e Iacopini agli ex coach Pasquali e Recalcati insieme ad Alberto Mattioli (suo dirigente in azzurro quando vinse il bronzo europeo a Stoccolma e l'argento olimpico ad Atene), mentre sono arrivati video messaggi da Ettore Messina, Mike D'Antoni e Maurizio Gherardini. Ma c'è stata anche tanta Varese, da Attilio Caja a capitan Ferrerò passando per Toto Bulgheroni, che gli ha donato la maglia OJM con cui scenderà in campo domani a Torino per la presenza numero 624 in serie A (ventiquattresimo assoluto nella classifica di tutti i tempi). «Per la nostra società è stato un onore enorme che Massimo Bulleri abbia chiuso da noi la carriera - ha detto il consigliere della club di piazza Monte Grappa - Abbiamo apprezzato nel corso della stagione le sue qualità tecniche ed umane, e da varesino sono orgoglioso di come la gente lo abbia accolto e applaudito».
    Il Bullo, visibilmente emozionato durante la sfilata degli interventi live e video delle figure che hanno accompagnato la sua carriera, ha spiegato così le ragioni del ritiro: «Ne ho parlato con il mio agente e la società a fine gennaio; ci avevo già riflettuto lo scorso anno, ma avevo guardato dentro di me e c'erano ancora margini per proseguire perché avevo ancora qualcosa da dare. Del ruolo da giocatore mi mancheranno l'atmosfera e i sentimenti che si provano nello spogliatoio, una cosa unica legata al fatto di essere giocatore. Questa cerimonia è stata una bella esperienza: ero un po' emozionato ma sono contento delle parole che sono state spese, ora si smorzeranno i sentimenti e deciderò cosa fare nel dopo basket». Ma il feeling scoccato in un attimo tra il playmaker toscano e Varese potrebbe essere preludio ad un futuro in biancorosso. «Sono stato fortunatissimo nel vivere questa splendida avventura all'Openjobmetis. Il primo giorno qui, quando gli Arditi mi hanno salutato con un applauso nonostante l'accoglienza mai particolarmente benevola in passato, pensavo di essere su Scherzi a Parte. Però la vita riserva sorprese come la meravigliosa accoglienza che mi ha riservato il PalA2A prima, durante e dopo la partita di domenica. Un futuro a Varese? Mi farebbe estremamente piacere, ma sarà la società a stabilire se possa fare qualcosa con i pantaloni lunghi. Se il club pensa che possa dare una mano in questo ambiente resterei molto volentieri; altrimenti ringrazierò comunque per un'annata superiore ad ogni aspettativa: ero arrivato lo scorso agosto come ospite, lascio dopo aver scelto di festeggiare qui la fine della carriera.
    Giuseppe Sciascia 

  • simon89
    Immaginatevi una storia di basket raccontata con il dono della tridimensionalità e dell’autenticità. Le immagini hanno i variegati colori delle canotte, con una netta prevalenza del verde griffato nord-est, e la plasticità ovattata di corse per il campo, scivolamenti laterali, arresti e tiri (imparati stando seduto su una sedia, con il piede rotto) e retine deformate da cesti puntuali e quasi sempre decisivi. Le parole non sono quelle dei giornalisti, non sono il verbo di osservatori esterni, ospiti casuali sulla scena, professionisti della narrazione: appartengono ai colleghi, ai maestri, agli amici e, come tali, hanno in dote la condivisione di attimi vissuti sullo stesso palco. Pura. Vera. Appassionata e appassionante. Poi immaginatevi un luogo che faccia da scenografia alla storia di cui sopra, una cattedrale vuota e silenziosa che per una mattina si inchina, nella sua maestosità, a un campione nel passo d’addio. Un privilegio: «Massimo, il fatto che tu concluda proprio qui la tua carriera è un onore per questa società. Personalmente ti ringrazio».
    Quel verde unico
    L’inchino è di Toto Bulgheroni ed è tra i fiori più belli del bouquet emozionale che ha contraddistinto la giornata di ieri. Massimo Bulleri lascia il basket in mezzo alla famiglia che si è scelto, quella della pallacanestro: padri, madri, fratelli sono venuti da ogni parte d’Italia per stringergli la mano. Lui è in mezzo e ha già dismesso la tuta d’ordinanza, in luogo di un completo nero in cui la sua anima d’atleta sta inevitabilmente stretta. E lì, combattuto tra l’agio dell’abbraccio fragoroso di chi lo ama e il disagio del pudore davanti alla cascata di sentimenti che si impilano uno sull’altro, lunghi praticamente vent’anni. Ciò che per tutti gli altri presenti è una favola da gustare, per lui è contrasto, è gioia ma anche dolore.
    Lo sfondo, allestito lungo la linea di centrocampo (un guerriero “muore” sempre sul terreno di battaglia), è nelle maglie di Treviso, Brindisi, Varese e Milano, tra le più importanti della parabola agonistica. La voce guida è quella di Simone Fregonese, addetto stampa ai tempi della Benetton, che passa subito la parola a coach Renato Pasquali, “la chioccia” del Bullo. Il primo capitolo della storia sono gli inizi: «Il PalaVerde si innamorò di lui in una partita di Coppa Italia: c’era un -20 da recuperare e tutti ammirarono questo scricciolo che come una scheggia impazzava per il campo. Massimo si è sempre fatto trovare pronto al passaggio dei treni del destino. Per esempio quando Mike D’Antoni venne a vederlo a Livorno, poi a Forlì, dove lo presi chiedendolo in prestito a Maurizio Gherardini (lui mi rispose: «prendilo, tanto da noi non gioca mai...) perché si fece male Di Lorenzo: in una gara ne fece 12 in faccia a Ginobili e per lui si riaprirono le porte di Treviso. Bulleri è sempre stato uno da mandare via dalla palestra, uno da 150 tiri dopo ogni allenamento. Quando si fece male al piede, infortunio che lo costrinse a stare fuori per 5 mesi, ogni mattina andavamo sul parquet e lui si metteva a tirare seduto su una sedia, proprio perchè non poteva camminare: ribaltammo la sua tecnica, il famoso arresto e tiro nacque lì».
    Gli anni in questione accarezzano la fine di un secolo e l’inizio di un altro: dopo la gavetta al Gira, a Mestre e a Forlì, la Benetton se lo riporta a casa, da campione pronto ormai a sbocciare, scalpitante dietro a una leggenda come Petar Naumovski . Alla Ghirada incontra capitan Denis Marconato. Compagno, fratello: «Il nostro è un sogno nato e cresciuto insieme - dice Denis - Il feeling che ci legava si vedeva in campo: difficile trovare al giorno d’oggi dei pick and roll come i nostri, difficile trovare oggi un giocatore come lui».
    Azzurro cielo e argento
    Nel frattempo c’è un altro colore che inizia a reclamare i suoi servigi di playmaker capace di abbinare magistralmente l’ordine della regia alla pericolosità offensiva: è quello del cielo. Il 22 novembre del 2000, a Vilnius, l’esordio in Azzurro: «Boscia Tanjevic controllò che non fosse più basso di lui (l’altezza dei giocatori è sempre stata un pallino dell’allenatore montenegrino ndr) e poi diede l’ok - racconta Alberto Mattioli, storico consigliere Fip con delega alle squadre nazionali e oggi presidente della sezione Lombardia - Massimo segnò 19 punti in quel suo primo match: era già pronto. Delle Olimpiadi d’argento ad Atene tutti ricordano la semifinale contro la Lituania: io oggi, invece, vi parlo dei quarti contro Portorico. Lì Bulleri fece il suo capolavoro, fu il top scorer, ci consegnò la qualificazione. Non ho mai visto una “faccia di tolla” come lui, eppure una volta l’ho visto piangere: fu quando Tanjevic gli disse che non sarebbe andato agli Europei in Turchia. Alla fine capì, andò ai Giochi del Mediterraneo e si portò a casa un bronzo».
    Nazionale uguale Carlo Recalcati: «Subentrando a Tanjevic fui gravato del compito di ricostruire un gruppo che perdeva in un colpo solo gente come Andrea Meneghin, Myers e Fucka. Il Bullo contribuì alla ricostruzione. Vi confesso una cosa: Bulleri è stato il giocatore che nel 2003 mi ha convinto a lasciare fuori Pozzecco dalla selezione prima degli Europei di Svezia. Quella squadra aveva bisogno di riconoscersi nella sua leadership». Già, leader. Dentro e fuori dal campo: «Come quando, sempre in Svezia, ci trovammo all’aeroporto per un trasferimento dopo una partita impegnativa e aspettavamo che la squadra israeliana liberasse l’aereo. Alla fine non c’erano più facchini e io mi chiesi come avremmo fatto con i bagagli e tutta l’attrezzatura. «Ci penso io, coach», mi disse lui. E si mise a dare l’esempio. Come ha sempre fatto».
    L’ultima tonalità di azzurro la pennella Dino-Mito Meneghin, iniziando da una battuta delle sue: «Perché tu, Righetti e Basile vi ritirate così giovani? Scherzi a parte, non mi sorprendo che Bulleri sia diventato un campione: fa gli allenamenti con la stessa intensità con cui gioca una finale. Se devo fissare un’immagine della sua carriera cito il nostro abbraccio dopo Italia-Lituania: lì c’era la gioia di un uomo consapevole di aver fatto felice l’Italia intera. Ora che non giocherà più, non lasciatelo in disparte: nel mondo del basket deve esserci ancora spazio per la sua intelligenza e per la sua forza d’animo.
    Biancorossa la ciliegina
    «Grazie per gli insegnamenti che mi hai lasciato. Giusto ieri mi hai detto, riferendoti a un nostro giovane: ricordati che in una squadra c’è bisogno di tutti, dal primo all’ultimo. E tutti meritano il tuo rispetto». È capitan Giancarlo Ferrero a introdurre il capitolo finale, le cui righe raccontano il valore della riconoscenza. La riconoscenza di Varese: «Anche da noi si è fatto trovare pronto - prende la parola Attilio Caja - Contro Pistoia, forse la partita più difficile della nostra risalita, Maynor aveva problemi di falli e Bulleri, chiamato in causa, ci ha dato sicurezza. Tutti i compagni lo hanno apprezzato, sia per la conoscenza del gioco, sia a livello personale. Grazie di cuore, Massimo».
    Toto Bulgheroni corrobora: «Vi confesso che all’inizio quasi temevo a tenerlo da noi: Masnago lo aveva “apprezzato” per anni come avversario ero preoccupato che il pubblico non lo avrebbe accettato. Invece è andata molto diversamente: e questo, se mi permettete, è un orgoglio e lo dico da varesino. Merito suo, merito di tutto quello che ha fatto».
    E pensare che «no, Bulleri è qui solo per allenarsi. Non farà la squadra quest’anno...». Il destino, come sempre, aveva piani diversi. Sette mesi più tardi, qualche arresto e tiro e qualche bomba più tardi, una Salvezza più tardi, Massimo Bulleri sembra non aver mai giocato in nessun posto se non a Varese. A proposito: grazie, campione.

  • simon89
    Sponsor e socio forte: lavori in corso. Con la stagione sportiva vicino alla sua chiusura, a tenere banco in piazza Monte Grappa e dintorni è un domani già da tempo diventato urgenza, almeno per quel che concerne il reperimento delle risorse economiche.
    Come facilmente comprensibile, sono quelli sopracitati i nodi principali che la Pallacanestro Varese dovrà sciogliere prima di poter programmare davvero l’annata agonistica che verrà. Con un vantaggio da non sottovalutare rispetto al passato: gli sforzi (quasi ultimati) compiuti nei mesi scorsi dal nuovo cda per risanare i conti dagli errori delle precedenti gestioni, oltre a salvare concretamente la società hanno lasciato in eredità la piena e dettagliata consapevolezza dei costi da sopportare per mandare avanti la “baracca”. Basta salti nel buio: con il budget x si spenderà x, con il budget y il passo non andrà oltre y.
    Condizioni migliori
    Per risolvere le incognite sarà in primis fondamentale sapere se Openjobmetis vorrà continuare il suo cammino di sponsorizzazione e a che condizioni lo farà. Gli ultimi, brillanti tre mesi di Maynor e compagni sembrano aver piacevolmente colpito l’ad dell’azienda di Gallarate, Rosario Rasizza, spingendolo a vagliare una prosecuzione del rapporto in luogo di un’interruzione “vociferata” quasi per certa durante i momenti più duri dell’anno. Le parti si siederanno allo stesso tavolo solo dopo il 20 maggio: piazza Monte Grappa sarebbe orientata a chiedere una fiducia più a lungo termine rispetto al passato (leggi un rinnovo biennale invece che annuale) e un impegno economico tutto sommato equivalente rispetto a quello delle ultime stagioni, da onorare - però - in un’unica tranche iniziale invece che “a tappe” (il contributo erogato nel 2016/2017 dallo sponsor si è aggirato sui 400 mila euro, cui vanno però aggiunti almeno altri 100 mila chiesti e concessi strada facendo). Quale sarà la risposta dell’interlocutore, con la premessa d’obbligo che Openjobmetis rimane una società quotata in borsa e quindi chiamata a valutare con attenzione e con alcuni vincoli le sue sponsorizzazioni? La presenza nel consiglio d’amministrazione biancorosso del presidente Marco Vittorelli (presidente anche della stessa azienda) induce tuttavia ottimismo verso una trattativa che, andasse in porto nei termini sopra descritti, consentirebbe ai dirigenti di guardare con più serenità al prossimo futuro e alla gestione dello stesso.
    Clima diverso
    Il secondo fronte è quello del cosiddetto “socio forte”, ovvero la figura che l’assemblea di Varese nel Cuore tenutasi il mese scorso ha ipotizzato di cercare dopo anni di conduzione “solitaria” da parte della proprietà diffusa. La notizia sull’argomento è che, dopo i primi abboccamenti di febbraio-marzo, stanno proseguendo i contatti tra il presidente del Consorzio Alberto Castelli e Gianfranco Ponti, l’imprenditore di Angera che due anni fa fece un’offerta per rilevare il 50% delle quote societarie (offerta poi non considerata accettabile). Il clima sembra decisamente diverso rispetto alla primavera 2015, quando le due parti dimostrarono fin da subito di essere distanti e poco disposte a trovare un compromesso tra le rispettive esigenze: oggi il dialogo sta continuando sotto traccia (bene che sia così...) e pare aver già ipotizzato dei termini concreti di subentro nelle quote.
    Di più se ne saprà nelle prossime settimane, compreso se, come e quanto nella trattativa possa rientrare la gestione del settore giovanile della Pallacanestro Varese, “pallino” di Ponti e possibile chiave per un’entrata dell’imprenditore nei ranghi societari.
    Fabio Gandini

  • simon89
    O.D. Anosike lancia un messaggio alla Pallacanestro Varese alla vigilia dell'ultimo impegno agonistico della stagione 2016-17. Il centro nigeriano esprime il desiderio di restare in maglia bianco-rossa e giocare ancora con Attilio Caja, l'artefice del suo salto di qualità nella seconda metà del campionato: «Restare a Varese non dipende da me: sicuramente io vorrei rimanere, non conosco le idee della società e di coach Caja, ma se mi rivorranno sicuramente troveremo un accordo. Mi sono trovato benissimo con Attilio: c'è stata una perfetta intesa reciproca fin al primo giorno, sa quel che so e quel che non so fare e mi ha dato grande fiducia. E questo per me è perfetto: il coach rispetta il mio lavoro e io rispetto il suo, sa che non sono un uomo da 30 punti e non me li chiede, puntando su difesa, rimbalzi e concentrazione, ossia quel che so fare meglio».
    Intanto la vittoria contro Cremona ha rappresentato un bel congedo dal pubblico... «Abbiamo voluto vincere per orgoglio personale e senso di professionalità, ma soprattutto per i nostri tifosi che ci hanno supportato con grande entusiasmo per tutta la stagione. Non avevamo nulla da chiedere in termini di classifica, ma abbiamo voluto onorare il lavoro compiuto tutti i giorni per dare la svolta alla stagione, e sono molto contento di aver regalato una vittoria al pubblico nell'ultimo impegno casalingo stagionale».
    8 vittorie su 10 negli ultimi due mesi: un ruolino di marcia da playoff, peccato che la rimonta sia partita tardi... «Siamo molto contenti di quello che abbiamo ottenuto negli ultimi due mesi con coach Caja; dall'altra parte però c'è un pizzico di tristezza, perché abbiamo imboccato troppo tardi la giusta via per rimontare dall'ultimo posto fino ai playoff. Se avessimo iniziato prima questa serie positiva ce l'avremmo fatta, per cui c'è un misto tra soddisfazione per la fine della stagione e un po' di rammarico per il risultato finale. La squadra degli ultimi due mesi avrebbe meritato i playoff: rispetto all'inizio della stagione abbiamo cambiato un solo giocatore, anche se importante. Dopo la Coppa Italia abbiamo migliorato la chimica e la fiducia, e vogliamo continuare su questa strada anche domenica a Torino».
    E per il quarto anno consecutivo Anosike è il re dei rimbalzi della serie A... «Una bella cosa: prendere rimbalzi è la mia qualità migliore, ma è giusto ricordare che io non posso essere un fattore sotto i tabelloni se i miei compagni non sono aggressivi in difesa. E' un lavoro di squadra e io devo essere grato a loro per quello che fanno per permettermi di fare quello che mi riesce meglio». Come giudica il suo rapporto con la città? «Varese è una piazza che esprime una grande passione per il basket e dove i tifosi sono molto caldi e coinvolti. La squadra è partita lentamente e anche io ho fatto fatica a carburare. Poi con la concentrazione, il lavoro duro e il supporto di tutto l'ambiente ho invertito il trend del mio rendimento, e anche la squadra ha cambiato completamente volto: sono molto felice di entrambe le cose».
    Giuseppe Sciascia 

  • banksanity6
    Ultima uscita ufficiale per quanto riguarda la stagione 2016/17 che viene onorata con una partita buona per 38 minuti e che viene rimessa in discussione da un sussulto dei Cremona, che cerca di restare aggrappata alla massima serie fino all’ultimo ma che alla fine deve arrendersi ad una Varese parsa superiore in tutto e per tutto retrocedendo in A2 dopo il sorprendente quarto posto dell’annata scorsa. Ma veniamo alle valutazioni :
    Johnson 7 : forse è la guardia più forte e completa che ha vestito la casacca biancorossa negli ultimi anni e sicuramente le sirene di club più facoltosi e con ambizioni iniziali superiori a Varese non mancheranno di far sentire il loro richiamo. Sarà quasi un’utopia rivederlo a Masnago con Varese l’anno prossimo ma bisognerebbe almeno provarci. CHIMERA
    Anosike 6,5 : partita poco appariscente e con qualche errore ed incertezza di troppo ma alla fine con il suo rimbalzo in attacco e il conseguente canestro firma la vittoria. MATCH WINNER
    Maynor 6,5 : prestazione non semplice da analizzare; meno preciso degli ultimi impegni sia al tiro che nel servire i compagni, a tratti non sembra in controllo nemmeno in regia e ne sono la prova le 6 palle perse. Poi come sempre ci sono 7 assist che sono una delizia per gli occhi e i 16 punti anche se con percentuali basse frutto delle sue entrate rallentate. SLOW MOTION
    Avramovic 6,5 : causa la cessione di Cavaliero deve necessariamente prendere il suo posto nelle rotazioni e in tutta onestà non fa male; sicuramente non è un’aquila quando si fa fischiare quel fallo sul tiro da 3 di Johnson-Odom ma in attacco è più ordinato evitando le solite perse con scarico in entrata e il suo assist no look per Eyenga è la giocata della serata. RECUPERATO
    Pelle 5 : forse l’unica nota negativa della serata dove la mente di Norvel forse viaggiava già verso la post season. Meno presenza del solito sotto canestro e qualche ingenuità di troppo. Per salire di livello bisogna lavorare ancora intensamente! WORK IN PROGRESS
    Bulleri 5,5 : per l’ultima in casa del “bullo” un’accoglienza da pelle d’oca e che forse nessuno si sarebbe immaginato anche solo ripensando ad agosto dell’anno scorso. Prestazione che non incide più di tanto sull’andamento della gara e che principalmente serve a far rifiatare Maynor in cabina di regia. Per dedizione  professionalità dimostrata solo applausi. STANDING OVATION
    Rossi N.E.
    Kangur 6 : all’estone vengono chiesti gli straordinari visto che il neo capitano viene penalizzato da troppi falli in fase d’avvio. Nel primo tempo mette subito la prima bomba ma poi perde precisione. Solito discreto apporto difensivo e 6 rimbalzi nel tabellino per una prestazione sufficiente. ORDINARIO
    Lo Biondo N.E.
    Canavesi N.E.
    Ferrero 6 : esordio con i gradi da capitano scoppiettante, infatti è lui a segnare i primi 5 punti della sua compagine;poi i falli e la fisicità di Thomas lo limitano nel minutaggio. Mette un’altra conclusione da 3 ma sbaglia un appoggio elementare che avrebbe completato una discreta prestazione. ELETTO
    Eyenga 6,5 : giocatore enigmatico se ce né uno, il congolese al solito fa intravedere giocate decisamente sopra la media ad altre da “vena chiusa” che ne fanno un vero dilemma. Se fosse sempre quello che ti si attacca come un francobollo, che tu sia un play o un’ala forte non importa, probabile che non sarebbe nemmeno abbordabile per squadre come Varese ma da considerare ci sono anche i suoi difetti caratteriali ed offensivi. ON/OFF

  • simon89
    Coi Resuscitabili non ci si annoia mai. Con i Resuscitabili ci si diverte. Con i Resuscitabili ci si incazza, ma sapendo che il perdono arriverà presto. Con i Resuscitabili ci si commuove, davanti al calore di un addio e ai campioni veri che salutano il basket. Con i Resuscitabili ci si mangia anche le mani, infine, pensando a quello che avrebbe potuto essere e invece non sarà.
    Nell’analisi di Varese-Cremona, l’ultima di Masnago, partiamo proprio da qui: stai a vedere che alla fine dei giochi la Openjobmetis resterà fuori dai playoff per la classifica avulsa...
    Con il successo contro i cugini della Bassa la squadra di Caja sorpassa anche Torino, issandosi al 10° posto a quota 26: dovesse essere vittoria anche domenica, e dovesse essere accompagnata dalle sconfitte contemporanee di Brindisi, Pistoia e Capo d’Orlando (o due sole di esse), i biancorossi sarebbero condannati a finire la stagione a inizio maggio solo da un quoziente canestri tragico negli scontri diretti (-33 nella parità a quattro squadre, -30 in quella a tre).
    Quante le occasioni sprecate, quante le debacle della prima parte della stagione, quante le partite buttate via costano ora dei rimpianti veri?
    Chiodi sulla bara
    Fermiamoci qui e torniamo alla gioia del PalA2A. Alle ovazioni da brividi prima della palla a due per Bulleri e Ferrero, un vecchio marpione che scrive l’ultima pagina della sua storia e un capitano adrenalinico cui affidare il futuro. Ai cori per Attilio Caja, agli ennesimi due punti conquistati di un ritorno fantastico. Alla morte sportiva di Cremona (una squadra che nella partita dell’anno difende come hanno difeso i pretoriani di Lepore per 35’ non merita la Serie A…) cui Varese mette i chiodi sulla bara.
    Non in modo scontato: Maynor e compagni a tratti dominano dando spettacolo, a tratti si addormentano, a tratti scompaiono, regalando un finale thrilling quando non se ne sentiva il bisogno. Alla fine, però, sono applausi veri: per il top scorer Johnson (18 punti anche se con un 2/9 da 3), per un Maynor da 16 e 7 assist, per un Avramovic che passa sul parquet 16 minuti di impegno, giudizio, ottimi spunti e qualche errore, per la difesa di Eyenga Per tutti. Arrivederci ragazzacci: ci avete fatto penare, ma sarà un dolore non vedervi più.
    La cronaca
    Cinque punti in fila del nuovo capitano Ferrero inaugurano la contesa e vengono conditi dallo strapotere difensivo e a rimbalzo di Oderah Anosike, con Varese che scappa sul 7-2 del 3’. I biancorossi giocano sul velluto, Cremona è ovviamente nervosa: Johnson Odom, marcato da Eyenga, dice qualche parolina di troppo al congolese, che reagisce beccandosi prima un tecnico e poi segnando la tripla del 10-5. Qualche disattenzione difensiva permette alla Vanoli di rientrare fino al 15-13 (liberi di Harris), ma la sinfonia della tranquillità biancorossa rende bene in attacco: le scariche di Johnson, Eyenga e Maynor valgono il +10 del 9’ (25-15), solo temperato dalla tripla di Wojciechowki per il 28-20 del 10’.
    Il rientro lascia spazio a Bulleri e Avramovic, con il serbo bravo a rompere subito il ghiaccio con una tripla e poi a distinguersi per attenzione difensiva e per le sue brillanti folate in campo aperto. I primi 5 minuti della seconda frazione sono tutti suoi e di una Varese che ricomincia a stringere le maglie anche dietro: conseguenza ne è che al 15’ il vantaggio ritorna ampiamente in doppia cifra (38-25). Dopo aver toccato anche il +15, tuttavia, la squadra di casa si specchia un po’ in se stessa e subisce il rientro dei “cugini”, che si piazzano a zona e scrivono un 8-2 di parziale che riduce il gap fino al +10 (45-35) dell’intervallo.
    Palle perse ed errori dopo il tè caldo, intervallati da tre lampi, uno varesino e due cremonesi: Johnson punisce dall’arco, la replica sono due canestri impossibili di Johnson-Odom (47-40 al 22’). Qui inizia un quarto a due volti. Il primo è una Varese che corre, difende, piace e diverte, divertendosi: fino al 62-45 del 28’ Masnago è una boutique del basket nella quale si segnalano le pregevolezze di Eyenga, Maynor, Johnson, Pelle e Avramovic. Il secondo è una reazione degli ospiti, punti nell’orgoglio dai cori di disapprovazione dei loro tifosi, che scrive un break di 10 a 0 a fissare il 62-55 del 30’ e a riaprire la partita.
    Ma per davvero. Perché se la Openjobmetis nei primi minuti del tempo conclusivo sembra tornare in controllo (Cremona dal -5, sul 64-59, viene rispedita da due canestri consecutivi di Johnson a -12, sul 76-64 del 35’), il pensiero di non dover brigare più di tanto per aver ragione alla fine frega gli uomini dell‘Artiglio. Johnson-Odom e Turner iniziano a fare i diavoli e la Vanoli ci crede: il parziale dei viaggianti è di 11-0 e i tre liberi (uno solo segnato) del play-guardia ex Sassari provocano addirittura il -1 (76-75) quando il match è già abbondantemente dentro l’ultimo minuto. Il Dominique ex Alba Berlino prende l’iniziativa e sbaglia, ma il rimbalzo offensivo con canestro di Anosike si rivela provvidenziale: 78-75 con 3” sul cronometro. La replica di Mian e compagni, dopo il timeout, non arriva: finisce così.
    Fabio Gandini

  • simon89
    L'Openjobmetis saluta con una vittoria il pubblico del PalA2A e condanna Cremona alla retrocessione in serie A2. La compagine di Attilo Caja si congeda con un bell'acuto finale dai tifosi biancorossi, onorando il terzo dato di presenze della stagione 2016-17 con una prova gagliarda per 37 minuti nonostante le motivazioni di classifica ormai azzerate. Di sicuro Varese rispetta l'equità competitiva del campionato molto più della capolista Milano, che dopo aver indirizzato il rush finale playoff "regalando" punti a Pistoia e Brindisi, fa pendere la bilancia della volata salvezza in favore di Pesaro con la sconfitta di Masnago che costa alla Vanoli la discesa tra i dilettanti dopo 8 stagioni consecutive nel massimo campionato e solo 12 mesi dopo i primi playoff della sua storia.
    Ferrero e soci prima dominano (anche più 17 nel terzo quarto) e poi rischiano, con un finale giocato "in surplace" per poche energie fisiche e mentali; 1' 1/3 ai liberi di Johnson Odom, che aveva lucrato un fallo di Avramovic sul tiro del sorpasso a 30" dal termine sul 76-74, costa carissimo alla compagine di Lepore col rimbalzo offensivo convertito da Anosike a mettere il punto esclamativo su una vittoria comunque meritata dai padroni di casa. Che pagano lo 0/7 da 3 nella ripresa dopo 0 sontuoso 8/16 dei primi 20', costruito grazie ad una circolazione di palla sinfonica per il 43-27 del 18'. Alla fine però il successo contro la Vanoli dei "solisti del mirra" Johnson Odom e Turner dà una volta di più ragione ai correttivi in corso d'opera: Varese e Cremona erano entambe ultime a fine girone d'andata, la compagine biancorossa ha puntato sulla ricetta "lavoro e fiducia" impostato da un allenatore di provata esperienza che dopo le Final Eight di Coppa Italia ha trovato le chiavi per dare alla squadra quel gioco d'insieme che per tre quarti abbondanti ha permesso aU'OJM di comandare con autorità (ancora 76-67 al 37' prima del blackout finale). La Vanoli ha invece scommesso sul talento dei singoli, primo fra tutti quel Johnson Odom che qualcuno auspicava come sostituto di Maynor nella fase più buia dell'andata: meglio una coralità rodata con il play statunitense (male nel finale ma per 35' in cattedra con 7 assist e una regia accorta) di un "solutore solitario" fortemente condizionante con le sue lune, che ha sfruttato alla distanza i problemi di falli di Eyenga per piazzare le sue stoccate, fallendo però i liberi del controsorpasso.
    Così i biancorossi si guadagnano la lode da parte di coach Caja dopo il massimo dei voti con cui il tecnico pavese ha gratificato la squadra per la missione salvezza coronata senza patemi con 4 turni d'antìcipo sulla conclusione della stagione regolare. A conti fatti "rischia" di non acciuffare i playoff per due punti o per differenza canestri; in qualsiasi parità a 28 punti con Pistoia, Capo d'Orlando e Brindisi i biancorossi sarebbero condannati dal doppio confronto negativo. Ora il PalA2A chiuderà i battenti fino ad ottobre col congedo di domenica prossima a Torino che metterà fine a un 2016-17 dai due volti. Viste le aspettative estive, si poteva fare meglio; alla luce dei travagli che hanno accompagnato Varese per due terzi di stagione, poteva andare molto peggio. Toccherà a Bulgheroni, Coldebella e Caja provare a disegnare la squadra del 2017-18 per interrompere il quadriennale digiuno playoff, auspicando di non disperdere per intero la chimica tecnica ed umana del gruppo che nelle ultime 10 giornate ha fatto meglio di tutti in serie A.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    Giocare in Serie A: fatto. Dimostrare di poter reggere il livello della Serie A: fatto. Giocare in quintetto in una squadra di Serie A: fatto. Essere il capitano di una squadra di Serie A: fatto. O quasi. Dopodomani la favola di Giancarlo Ferrero si comporrà di un nuovo capitolo: il ragazzino di Bra che sognava il grande basket davanti alla televisione calcherà il parquet di Masnago da capitano della Pallacanestro Varese. Fame, bravura, tenacia e destino si fondono insieme nella scalata alla vita di questo ragazzo sempre sorridente ed educato: prima di immaginare un’altra cima, prima di girare un’altra pagina, prima di scrivere un’altra riga, fermiamoci con lui e assaporiamo il qui e ora.
    Andrea Meneghin, Cecco Vescovi, Giacomo Galanda, Alessandro De Pol… Potremmo andare avanti ma ci fermiamo agli ultimi vent’anni e agli italiani. Capitan Giancarlo Ferrero, come ci si sente a essere parte di una lista del genere?
    E’ una grandissima emozione. Sapere che sarei diventato capitano dalle parole di Daniele (Cavaliero ndr), nel giorno del suo addio, mi ha fatto tanto piacere, anche perché lui non sarà mai solo un compagno di squadra quanto un amico ben oltre la pallacanestro. Per almeno due partite avrò dunque questo ruolo in un posto come Varese: se penso a dov’ero solo due anni fa, tutto ciò è proprio una bella storia. Questa investitura mi inorgoglisce e mi dà ancora più energia.
    Da piccolo, quando ha iniziato a giocare a basket, sognava qualcosa del genere?
    Sognavo di arrivare a giocare in Serie A e lo facevo guardando le partite di campionato sulla Rai il sabato o la domenica pomeriggio. Sognavo di giocare sui parquet più importanti e uno di questi era sicuramente quello di Masnago. Due anni fa ho avuto la chance di dimostrare di poter stare a questo livello e se mi guardo indietro penso di aver fatto un buon percorso: il bello, tuttavia, è poter alzare l’asticella sempre più in alto e quindi diventare capitano della Pallacanestro Varese è un nuovo traguardo raggiunto.
    Negli ultimi giorni le sono arrivati complimenti che ha particolarmente apprezzato?
    Mi hanno scritto tanti amici e mi ha fatto davvero piacere. Ma quello che ha detto Cavaliero ("Lascio Varese in buone mani" ndr) è stata la cosa più importante per me. E poi, ma non c’era bisogno di questa occasione per rendermene conto, è stato grande l’affetto dei tifosi biancorossi: loro mi fanno sentire speciale ogni domenica già alla presentazione, il loro calore nei miei confronti è senza soluzione di continuità.
    Cosa vuol dire essere il capitano di una squadra di basket al giorno d’oggi, con gli organici che cambiano ogni anno e colleghi che arrivano da ogni parte del mondo?
    Il capitano deve dare l’esempio: è una responsabilità sulle spalle non da poco. Significa essere una persona che, fin dal primo allenamento ad agosto, fa vedere ai compagni che c’è sempre, che è sempre puntuale, che si allena in un certo modo. Non contano tanto le parole che si dicono, contano i comportamenti.
    Giancarlo: mancano ancora due gare ma la Openjobmetis non ha ormai più nulla da chiedere a questa stagione. Qual è il suo bilancio?
    Siamo passati attraverso l’inferno e ne siamo venuti fuori. Alla grande. Siamo riusciti a riprenderci le vittorie che nella prima parte dell’annata ci sono scappate di mano, anche se magari ce le meritavamo, facendo un girone di ritorno di altissimo livello. Aver riportato l’entusiasmo intorno a noi penso sia una cosa che ci faccia onore: peccato solo che tutto stia per finire. Dal punto di vista strettamente personale devo ringraziare coach Caja: quando è arrivato mi ha dato grande fiducia, è sotto gli occhi di tutti. Mi ha messo in quintetto, ha sempre parlato bene di me e mi ha aiutato molto: a volte sono riuscito a fare quello che mi chiedeva, a volte avrei voluto fare di più. Il bilancio è comunque positivo: questo finale è stato entusiasmante.
    A proposito: come si è trovato a giocare da ala forte, un inedito finora per la sua carriera?
    E’ tutta una questione di spaziature e di abitudine. Ho sempre pensato che una delle mie forze fosse proprio quella di sapermi adattare alle situazioni: quando mi hanno messo a giocare da guardia ho cercato di sfruttare il vantaggio fisico, da “4” tattico i vantaggi sono stati altri. L’importante per me rimane trovare un modo per stare in campo. Ovunque.
    Da “dentro”, ci spiega cosa ha dato davvero coach Caja a questo gruppo?
    Ci ha dato innanzitutto una metodologia di allenamento che si è rivelata vincente nell’affrontare le partite, sia dal punto di vista fisico che mentale: non a caso con lui siamo riusciti a vincere parecchi match nel finale, proprio nel momento in cui gli altri calano (penso soprattutto alle rimonte con Avellino e Trento). Inoltre, sempre grazie a lui, abbiamo ritrovato l’entusiasmo.
    Il vero rammarico, però, è che la stagione 2016/2017 a consuntivo sia stata la fotocopia di quella precedente: gran finale, ma a maggio si guarderanno gli altri in televisione.
    Dobbiamo prenderne atto: un campionato dura 30 partite e solo tutte insieme arrivano a dare un verdetto. Sull’intero anno non ci siamo meritati più di quello che stiamo infine ottenendo.
    Ferrero, sarà con noi anche l’anno prossimo?
    Qui sto bene e si vede, soprattutto per l’affetto che ricevo dalla gente. Penso sia giusto che la società faccia le sue valutazioni, io posso solo ripetere che a Varese sto benissimo. Anche perché questa città mi ha dato la possibilità di vincere una scommessa, in primis con me stesso: quella di dimostrare di essere un giocatore all’altezza. Altre certezze non ci sono al momento: spero che un giorno ci si sieda al tavolo e si possa costruire insieme un futuro che mi consenta di essere ancora un elemento importante di questa realtà.
    Fabio Gandini

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