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Anche quella degli straordinari è una cazzata.

Scusa ma come fai a dirlo?

La Carlucci lavora 24 ore su 24, sabato e domenica inclusi.

Cosa faccia mentre lavora poi :rolleyes::mellow:

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Se la Carlucci avesse un pochino di cervello ammetterebbe di essere una miracolata del Silvio ed eviterebbe di metterla giù dura.

Il commento sul portarsi il lavoro a casa poi è semplicemente patetico, come patetica è lei.

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Se la Carlucci avesse un pochino di cervello ammetterebbe di essere una miracolata del Silvio ed eviterebbe di metterla giù dura.

Il commento sul portarsi il lavoro a casa poi è semplicemente patetico, come patetica è lei.

Non fare lo sciocco guardati cocco :rolleyes::mellow:

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La battuta "Un operaio quando va a casa ha lasciato i suoi problemi nel suo ufficetto" poteva e doveva però risparmiarsela.

Anche perchè negli ufficetti di solito ci lavorano gli impiegatucci. Gli operai stanno in reparto.

No onorevole Carlucci, non il reparto scarpe e neanche il reparto gioielleria... glielo spiego con un disegno...

-_-

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Scusa ma come fai a dirlo?

La Carlucci lavora 24 ore su 24, sabato e domenica inclusi.

Cosa faccia mentre lavora poi -_--_-

E' una cazzata perchè lo stipendio alto lo giustifico come dirigente della nazione.

I dirigenti non prendono straordinari e, nel mio piccolo contrattino metalmeccanico, io, che dirigente non sono, già non li prendo.

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Il presidente della Camera al convegno «Religioni per la pace».

Fini: «Una vergogna le leggi razziali»

«Una delle pagine più buie della storia del popolo italiano»

ROMA - L'approvazione delle leggi razziali, proprio settantanni fa, «in questa Camera è stata una delle pagine più vergognose della storia del popolo italiano» ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, aprendo a Montecitorio il convegno «Religioni per la pace». Questa data perciò, ha sottolineato Fini, deve costituire «un memento di cui essere coscienti», specie in una fase storica come l'attuale in cui «assistiamo sgomenti a una recrudescenza di episodi di violenza e purtroppo al verificarsi, nel nostro come in altri paesi europei, di manifestazioni di razzismo, antisemitismo, islamofobia. È dovere delle istituzioni impedire che tali fenomeni si diffondano, curando le patologie collettive da cui scaturiscono e queste malattie sono innanzitutto l'ignoranza e il degrado sociale. Ma c'è più in profondità una grande malattia che si chiama paura. Paura del diverso e insicurezza diffusa sono espressioni tipiche delle società in crisi di coesione e di prospettive». Una paura, ha concluso Fini, che va battuta ricostruendo la «fiducia sociale» e vincendo «una grande sfida culturale» per definire una nuova «identità collettiva», alla quale i rappresentanti delle comunità religiose possono offrire un contributo prezioso e decisivo.

18 novembre 2008

Era ora che prendesse posizione su questa triste pagina della Storia Italiana!!!!!!!!!

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La Carlucci è effetivamente una miracolata un po' patetica, anche se sono piuttosto in accordo con l' opinione del Tat :hmm::bye: .... :queen:

Fatemi però dire che il Trio medusa son 3 nullafacenti teste di cazzo ! A lavorare !!!

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Ma vaffanculo la Carlucci ... Meno male che c'è Silvio!!!!

http://video.corriere.it/?vxSiteId=404a0ad...p;vxBitrate=300

Trieste, Berlusconi fa "cucù" alla Merkel

di Redazione

Trieste - Curioso siparietto tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e Angela Merkel. Quando il cancelliere tedesco è comparsa in piazza Unità d’Italia, a Trieste, Berlusconi si è nascosto dietro uno dei lampioni e improvvisamente è uscito fuori dicendole "cucù". La Merkel è subito stata al gioco e, divertita, ha salutato il presidente del Consiglio pronunciando il suo nome. I due capi di governo poi, prima di iniziare i colloqui bilaterali, si sono avvicinati alla folla che aveva atteso il loro arrivo. "Siete fortunati ad avere una città così bella", ha detto il Cavaliere, mentre la Merkel ha stretto mani e ringraziato per gli applausi ricevuti.

Il vertice bilaterale Dopo l’incontro tra i due capi di governo e la foto di rito (Berlusconi, tra l’altro, ha invitato il presidente della regione Friuli Venezia Giulia Renzo Tondo ad abbottonarsi la giacca) è iniziato il vertice bilaterale. Si discuterà soprattutto della crisi economica e delle misure da prendere per fronteggiarla. Per l’Italia sono presenti i ministri Frattini, Tremonti, Scajola e Matteoli. Oltre ai colloqui tra ministri, ci sarà anche un incontro tra imprenditori dei due paesi. Nella delegazione italiana figurano il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei e l’ad di Enel, Fulvio Conti. Al vertice partecipa anche il presidente della Thyssen, Ekkehard Schulz.

:queen::hmm::bye:

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Ma vaffanculo la Carlucci ... Meno male che c'è Silvio!!!!

http://video.corriere.it/?vxSiteId=404a0ad...p;vxBitrate=300

Trieste, Berlusconi fa "cucù" alla Merkel

di Redazione

Trieste - Curioso siparietto tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e Angela Merkel. Quando il cancelliere tedesco è comparsa in piazza Unità d’Italia, a Trieste, Berlusconi si è nascosto dietro uno dei lampioni e improvvisamente è uscito fuori dicendole "cucù". La Merkel è subito stata al gioco e, divertita, ha salutato il presidente del Consiglio pronunciando il suo nome. I due capi di governo poi, prima di iniziare i colloqui bilaterali, si sono avvicinati alla folla che aveva atteso il loro arrivo. "Siete fortunati ad avere una città così bella", ha detto il Cavaliere, mentre la Merkel ha stretto mani e ringraziato per gli applausi ricevuti.

Il vertice bilaterale Dopo l’incontro tra i due capi di governo e la foto di rito (Berlusconi, tra l’altro, ha invitato il presidente della regione Friuli Venezia Giulia Renzo Tondo ad abbottonarsi la giacca) è iniziato il vertice bilaterale. Si discuterà soprattutto della crisi economica e delle misure da prendere per fronteggiarla. Per l’Italia sono presenti i ministri Frattini, Tremonti, Scajola e Matteoli. Oltre ai colloqui tra ministri, ci sarà anche un incontro tra imprenditori dei due paesi. Nella delegazione italiana figurano il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei e l’ad di Enel, Fulvio Conti. Al vertice partecipa anche il presidente della Thyssen, Ekkehard Schulz.

:queen::hmm::bye:

:(:lol::lol::lol: ...mi aspetto una reazione sdegnata di Veltroni e un arichiesta di arresto da Tonino.... :lol::lol:

(...ma verso i tedeschi non è razzismo....)

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per carità, si abbia un po' di pietà nei confronti di un settantenne che da tempo evidenzia sintomi di demenza senile...

Posted (edited)
per carità, si abbia un po' di pietà nei confronti di un settantenne che da tempo evidenzia sintomi di demenza senile...

Se ti fosse capitato di incontrarlo, non scriveresti codeste "esizialerie"..... -_-

Edited by ROOSTERS99
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Se ti fosse capitato di incontrarlo, non scriveresti codeste "esizialerie"..... -_-

mi capitasse di incontrarlo, dovrei fare attenzione a non inciamparci sopra ;)

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Se ti fosse capitato di incontrarlo, non scriveresti codeste "esizialerie"..... -_-

Felice di non averlo mai incontrato .....

Conosco persone che han fatto "affari" con lui, o meglio lui solo ha fatto affari con loro, nella costruzione delle varie Milano 1-2-3 che vantano ancora crediti per le prestazioni da loro svolte .... e rimpiangono ancora adesso il fatto di avere incrociato l'adesso premier nel loro lavoro.

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Felice di non averlo mai incontrato .....

Conosco persone che han fatto "affari" con lui, o meglio lui solo ha fatto affari con loro, nella costruzione delle varie Milano 1-2-3 che vantano ancora crediti per le prestazioni da loro svolte .... e rimpiangono ancora adesso il fatto di avere incrociato l'adesso premier nel loro lavoro.

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per carità, si abbia un po' di pietà nei confronti di un settantenne che da tempo evidenzia sintomi di demenza senile...

Una risata vi sppellirà!! -_-

Io lo adoro, e non sono sarcastico-ironico-umoristico ma serissimo, quando fa così.

Meglio lui che fa l'idiota che la mummia di reggio emilia o quei noiosi seriosi pallosi del PD.

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Meglio lui che fa l'idiota che la mummia di reggio emilia o quei noiosi seriosi pallosi del PD.

tutto quel che vuoi, ma uno normale no?

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mi capitasse di incontrarlo, dovrei fare attenzione a non inciamparci sopra :D
Felice di non averlo mai incontrato .....

Conosco persone che han fatto "affari" con lui, o meglio lui solo ha fatto affari con loro, nella costruzione delle varie Milano 1-2-3 che vantano ancora crediti per le prestazioni da loro svolte .... e rimpiangono ancora adesso il fatto di avere incrociato l'adesso premier nel loro lavoro.

Beata ignoranza.......... (absit iniuria verbis... B) )

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Erano loro che erano avanti di 100 anni o è l'italietta che non si è più mossa da allora ..... ???

Quando l'intellettuale alzò La Voce Ecco un giornale che ha fatto scuola

di Redazione

Marco Gervasoni - Professorei Storia contemporanea all’Università del Molise

Nel dicembre di un secolo fa compariva nelle librerie il primo numero de La Voce, una rivista che rivoluzionò la cultura italiana. Il nome era rassicurante e in fondo neutro, ma i suoi fondatori, Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini, erano il concentrato più esplosivo di anticonformismo che si potesse trovare nell’Italia in apparenza pacificata da Giolitti. E La Voce lo dimostrò immediatamente.

Grafica e impaginazione sobria, alternava articoli brevi e taglienti a più impegnativi saggi: gli uni e gli altri accomunati da una scrittura vivace, in polemica con la prosa ancora troppo aulica diffusa persino nei quotidiani. Già per questo, tra le mani dei lettori, La Voce apparve subito come un oggetto mai visto, proveniente da altrove. Questo il linguaggio. I temi affrontati, poi, spaziavano dalla politica e dalla società alla letteratura, alla filosofia e all’arte. Pur nella vastità dello spettro, il minimo comune denominatore era lo spirito di rottura: con le tradizioni anchilosate e con un presente sonnacchioso e prevedibile. In politica gli obiettivi erano Giolitti e i socialisti riformisti, accusati di aver costruito un sistema, si direbbe oggi, di democrazia bloccata, incapace di rinnovare l’Italia nella sua arretratezza. La Voce si scagliava poi contro il malfunzionamento delle burocrazie (esilaranti e purtroppo ancora attuali gli articoli sulle biblioteche pubbliche) e contro i gruppi sociali che crescevano grazie alla «corruttela» giolittiana.

In letteratura e in arte, i vociani guardavano alle avanguardie francesi, tedesche e austriache, senza disdegnare quelle italiane - anche se il rapporto con il futurismo nascente fu caratterizzato da alti e bassi. Sfogliando la rivista troviamo il meglio dell’intellettualità italiana, sia quella giovane, sia quella già matura, ma attratta dalla vivacità e dal coraggio dei vociani. Tra i primi, Prezzolini, Papini, Scipio Slataper, Renato Serra. Tra i secondi, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi, Giovanni Amendola. Lo spirito vociano era tale che persino saggisti non inclini al frizzo (come Croce o Einaudi), negli articoli della rivista erano pronti a pezzi esilaranti.

Quanto a capacità di unire lucidità di analisi e sarcasmo, nessuno batteva Prezzolini e soprattutto Salvemini, il primo fustigatore di Giolitti.

Folgorante, in particolare, il suo articolo «Cocò all’università di Napoli». Per Salvemini il principale supporter sociale della corruttela giolittiana era il ceto intellettuale, «gli spostati della piccola borghesia intellettuale» che diventavano «professionisti della politica peggiore: non avendo niente da fare, possono dedicare tutto il loro tempo alla vita pubblica; conquistano i primi posti nelle file dei partiti, diventano uomini di fiducia, i depositari dei segreti, i guardiani e i padroni delle posizioni strategiche più delicate (...). Per essi non esiste una scala di valori morali obiettivi. Il merito consiste nell’avere un protettore potente». Responsabili erano i professori universitari (di cui pure Salvemini faceva parte), nelle cui mani l’Università «funziona come una scuola superiore di malavita».

Per questo il primo compito dei vociani era imprimere una «riforma intellettuale e morale» all’Italia, sulla scorta di quella auspicata per la Francia anni prima dallo storico Ernest Renan. La Francia era la nazione a cui buona parte dei vociani, e senz’altro Prezzolini, si sentivano più vicini. Francesi erano spesso ospitati sulla rivista (da Georges Sorel a Romain Rolland a Charles Péguy). Francese era il modello di intellettuale a cui Prezzolini voleva ispirarsi. L’intellettuale come depositario dell’universale, la cui parola era portatrice di una valenza politica: indicava cause per cui combattere, gruppi con cui schierarsi, nemici da abbattere. Era il prestigio derivante dall’essere intellettuale che dava peso e valore alla sua parola.

Questa concezione dell’intellettuale era nata in Francia, negli ultimi anni a cavallo tra Otto e Novecento, durante l’affare Dreyfus (lo stesso termine fu inventato allora). Prezzolini, che veniva da un’esperienza diversa, quando fondò La Voce pensò di importare questo modello di intellettuale anche nel nostro Paese, con i dovuti aggiustamenti. Il ceto intellettuale, opportunamente rigenerato, doveva essere la punta della lancia contro il sistema giolittiano: non avendo nulla da perdere, e tutto da guadagnare, poteva indicare le storture e segnare le soluzioni.

Quest’idea di intellettuale, portatore di una specifica missione, assieme politica ed etica, segnò per tutto il Novecento la mentalità dei nostri «chierici». A Prezzolini e a La Voce si ispirarono tutte le iniziative intellettuali degli anni successivi: Piero Gobetti con Rivoluzione liberale, Antonio Gramsci con L’Ordine nuovo (precedente alla fondazione del partito comunista). Non solo a sinistra, ovviamente. Beniamino dei vociani fu, prima della guerra, il Mussolini socialista che, quando fondò Il Popolo d’Italia, nel ’14, portò con sé molti vociani, a cominciare da Prezzolini e da Papini. Il Prezzolini degli anni Venti un po’ aveva rivisto le proprie posizioni vociane; e in polemica con Gobetti mise in guardia dalla concezione titanica dell’intellettuale.

Ma ormai la macchina era avviata. A sinistra il modello vociano, mai esplicitato (Prezzolini era considerato, se non fascista, certo reazionario), fece breccia. Oltre che in Gobetti e in Gramsci, se ne può trovare traccia perfino nelle riviste degli anni Sessanta dell’area extraparlamentare (i Quaderni piacentini, a esempio). A destra (per schematizzare) il modello vociano e prezzoliniano fu direttamente rivendicato dalla linea Leo Longanesi-Indro Montanelli. I quali non avevano una concezione titanica dell’intellettuale (anzi), ma ritenevano, un po’ come il Prezzolini di un secolo fa, anche se con maggior pessimismo, che la battaglia culturale, autonoma dai partiti, fosse il solo modo per pungolare gli italiani e spingerli a rinnovare il loro Paese.

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La bonifica come terza via

di Redazione

«Fascio e martello, viaggio per le città del Duce» (Laterza, pagg. 342, euro 18) è il nuovo saggio con cui Antonio Pennacchi ricostruisce la storia dell’urbanesimo fascista. Il libro, che è destinato a produrre una vivace discussione storiografica, prende in esame l’incredibile esplosione dell’edilizia promossa da Mussolini a partire dal 1928, quando il regime mobilitò le sue forze per la bonifica delle Paludi pontine. Non si limita però, come molti altri testi, a prendere in considerazione solo le 12 «città di fondazione» costruite nel Lazio ma delinea la storia di ben 147 località fondate prima della guerra. Alcune delle quali adesso sono grandi e affollate, mentre di altre restano solo vestigia desolate e spettrali. Pennacchi, noto al pubblico per il romanzo «Il fasciocomunista» (Mondadori, arrivato sul grande schermo con il titolo «Mio fratello è figlio unico»), oggi alle ore 17.30 sarà a Latina dove presso il Palazzo della Cultura, Sala delle conferenze, presenterà «Fascio e martello». Oltre all’autore parteciperanno alla discussione: Luigi Cardarelli, Gaetano Coppola, Angela Di Pietro, Lidano Grassucci, Alessandro Panigutti.

Togliere terreni ai ricchi per dare città ai poveri

di Giordano Bruno Guerri

La casa editrice Laterza, solitamente austera, ha avuto l’idea brillante di mettere una fascetta sbarazzina al nuovo libro di Antonio Pennacchi, Fascio e martello. Viaggio per le città del Duce (pagg. 342, euro 18). «Ci sono due ragioni per cui dobbiamo rendere grazie al Duce per la bonifica delle paludi pontine», recita la fascetta ricavata dalla «Presentazione aggratis» di Lucio Caracciolo: «La prima è che dopo non l’avrebbe fatta nessuno. La seconda è Pennacchi. No bonifica, no Pennacchi. Una catastrofe epistemologica».

In effetti Pennacchi (fratello del nostro Gianni) è un bene raro: un uomo che pensa al di fuori degli schemi. Infatti lo chiamano «il fasciocomunista», che è anche il titolo del suo romanzo (Mondadori) dal quale è stato tratto il più deludente film Mio fratello è figlio unico. Per quasi trent’anni operaio del turno di notte in una fabbrica di cavi, Pennacchi è diventato tardi (colpa degli editori) l’eccezionale scrittore che è, e sarebbe anche un gran bel giornalista se i giornali lo facessero lavorare. Lo feci io, quando dirigevo L’Indipendente, ma capisco che a un direttore faccia venire le palpitazioni: puoi stare certo che un suo articolo non sarà mai banale, ma non saprai mai se sarà di destra (molto di destra) o di sinistra (molto di sinistra). Non riuscii neppure a convincerlo a accontentare il mio vezzo direttoriale di abolire le «d» eufoniche, per esempio «e era»: «Nelle d eufoniche si nasconde il sorriso di Dio», mi fulminò. Che gli rispondi, a uno così?

Lo fa scrivere Lucio Caracciolo, direttore di Limes: lunghi articoli sulle «città di fondazione», ovvero le città nuove costruite dal fascismo. Una storiografia pigra ne ha sempre elencate soltanto 12, quasi tutte nelle paludi pontine. «Io nasco scrittore», esordisce Pennacchi. «Storico mi ci sono dovuto fare perché non c’era nessun altro». Girando l’Italia insieme alla moglie (immagino con mezzi e in alberghi modesti, ché ricchi non sono), ne ha catalogate sinora 147. Certo, non erano tutte vere e proprie città, al massimo borghi, però avevano la pianta, e in molti casi il progetto, di diventare città. E poi conta soprattutto il progetto politico, sociale e economico che c’era dietro.

Città di fondazione ce ne sono a decine in Sardegna, Puglia, Sicilia, persino in Alto Adige e in Valle d’Aosta, per non dire delle colonie: le sole regioni dove Pennacchi non ne abbia - ancora - scoperte sono Piemonte, Liguria, Lombardia e Umbria. «La pianura italiana era un deserto, “un deserto paludoso-malarico” dicono i geografi. E quelli sono andati a riconquistarlo con 147 nuove fondazioni. Hanno ripopolato la pianura. E tutto quello che hai fatto tu dopo - ivi compresi i disastri, poi dice la democrazia - lo hai fatto solo perché quelli t’avevano tracciato il solco». Il Duce - Pennacchi lo scrive con la maiuscola - «aveva il mal della pietra».

Lascio parlare l’autore, anche per dare un’idea della sua scrittura e una scrittura della sua idea: «Quello sarà stato pure Mussolini e avrà fatto la dittatura, il totalitarismo, le leggi speciali, le guerre, le persecuzioni contro gli ebrei - ci ha portato al disastro - ma da giovane era stato socialista e pure a Sansepolcro, quando ha fondato il fascio, aveva un programma di sinistra. Allora ha detto: “Sai che c’è? A me mica mi sta bene che io caccio i soldi e poi il guadagno va ai proprietari. E che cavolo, a questo punto do la terra ai contadini”. Togliere la terra ai grandi proprietari e darla ai contadini è una riforma di struttura marxianamente intesa, è rivoluzione». Furono fra un milione e un milione e duecentomila gli ettari che cambiarono proprietario, un’enormità, una cosa che non avveniva dai tempi di Giulio Cesare.

E qui si arriva al punto più forte del libro di Pennacchi quello che farà più discutere, se si avrà il coraggio di discuterne: le dittature borghesi, reazionarie e di destra, non sono solite regalare le terre ai contadini poveri. È un sospetto che era venuto anche a Togliatti, quando scrisse nelle sue Lezioni sul fascismo, del 1935, che il regime aveva «un’ideologia eclettica. Accanto all’ideologia nazionalista esasperata vi sono numerosi frammenti che derivano da altrove. Per esempio dalla socialdemocrazia». E Pertini ammise, molti anni dopo: «Fu una grande opera, sarebbe disonesto negarlo. Ricordo che il mio amico Treves era preoccupato: Sandro, mi diceva, se questo continua così, siamo fregati».

Quella di Pennacchi non è un’idea nuova. Qualcosa si trova in Il fascismo immenso e rosso di Giano Accame (Settimo Sigillo) e in A. James Gregor; Renzo De Felice distingueva tra il «totalitarismo di destra» nazista e il fascismo, più collegabile a un «totalitarismo di sinistra». La stessa alleanza con il grande capitale e con gli industriali non fu passiva, ma tesa a dare alle corporazioni dei lavoratori un’effettiva influenza nelle decisioni gestionali e produttive del lavoro, anche se poi il tentativo fu abortito a causa della grande crisi del ’29 e delle necessità belliche successive. Sintetizza Pennacchi: «Tu col tuo capitale industriale sei liberissimo di farci solo ciò che decide lo Stato, specie in autarchia». In definitiva Pennacchi ripropone l’idea del fascismo come «terza via», non esattamente mediana, «bensì un po’ più vicina al bolscevismo che alla socialdemocrazia».

Si tratta, insomma, di un revisionismo storiografico discutibile eppure da discutere. Si aprirà il dibattito? C’è da augurarselo, ma «il fasciocomunista» non ci spera: l’argomento è pesante, faticoso e meno eclatante di quello del «sangue dei vinti». Pennacchi conclude: «“L’egemonia della sinistra, eh? Che lo ha voluto nascondere”. Magari fosse così, che gli studi languano per la bieca premeditazione di qualcuno. Gli studi languono perché “la gente sono dei somari”. Diceva un amico mio. Chi glielo vietava - a quelli di destra - di andarselo a studiare loro?».

www.giordanobrunoguerri.it

Il Presidenti della Camera, Gianfranco Fini, oltre a ricordare che il Fascimo è stato il male assoluto, ha chiesto di vietare questo pericoloso raduno, appellandosi alla Costituzione anti-fascista...

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Quote latte, l'Italia può produrre il 5-6% in più

di Redazione

ilGiornale.it

Bruxelles - Gol di Zaia a Bruxelles. All'alba i ministri dell'Agricoltura dei 27 hanno raggiunto un accordo sulla riforma della politica agricola comunitaria, con una consistente apertura verso le richieste italiane. "Abbiamo raggiunto un accordo quasi all’unanimità" annuncia il ministro francese Michel Barnier alle 9 dopo 18 ore ed una notte intera di negoziati l’intesa per la parziale riforma della Politica agricola della Ue. Gli altri ministri, più fortunati da questo punto di vista, erano intanto andati a farsi un sonnellino ristoratore. Solo la Lettonia ha rifiutato di approvare il compromesso, perché le è stato rifiutato un ulteriore "riequilibrio" degli aiuti alle aziende agricole dei "nuovi" Stati membri, cui appartiene.

Le quote latte "Non è stato facile" ammette il commissario Ue per l’Agricoltura Mariann Fischer Boel, sottolineando che "il problema del settore lattiero-caseario è stato estremamente difficile" da risolvere. Tuttavia, "siamo abbastanza ben attrezzati per il futuro" con questa mini-riforma della Pac, in attesa della "grande" per il post-2013, che quale deciderà il suo futuro bilancio, ha aggiunto la commissaria. Gli adeguamenti di oggi arrivano dopo la riforma della Pac del 2003, e tendono a legare maggiormente i prezzi agricoli alle leggi della domanda e dell’offerta. In dettaglio, i ministri hanno convenuto di aumentare dell’1% per un periodo di cinque anni le quote latte, che dal 1984 aveva una produzione limitata, in attesa della loro scomparsa nel 2015, già decisa.

L'Italia ride Aiuti sono previsti per gli agricoltori delle zone montane fragili, dato che alcuni paesi come la Germania, la Francia e l’Austria temono che l’aumento della produzione possa minacciare la loro esistenza. Inoltre, i 27 hanno deciso di fare un punto nel 2010 e 2011 e, se necessario, adottare "misure appropriate di adeguamento" ha detto Barnier. Il compromesso dà un trattamento preferenziale a Roma: la possibilità di aumentare di 600mila tonnellate (tra il 5 e il 6%) la sua quota a partire da aprile 2009.

Zaia soddisfatto "È una vittoria straordinaria, tutte le proposte italiane, tranne il tabacco, sono state accolte. L’apporto della Commissione europea, e in particolare della commissaria all’Agricoltura Mariann Fischer Boel, e del presidente del Consiglio Ue, il ministro francese Michel Barnier, è stato straordinario". Questa la prima reazione a caldo del ministro per le Politiche agricole e alimentari Luca Zaia, al termine della maratona ministeriale sulla revisione della Politica agricola comune (Pac). Per il settore del tabacco, Fischer Boel ha rifiutato di rivedere le condizioni dell’accordo sulla riforma messo a punto dall’Ue nel 2004. La commissaria non ha voluto cioè prorogare dal 2010 al 2013 il sistema di aiuti Ue ai produttori europei attualmente in vigore.

Grande Zaia! Insieme a Tremonti e Brunetta, sta facendo tanto e bene!

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