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VareseFansBasketNews

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    [color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]Animi in subbuglio e musi lunghi, come dire di paura e sofferenza che brutalmente assalgono chi ha sbagliato potendo, probabilmente, fare poco per rimediare come si vorrebbe alle proprie cantonate. Come non pensare agli strateghi biancorossi i quali, vien da dire impietosamente, avrebbero dovuto fare bene prima, supponendo in loro - per una lunga e gloriosa storia personale sui campi - la capacità di discernere fra scelte opportune e obblighi di spesa, soprattutto per effetto di una competenza imposta dal proprio ruolo al fine di mettere insieme individualità funzionali a un collettivo più possibilmente competitivo e rassicurante. Così non è accaduto l'estate scorsa mancando, evidentemente, intuizione e lungimiranza.[/size][/font][/color][color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]
    Che questa Pallacanestro Varese fosse una squadra piccola e con poca qualità lo credevamo, personalmente, sin dai primi di agosto. E ora la ritroviamo senza anima né pathos, quindi oppressa e sfiduciata, in un solo termine povera in canna, nel più profondo sud della classifica. La quale le antepone persino Capo d'Orlando, ripescata in extremis dalla serie B o Lega Gold come recita pomposamente la denominazione di un campionato inferiore alla serie A.[/size][/font][/color][color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]
    Non solo ma a impressionare non poco è la perentorietà con la quale la formazione siciliana (molto cara a Gianmarco Pozzecco - foto Blitz -, almeno sino alla scorsa primavera) s'è sbarazzata di Sassari, annoverabile fra le antagoniste-scudetto di Milano, non senza adombrare fra noi la possibilità di una più robusta competitività rispetto a una Varese corrosa fatalmente dai suoi equivoci. Ora, a parte l'inno di Mameli imposto dal copione federale, fors'anche utile fra stranieri nel ricordare che si gioca il campionato italiano, possono diventare un paradosso le molte iniziative festose di contorno così come la presentazione all'americana della squadra. Semplicemente non vorremmo che tutto ciò, improvvisamente, possa stridere, quindi apparire come l'imperterrita orchestrina a bordo del Titanic. Si dirà che la macchina del marketing segue per sua vocazione la strada delle proprie finalità, tirando dritto e ben oltre il dimesso rendimento della squadra. Fortunatamente il popolo di Masnago non sottilizza troppo su possibili distinguo, incline com'è all'entusiasmo e al sostegno incondizionato della squadra, soprattutto se essa, pur patendo, mostra grande cuore e tanto impegno. Ed è bello questo già immaginando la madre di tutte le gare, d'un pezzo di stagione, fatalmente cruciale qual è la prossima in casa nella quale, contro la Virtus Bologna, sarà vietato sbagliare. Prima, però, gli uomini di Pozzecco - che li seguirà come spettatore - affronteranno Brindisi in una gara che i pronostici danno per segnata dovendo riconoscere al drappello di americani guidati da Bucchi atletismo e talento, qualità che, in teoria, alla distanza fanno la differenza.[/size][/font][/color]

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    [color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]Guai ai vinti e ben oltre la citazione storica. La partitaccia di Cremona, contro avversari vivaci ma tutto sommato modesti, al di là della loro stupefacente classifica, offre un ritratto molto fosco, soprattutto in prospettiva, di una Pallacanestro Varese povera di idee e di risorse nei suoi atti decisivi. D'altra parte l'organico è questo, senza leader né cime, intuibile sin da agosto, come osservammo allora su queste colonne, confermati dalle indicazioni poco lusinghiere delle amichevoli di precampionato che non sempre, evidentemente, lasciano il tempo che trovano. Un ingannevole equivoco stava nel disvalore tra le aspettative a dir poco entusiastiche della folla, auspice l'immagine di Gianmarco Pozzecco, e i valori di una squadra senza apparenti acuti al di là del ritorno di Diawara, peraltro da riscoprire dopo stagioni non così esplosive come quella biancorossa. Incassato il gioioso assenso dei tifosi ai botteghini, al settimo cielo nel derby con Cantù, la realtà è poi affiorata impietosa, di gara in gara, trascinata crudamente da limiti e sfortuna che hanno finito per minare l'armonia di un'Openjobmetis oggi più che mai dimessa e sfiduciata. Criticare adesso, spaventati dagli eventi, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa: prima si faccia ammenda di palesi errori di valutazione dovendo tutti, e ragionevolmente, rincuorare questi uomini (parsi a Cremona come derelitti) affinché trovino, facendo gruppo, un soffio vitale.[/size][/font][/color][color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]
    Con una squadra allo sbando, segnata da un palpabile pessimismo o, peggio, da rassegnazione, non resta che registrare la sesta sconfitta consecutiva e una classifica che mette i brividi anche al più ottimista dei tifosi. Ci tocca ripeterci ma questa è la realtà. Che fare allora? La soluzione più evidente, da estremi rimedi a estremi mali, suggerirebbe alla società di cacciare il grano per correre ai ripari tagliando e medicando laddove la squadra sembra più debole di costituzione, quindi meno resistente agli attacchi avversari, il che ci sembra improbabile non consentendo il bilancio del club disinvolte iniezioni di denaro senza peraltro il rischio di incartarsi nelle scelte com' è accaduto con l'ultima mossa di mercato. Al di là dell'assenza di Kangur che pesa tra le variabili offensive e muscolari della squadra, a inquietare enormemente è l'asse play-pivot, ancora una volta franoso sotto il precipitare degli avversari diretti, i quali sono bastati e d'avanzo per soggiogare nel finale una Varese mutilata e confusa. La quale senza presenza all'appello conclusivo, priva com'è di rassicuranti riferimenti sul fronte del perimetro e nella profondità d'area, subisce gli avversari cui bastano un paio di elementi dotati per propiziare il proprio successo. A Cremona sono bastati cinque minuti di furore di un piccolo americano e, soprattutto, l'omone Cusin (finito a Cremona potendo accasarsi ovunque fosse stato corteggiato con determinazione) per fare la differenza. A posizioni invertite (con l'azzurro di qui e Daniel di là) non ci sarebbe stata gara, ne siamo convinti pur mancando una controprova. Ora però mettere in croce Robinson e Daniel (foto Blitz) è sin troppo facile: certo è che dalla loro potenziale congiunzione di gioco dipende la tenuta di base del collettivo, oggi più che mai evanescente nei momenti più cruciali dovendo Varese scommettere le proprie fortune sulle conclusioni dalla distanza di Rautins il quale, detto con franchezza, se non trova luce per la sua cerbottana non mostra variabili offensive. E, ovviamente, sullo stato di grazia di Diawara, alla lunga e inevitabilmente raddoppiato, se non triplicato in marcatura appena s'affaccia in area. Senza pezzi grossi nell'area pitturata che costringano gli avversari a chiudersi, diventa arduo per gli esterni biancorossi concludere senza forzature.[/size][/font][/color]

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    [color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]Stefano Coppa dice basta. Il presidente della Pallacanestro Varese esprime a chiare lettere il suo disappunto per l'attuale situazione della squadra al di là delle sei sconfitte consecutive.[/size][/font][/color][color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]

    «Il primo rimedio è quello di abolire la parola sfortuna. L'unico evento fuori controllo è stato l'infortunio di Eyenga nell'allenamento di venerdì. Kangur? Sapevamo che il suo utilizzo andava centellinato, contro Reggio Emilia ha commesso un errore per eccesso di generosità e noi a tenerlo in campo per vincere. Preoccupandoci della singola partita e non del progetto a lungo termine abbiamo perso per mesi il cardine del sistema: visto che non lo avremo ancora per almeno 5-6 settimane, cerchiamo di capire come adattarci a questa situazione».
    Dunque la ricetta è niente alibi e proviamo a reagire?
    «Appellarsi alla sfortuna è da mediocri: se lo siamo meritiamo la posizione attuale di classifica, se invece pensiamo di valere di più rimbocchiamoci le maniche. Accettare passivamente le sconfitte non va bene: Varese è una piazza particolare, che ti ama alla follia se dai tutto, e noi non lo stiamo facendo. È sfortuna anche tirare 8/17 ai liberi?».
    Tra le soluzioni c'è anche quella di un intervento sul mercato?
    «Il gruppo non sta rendendo, ma chiediamoci il perché senza tirare in ballo il mercato: abbiamo fatto un'aggiunta che poi è diventata una sostituzione, ma non siamo Milano e non possiamo cambiare giocatori ogni settimana. E poi sarebbe come nascondersi dietro ad un dito: oggi chi e quanti ne cambierei? Piuttosto lavoriamo per trovare una soluzione remando tutti uniti, individuando i problemi senza appellarci alla sfortuna e lavorando per risolverli. La proprietà, gli sponsor e i tifosi vogliono una squadra che esprima energia ed entusiasmo: ognuno di noi faccia un passo indietro e torniamo a lavorare in quella direzione».
    Dunque qual è la ricetta proposta dal presidente per invertire il trend negativo?
    «Nessuno è scevro da colpe, io per primo, ma nessuno deve scaricare le colpe sull'altro. Basta scuse, diamoci sotto in palestra ed alla scrivania perché il dato di fatto che nessuno si aspettava è che la squadra non sta rendendo come ci aspettavamo. Pozzecco è un'ottimo allenatore che ha trascorso l'estate a lavorare alla grande; ora paga il fatto di essere personaggio e le sconfitte consecutive gli pesano, ma non deve farsi prendere dall'ansia della singola partita da vincere ed avere la lucidità per individuare come e dove intervenire. Dobbiamo crescere attraverso il lavoro e in classifica dobbiamo solo guardare verso l'alto, senza caricare di responsabilità Kangur perché considerarlo il salvatore della patria sarebbe un altro errore. Se la situazione non cambia in fretta, la gente non si identificherà più in questa squadra. E questo proprio non possiamo permettercelo».
    Giuseppe Sciascia[/size][/font][/color]
     

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    [color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]Le immagini hanno fatto il giro d'Italia con il clamore d'una sceneggiata che ha distolto dalla noia. Peccato che a far chiacchierare di sé sia stato il simbolo più eccentrico di Varese. Puntuale e prevedibile la squalifica che nemmeno il ricorso (respinto al mittente) ha mitigato costringendo Pozzecco (foto Blitz) ai margini della squadra per due gare. Un allenatore senza panchina, come dire di un cavaliere disarcionato e finito nella polvere. Figuriamoci lui che ama la scena sino a penetrarsi, con impeto, in essa per esaltarsi furiosamente nel bene o per soffrire maledettamente nel male o, peggio, per ribellarsi sfrenatamente a un torto ritenuto ingiusto. Com'è accaduto nel derby con Milano. Se l'esempio vien dall'alto non ci si può comportare da capriccioso single per non dover fornire alcun alibi ad atleti che, sgarrando, potrebbero rinfacciare all'allenatore i suoi comportamenti. Se la dannazione porta alla redenzione ben venga allora questa punizione, sempre che si voglia bene a Gianmarco senza indulgere in difese sentimentali che diventerebbero fuorvianti sulla strada della sua maturità e crescita.[/size][/font][/color][color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]
    Oggi Pozzecco proverà la pienezza della pena inflittagli, costretto in tribuna a seguire la squadra senza alcuna presa diretta emotiva su di essa, non potendo nemmeno inviare fidati messaggeri al vice per non dover rischiare altre giornate di squalifica.[/size][/font][/color][color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]
    Come reagirà la sua Varese? V'è da chiederselo ben conoscendo quei limiti che scaturiscono da grossi e noti equivoci, per la verità non del tutto ammissibili o ammessi da chi, ad esempio, la giudica vittima di troppa sfortuna in tutte le gare perse per balordi finali, non prima d'aver dato l'impressione di farle sue. Come dire di episodi evitabili, segnati semmai da un sortilegio che, prima o poi, dovrà mutare il suo corso anche se perdere regolarmente alla distanza - nonostante vantaggi congrui o colpi da kappaò mancati - presuppone una costante incompletezza, segno di poca compattezza e scarsa qualità. Già, se la fortuna è cieca, la sfortuna ci vede benissimo nell'acuire inconsistenza o labilità negli atti decisivi di una squadra i cui limiti sembrano sottesi sull'asse play-pivot che, tra le file biancorosse, non pare all'altezza di una così cruciale combinazione al di là delle buone iniziative di Robinson e di qualche acrobatica evoluzione di Daniel.[/size][/font][/color][color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]
    Ci spiace risultare odiosi nel ripetere concetti già datati ma l'evidenza è accertata dal rendimento di un collettivo che non trova le giuste risorse nei momenti più salienti di un match. Ed ora, dopo un inutile temporeggiare sui suoi mal di schiena, non sarà in lizza neppure Kangur, assente per un paio di mesi, come dire di un elemento sul quale società ed allenatore hanno puntato velleitariamente (ma con tanta ragione nelle prime gare) e la cui rinuncia potrebbe gravare sulle potenzialità biancorosse.[/size][/font][/color]

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    [color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]L'Openjobmetis fa rotta verso Cremona in cerca della più classica delle vittorie scaccia-crisi. [/size][/font][/color][color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]

    Questa sera al PalaRadi (palla a due alle 18.15; diretta televisiva su Rete 55) Varese proverà a fermare a quota cinque la serie di sconfitte consecutive che hanno fatto scivolare i biancorossi nella metà bassa della classifica dopo un avvio che pareva assai incoraggiante.
     Il match sul campo della Vanoli coincide con  la prima delle due trasferte consecutive che il team del presidente Stefano Coppa dovrà affrontare senza la guida carismatica di coach Gianmarco Pozzecco, appiedato, come noto, dal giudice sportivo dopo la burrascosa uscita dal campo successiva all'espulsione di domenica scorsa nel derby contro Milano.
    Ma oltre all'assenza forzata del tecnico biancorosso - in panchina siederà Ugo Ducarello, promosso sul campo per due gare dopo aver comunque portato tranquillità e concentrazione nel secondo tempo del derby - c'è un'altra complicazione dell'ultima ora per un'Openjobmetis bersagliata dalla sfortuna. 
    Pressochè certa infatti è l'assenza di Christian Eyenga dopo l'infortunio alla caviglia destra riportato nell'allenamento di venerdì: il giocatore congolese, sottoposto a terapie nella giornata di ieri, partirà con la squadra ma non dovrebbe neppure andare in panchina. 
    Dunque per la sesta volta su otto partite di campionato, Varese dovrà gestire l'emergenza asciugando forzatamente le sue rotazioni di per sé non certo profonde. 
    Ma la situazione non permette di recriminare su assenze contingenti o di lungo termine (vedi il caso Kangur, che dovrà rimanere ai box almeno fino all'inizio del 2015).
    Dopo cinque sconfitte in fila, ognuna diversa dall'altra ma analogamente beffarde e cariche di rimpianti, l'ambiente e la squadra hanno assoluto bisogno di invertire la rotta. 
    Prima di tutto per non precipitare in una spirale di negatività che rischierebbe di spazzare via l'entusiasmo di inizio stagione, e poi per non scivolare definitivamente nella zona bassa della classifica. 
    La prima priorità di Varese è quella di limitare Luca Vitali, stella di una Vanoli che finora è la migliore in assoluto nel rapporto tra aspettative e rendimento sul campo: il play azzurro (13,0 punti e 5,8 assist) è il motore della squadra di Pancotto, innescando efficacemente i dinamici esterni Hayes (18,6 punti col 41% da 3) e Ferguson (12,1 punti col 45% da 3) e l'esplosiva ala Clark (14,3 punti). Sotto canestro il talento offensivo di Campani (9,5 punti) e la stazza dell'azzurro Cusin (6,0 punti, 7,0 rimbalzi e 2,3 stoppate) permettono alla Vanoli di farsi rispettare; dalla panchina escono invece due ex come Fabio Mian e Nicola Mei. 
    Una squadra ben organizzata che gioca un basket redditizio (quarto attacco della serie A ad 81,7 punti di media): se Varese vuole rompere la catena della sfortuna e provare a ripartire di slancio, l'operazione-riscatto non può prescindere dalla difesa. 
    E non è un caso che nella settimana precedente alla trasferta di Cremona, Pozzecco e Ducarello hanno studiato qualche nuovo accorgimento tattico per migliorare il rendimento della retroguardia, vero tallone d'achille di una Openjobmetis frizzante in attacco ma troppo leggera in retroguardia per esaltare il suo potenziale realizzativo. 
    Giuseppe Sciascia[/size][/font][/color]
     

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    [color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]Kuba Diawara si gratta il testone glabro. Lo scrolla di lato e abbozza una smorfia che andrebbe piazzata su un manifesto tant'è significativa del momento vissuto dalla Openjobmetis. Una smorfia che, tra determinazione e dubbio, esprime un concetto chiarissimo: «Basta, sono, siamo stanchi di perdere».[/size][/font][/color][color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]

    «Un minuto dopo la fine del derby contro Milano mi sentivo il giocatore più deluso del mondo. In modo ossessivo ripetevo a me stesso: Ma com'è possibile perdere ancora e, soprattutto, perdere quando giochi così bene per quaranta minuti, per di più contro i campioni d'Italia?. So che a domande del genere non c'è risposta e, se anche ci fosse, dovresti cercare nel film della partita le mille e una situazione che ti hanno portato alla sconfitta».
    Scusi se proviamo a buttarne lì una, di situazione. Che effetto le fa, per esempio, parlare di difesa?
    «Può essere e certamente là dietro avremmo dovuto fare di più, sia per contenere gli avversari nel tiro da 3 punti, sia per strappare quei rimbalzi che poi, a mio parere, hanno fatto la differenza tra noi e Milano. Non a caso l'EA7 nelle rare occasioni in cui ha sbagliato (5/9 dall'arco nell'ultimo periodo - ndr) ha recuperato il rimbalzo offensivo (ben 6 nel secondo tempo - ndr) o si è trovata in situazione di vantaggio fisico per effettuare un tap-out per gli esterni. Insomma: un velenoso mix fatto di piccole ma fatali disattenzioni, rotazioni portate con quell'attimo di ritardo o per cattivo posizionamento difensivo. Tutte cose che non puoi regalare ad una squadra di talento come Milano. Tutte cose per le quali dobbiamo trovare in fretta dei correttivi».
    Eppure, nonostante queste incongruenze, un derby assolutamente spettacolare si è risolto sul filo di un tiro azzeccato, quello di Ragland (97-100), e uno finito fuori bersaglio, quello di Rautins.
    «Ed è proprio questa la ragione che mi spinge ad essere fiducioso. Certo, in queste cinque sconfitte di fila s'individua un denominatore comune: le tonnellate di amarezza per aver perso gare alla nostra portata. Però, quando una squadra come la nostra gioca alla pari per quaranta minuti contro un team da Eurolega significa che sotto il profilo tecnico e umano ha qualcosa di importante da esprimere. Si tratta solo di un periodo-no durante il quale, pur con tutti gli sforzi, non riesci ad imboccare la via d'uscita, ma sono sicuro che finirà presto. Anzi, chiuderemo il loop già contro Cremona».
    La Vanoli oggi doppia Varese in classifica.
    «La conosciamo per averla già affrontata in pre-campionato. E già allora mi sembrò solida, ben costruita, composta da giocatori consapevoli del proprio ruolo e con un leader assoluto come Luca Vitali che conosco bene e sta giocando ad alto livello. Quindi, partita che si annuncia tutt'altro che facile, ma noi saremo pronti e, a differenza di Roma, lezione imparata, questa volta lo saremo per tutta la partita».
    Il suo parere sulla vicenda-Pozzecco?
    «Ho un solo pensiero: sono dispiaciuto per Poz che in panchina soffre e vive la partita al mille per cento. Meriterebbe più di tutti di vincere. Però la squadra queste cose le sente ed a Cremona dovremo fare risultato. Anche, soprattutto, per lui».
    Massimo Turconi[/size][/font][/color]
     

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    [size=3][font=verdana]Meno camicia e più pallacanestro. Gianmarco Pozzecco (foto Blitz) è uno straordinario animale mediatico che trova sempre il modo per far parlare di sé, e quella reazione esagerata ma spontanea allespulsione che ha vissuto come uningiustizia ha fatto discutere molto. Anzi, troppo. Oscurando ad esempio quel ragionamento ampiamente condivisibile nella conferenza stampa post partita sul fatto che la tolleranza zero imposta agli arbitri sul divieto di comunicare con i giocatori sia una cavolata pazzesca (eufemismo per riassumere un concetto espresso in maniera ben più colorita). Ma daltra parte si parla più del Poz per quel che fa fuori dal campo (vedi la conferenza stampa post-Roma dove lattacco riguardava alcool e figa), piuttosto che per il suo ruolo ed il suo lavoro da allenatore della Pallacanestro Varese. Interpretato probabilmente in maniera inusuale, anche nella gestione dei giocatori e nella costruzione del sistema di gioco; ma le analisi - e le eventuali critiche - devono riguardare prima di tutto il campo, e poi tutto quel di mediatico che un personaggio così istrionico porta fisiologicamente in dote.
    Chiaro che nel momento in cui la società di piazza Monte Grappa ha scelto Pozzecco, ne ha accettato tutte le sfaccettature; compresa la poca esperienza da allenatore, addirittura zero assoluto in serie A dove comunque la capacità di arrivare al cuore ed alla testa degli stranieri è fondamentale.
    Alla fine concentrarsi sul Poz extracampo, che comunque è e resta una risorsa fondamentale per dare un pizzico di brio ad un mondo paludato ed autoreferenziale come quello del basket italiano, rischia solamente di renderlo schiavo del suo personaggio. Invece Varese ha bisogno di un Poz in versione coach, che sappia coniugare le sue doti di motivatore e galvanizzatore con la realtà di una squadra che ha bisogno di una spruzzata di organizzazione sui due lati del campo. Quello della camicia strappata (domani alle 14 a Roma sarà discusso il ricorso presentato dalla società per ridurre la squalifica di 2 giornate) è stato solo un episodio, peraltro non certo edificante, ma totalmente ininfluente nelleconomia della stagione di Varese. Che deve proteggere ed aiutare nel suo percorso di crescita quello che resta un capitale della società. Perché solo se Poz diventerà un coach di alto livello, la scommessa fatta su di lui dallOpenjobmetis per questa stagione e la prossima avrà pagato quote interessanti per entrambi[/font][/size]

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    [color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]Anche stavolta solo complimenti ma niente punti per la Openjobmetis al termine di un derby numero 169 a dir poco “esagerato” per quantità di emozioni e colpi di scena. Milano passa a Masnago al termine di una partita strepitosa per qualità balistiche (19/35 totale da 3 di cui 7/11 nell’ultimo quarto e 3 negli ultimi 120 secondi dopo il secondo sorpasso biancorosso della partita), ma Varese gioca alla pari fino agli ultimi 30 secondi contro la corazzata di Banchi . E se l’Olimpia era senza tre pilastri del valore di Hackett, Gentile  e Kleiza  (costretto al forfait in extremis per un problema ad una caviglia), anche stavolta l’assenza forzosa di Kangur  - ormai out fino ad inizio 2015, operazione annunciata entro pochi giorni - condiziona pesantemente l’assetto tecnico-tattico dei biancorossi. La sconfitta consecutiva numero 5 è quella meno carica di rimpianti per Varese, che esce comunque[/size][/font][/color][color=rgb(0,0,0)][font=Verdana][size=3]

    dal campo tra gli applausi dei suoi 4700 tifosi: anche stavolta però il finale è amaro, con il colpo che resta in canna per il 2/10 da 3 nei 10’ conclusivi e per le sofferenze sui secondi tiri (quello decisivo di James  ma non solo).
    L’esordiente Eyenga  mostra di poter essere utile nell’aumentare il coefficiente di energia difensiva, ma in quel reparto c’è da lavorare tanto: stavolta i biancorossi ci hanno messo tutta la carica agonistica possibile, ma troppo
    spesso la scelta di cambiare su tutti i blocchi è stata punita da una Milano chirurgica. Che nella più classica delle versioni “less is more” ha responsabilizzato i giocatori sani, trovando un Brooks immarcabile (27 con 6/9 da 3 nella
    ripresa) e un Melli  mortifero nel punire in sospensione tutti gli spazi concessi dai biancorossi. Ma in linea generale, una squadra che ha pazienza nel muovere la palla - vedi la Trento e la Roma del secondo tempo - troverà sempre un tiro aperto negli ultimi secondi dell’azione; e se non va la prima soluzione, ci sarà sempre una situazione “svantaggiosa” a rimbalzo. Così anche stavolta l’Openjobmetis ha pagato dazio “là dietro” a dispetto di un secondo tempo da 57 punti segnati e di un complessivo 52% dal campo: tante giocate individuali “lussuose” e l’utilizzo di Callahan come “simil-Kangur” per aprire la scatola e lasciare spazio a Daniel e Robinson  in penetrazione, ma tutto ciò non è stato sufficiente con Milano bravissima a rispondere colpo su colpo (o meglio tripla su tripla) ad ogni fiammata di Varese. Al di là della partita in sé, l’episodio che resta negli occhi di tutti - pur avendo inciso praticamente
    nulla nel film della partita - è l’espulsione per doppio tecnico di Gianmarco Pozzecco , e la conseguente scenata con lo strappo della camicia all’uscita dal campo: il Poz, preso dalla sua abituale emotività a fior di pelle, è andato ben oltre il limite che un personaggio pubblico dovrebbe rispettare. E purtroppo questo attacco di “Paperinite” gli getterà la croce addosso (sentenza pesante del giudice sportivo in arrivo? Di certo il doppio tecnico non comporta la squalifica): reazione sbagliata e censurabile che sposterà l’attenzione sul suo errore, evitando “more solito” di analizzare una volta per tutte e con la dovuta lucidità il problema dell’atteggiamento arbitrale sui campi della serie A italiana. Perché 5 tecnici e un doppio fallo in una partita bellissima e spettacolare ma del tutto priva di animosità dicono chiaramente che i fischietti italiani sono fuori controllo nella gestione delle emozioni in campo e sono loro - con questo modo “ducesco” di condurre le gare - a scatenare pulsioni di giocatori ed allenatori e di conseguenza del pubblico. Ma lo “sclero” fuori dalle righe di “coach Poz” cancellerà ovviamente le considerazioni sulle quali ogni addetto ai lavori - ad iniziare dai club, in ultima analisi quelli che pagano - dovrebbe riflettere per un basket più sereno. Di certo l’espulsione del coach biancorosso ha “svegliato” Robinson e Daniel, che con la gestione-Ducarello  hanno messo in campo la faccia e il piglio giusto per assaltare l’area milanese dopo le 8 stoppate subite nei primi 20’. Da loro, sotto accusa per l’impatto tecnico ed emotivo nelle ultime due sconfitte in fotocopia, è partita la scintilla per una rimonta che ha ribadito quanto carattere abbia questa Openjobmetis non perfetta sul piano tecnico e difensivamente migliorabile. Ma di certo mai doma neppure dopo 5 sconfitte consecutive: questo atteggiamento andrà rimesso in campo nei prossimi due viaggi a Cremona e Brindisi. Perché questa squadra ha perso spesso, anzi sempre nelle ultime 5 settimane, ma è sempre andata ad un passo dalla vittoria, ed ora che ha
    una rotazione di 8-uomini-8 potrà lavorare sugli aspetti tecnici sui quali serve ancora crescere. Prima o poi il vento girerà, questo gruppo se lo merita.
    Giuseppe Sciascia[/size][/font][/color]
     

  • Nicolò Cavalli
    [b]ANDY RAUTINS [/b](8 punti; 1/1 2p; 2/7 3p; 0/0 tl) [b]VOTO: 4,5. [/b]La marcatura asfissiante del solito Moss, bestia nera di Varese, lo induce alla depressione. I tiri sono spesso fuori equilibrio, soltanto un dardo in contropiede sembra ridare vita al canadese. Per il resto troppi falli e affanni.
     
    [b]EDWAR DANIEL [/b](17 punti; 7/13 2p; 0/0 3p; 3/5 tl), [b]VOTO: 6. [/b]Una volta tanto ci atteniamo alla media aritmetica: 4,5 nel primo tempo, 7,5 nella ripresa. Dopo aver preso quattro stoppate sul muso, rientra dagli spogliatoi con furore. Canestri scoppiettanti e muscoli al servizio della causa. Che sia di buon auspicio.
     
    [b]DAWAN ROBINSON [/b](21 punti; 811 2p; 0/1 3p; 5/5 tl)[b] VOTO: 6,5. [/b]In perfetto parallelismo con il socio Ed, inventa pentole e coperchi negli ultimi due periodi. Questa volta la leadership non manca, al pari dei suggerimenti ai compagni (sei gli assist). Peccato per un paio di difese rivedibili su Ragland.
     
    [b]YAKHOUBA DIAWARA [/b](22 punti; 2/2 2p; 5/13 3p; 3/4 tl) [b]VOTO: 6. [/b]Le difese di serie A conoscono il suo [i]pedigree [/i]da bomber e si adeguano: raddoppi, dita nell'occhio (non si tratta di iperbole), fiato sul collo. Con alterne fortune Kuba si mette in proprio, ma la lontananza dell'omologo Kangur non gli permette di essere completo. Visconte dimezzato.
     
    [b]STANLEY OKOYE [/b](3[b] [/b]punti; 0/2 2p; 1/1 3p; 0/0 tl) [b]VOTO: 5,5. [/b]Il suo minutaggio scende nettamente dopo alcune prove da titolare. Fatica a carburare e trova la retina soltanto con una tabella sulla sirena dei 24: avessimo vinto, avrebbe portato le brioches per tutti. Invece si sta ancora appuntando le targhe degli attaccanti milanesi.
     
    [b]WILLIE DEANE [/b] (10 punti; 4/7 2p; 0/3 3p; 2/2 tl) [b]VOTO: 6. [/b]Nel primo tempo mette ordine in regia, non disdegnando qualche rubata da vipera dalle tasche dei giovanotti ben vestiti dell'EA7. Segna canestri difficili nei momenti del bisogno, però sbaglia una bimane clamorosa. Da strapparsi i capelli, se li avesse.
     
    [b]CRAIG CALLAHAN[/b] (12 punti; 1/1 2p; 3/4 3p; 1/1 tl) [b]VOTO: 6. [/b]Esce per cinque penalità dopo aver distillato ogni goccia di energia. Tenta la zampata clamorosa con un 3+1 a due minuti dalla sirena. In difesa soffre la stazza degli avversari, impiegando diversi minuti a trovare le alchimie giuste.
     
    [b]CHRISTIAN EYENGA [/b](4 punti; 2/3 2p; 0/1 3p; 0/0 tl)[b] VOTO: 5,5. [/b]Esordio in chiaroscuro per il ragazzo cresciuto a Badalona. Nell'avvio arpiona diversi rimbalzi e si becca con Moss: punto a favore. Alla lunga non si avvicina al ferro e si mostra inadeguato nel tiro dalla distanza: punto a sfavore, ma si sapeva.

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