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VareseFansBasketNews

  • simon89
    L’Openjobmetis prova a giocare d’anticipo sulle strategie della stagione 2023/24. Mercato chiuso, anzi chiusissimo per l’oggi, sia in entrata che in uscita (reiterando i no per le squadre di A2 che volevano il prestito di Matteo Librizzi): si confida nel pieno recupero di Justin Reyes durante la pausa e sulla rifioritura atletica della squadra per il rush finale playoff dopo la sconfitta nei quarti di Coppa Italia.
    Ma lo staff biancorosso è attivo per il futuro, e non solo sui rinnovi: sul taccuino della Varese che verrà è finito Gianmarco Arletti, 21enne esterno bolognese attualmente militante nei Delaware Fightin’Blue Hens del campionato universitario nordamericano. Si tratta di un’ala di 198 centimetri per 93 chilogrammi con buone doti tecniche e atletiche, con un bagaglio completo e un buon tiro frontale, che potrebbe calarsi efficacemente nel sistema offensivo OJM votato allo small ball.
    Arletti, prodotto del vivaio della Salus Bologna - papà Umberto è storico dirigente nonché membro del Consiglio federale della Fip - è emigrato a 17 anni negli Stati Uniti, prima nelle scuole superiori e poi nel campionato Ncaa. Il cestista del 2001, visto anche in azzurro nell’estate 2021 ai Campionati europei Under 20 (in panchina c’era l’allora coach dell’Ojm Adriano Vertemati e in campo con Arletti, che chiuse a 10,0 punti e 2,8 rimbalzi, c’era il prospetto biancorosso Nicolò Virginio), ha compiuto un percorso giovanile molto simile a quello di Tomas Woldetensae, che di anni negli Usa ne ha trascorsi sei. Ed è evidente che la cultura americaneggiante della Varese dell’asse Scola, Arcieri e Brase è particolarmente consigliata per giocatori con percorsi di crescita oltreoceano: nel roster attuale dell’Ojm ci sono tre italiani - oltre a “Wolde” anche De Nicolao e Caruso - che hanno giocato nel campionato Ncaa. Cosa che Arletti, al terzo dei quattro anni del percorso di gioco e studi, sta ancora facendo (è sceso in campo nella notte italiana contro Wilmington). Per questo l’interesse dell’Openjobmetis è improntato sulla prossima stagione: Delaware ha ancora partite in programma, di stagione regolare e poi eventualmente di playoff della Colonial Athletic Association. Se Arletti deciderà di tornare in Europa con un anno di anticipo rispetto al termine della sua traiettoria sportiva Ncaa, Varese gli ha proposto di fare conoscenza reciproca con un periodo di prova in allenamento (c’era anche la chance di farlo giocare in B col Campus, ma i tesseramenti del campionato “cadetto” terminano il 28 febbraio, prima della fine della stagione di Delaware).
    Se ne parlerà concretamente quando Arletti tornerà in Italia il mese prossimo, di sicuro però l’interesse da parte della Pallacanestro Varese è stato manifestato. E intanto continua il dialogo con Guglielmo Caruso per estendere il contratto in essere, eliminando la possibile escape per le coppe (solo ovviamente se l’Ojm non dovesse qualificarsi in Europa nel 2023/24) dell’attuale 2+1. La negoziazione è ancora nella fase iniziale, mentre sono iniziati i colloqui anche con gli agenti degli stranieri, in particolare per Markel Brown e Justin Reyes.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    La sconfitta nel quarto di finale contro Pesaro ha lasciato la bocca amara a tutto il popolo che ha a cuore la Openjobmetis. I tifosi, soprattutto quelli presenti a Torino che hanno poi viaggiato verso casa, sono rimasti fino a tarda ora sui canali social per commentare un KO difficile da digerire, non tanto per il verdetto quanto per come è maturato.
    Come abbiamo elencato nella cronaca del dopo gara, sono state troppe le cose che non hanno funzionato, in campo e nella gestione della squadra. Troppe in virtù – soprattutto – del risicato punteggio finale, 84-80 per la Carpegna, la classica partita in cui due imprecisioni in più e in meno fanno tutta la differenza del mondo. Vediamo, quindi, qualche punto di riflessione su quanto accaduto al PalaAlpitour, non certo per creare polemiche sterili ma per provare a evitare di sbagliare altre volte. E per stimolare il dibattito.
    Partiamo da una premessa che però è anche il primo tema “caldo”, ovvero le scelte di coach Matt Brase e del suo staff tecnico. Brase è probabilmente l’uomo adatto per guidare questa squadra (lo diciamo con convinzione) perché ha contribuito a creare il roster per conoscenze dirette (Brown su tutti ma anche Johnson e Ross) e lo ha plasmato nel modo in cui lo vediamo ogni domenica. Quindi squadra divertente, anche vincente, simpatica, frizzante e talentuosa nonostante le lacune tecnico-tattiche che presenta.
    Quel che però manca, e forse potrebbe aiutare a migliorare, è un pizzico di flessibilità. La “famosa” questione dei timeout, per esempio: la strada scelta da Brase è apprezzabile (in breve: ne chiamo pochi perché sono i giocatori a dovere imparare a gestire i momenti di gioco) e probabilmente ha effetti positivi sul lungo termine. Ma il timeout è anche quel momento in cui omaccioni che pesano un quintale possono tirare il fiato e dissetarsi, specie se la squadra è composta da otto/nove elementi. Se Markel Brown sta 38 minuti sul parquet, permettergli di rifiatare non significa cambiare volto alla squadra bensì “aiutare” i tuoi a ritrovare lucidità soprattutto in momenti in cui la pressione è alta.
    Lo stesso discorso lo possiamo applicare alla situazione falli: Pesaro si è ritrovata carica di penalità con diversi giocatori fin dall’inizio della ripresa, ed è addirittura andata in bonus dopo 1’20” del terzo periodo. Perché, dunque, non pensare a qualche situazione di isolamento (con Caruso, magari?) o un maggiore ricorso all’uno contro uno per provare a “eliminare” dalla partita qualche giocatore marchigiano? Brase in conferenza stampa, su nostra domanda, ha spiegato che Varese ha un altro tipo di gioco: è vero, ma ancora, utilizzare un accorgimento favorevole non significa cambiare il DNA o il modo di stare in campo complessivo.
    Terzo e ultimo esempio nel quale la flessibilità potrebbe – poteva – rivelarsi decisiva. In tanti hanno notato che la Openjobmetis ha iniziato la fase finale del riscaldamento a pochi minuti dalla presentazione delle formazioni e dall’Inno di Mameli. Vero, e spieghiamo l’accaduto: la durata del match tra Milano e Brescia e il programma della serata (c’era, per esempio, uno spazio dedicato al 3v3 tra i bambini) hanno ridotto il tempo a disposizione di Varese e Pesaro. Lo staff biancorosso però si è fatto cogliere impreparato, ha proseguito con la routine consueta e così la squadra è arrivata sul parquet dopo la Carpegna. Che invece, appena i bambini hanno liberato il campo, si è fiondata a “fare la ruota”. Dettagli, appunto, e mancanza (o almeno difficoltà) di adeguare il proprio schema che alla luce di quanto avvenuto nel primo periodo (29-12 Pesaro) hanno fatto la differenza.
    Poi – va da sé – i giocatori singoli e il gruppo degli atleti ha parecchio da rimproverarsi: le brutte percentuali, la vagonata di palle perse, la difficoltà nel contenere alcuni avversari, i “buchi” difensivi che hanno causato qualche canestro troppo facile a Tambone e compagni. Mettiamo nel calderone anche un arbitraggio che ha lasciato diverse perplessità nel finale di partita (la presunta interferenza di Owens quando Toté aveva toccato la retina, un fallo netto su tiro di Ferrero dall’arco…) e l’opera è compiuta.
    Peccato, viene da dire: la Pallacanestro Varese ha strameritato l’accesso alle Final Eight e va ringraziata per questo. Essere andati a casa così rapidamente dopo una partita simile, davanti a mille tifosi biancorossi, però fa davvero male. E gli stessi protagonisti in campo e in panchina avrebbero meritato di giocarsela meglio.

  • simon89
    Vince la fisicità sull’agilità. Vincono i quattro veri sui quattro falsi. Vince Repesa su Brase. 
    Vince Pesaro su Varese, insomma.
    Di poco, ma ancora una volta.
    Di poco, ma ancora una volta, la regola si è dimostrata tale: Varese resta dietro le prime, il salto non le riesce. Ci prova con tutta se stessa, ma trova sempre un muro contro cui infrangersi e chissà se sarà mai lei a riuscire a infrangerlo.
    Di prove ne sono arrivate davvero tante, anche se la speranza di fare quel passo in più svanirà solo dopo l’ultima sirena. Se non accadrà, beh… non sarà un dramma: a un certo punto - oltre l’entusiasmo, oltre l’amore, oltre il tifo, oltre la fede - bisogna essere oggettivi e consapevoli della propria dimensione, peraltro nel caso di specie più che onorevole visto che stiamo vivendo la seconda più bella stagione degli ultimi dieci anni.
    E con lo stesso grado di consapevolezza, ma pure di onestà, bisognerebbe entrarci con tutti due i piedi nell’analisi di questa inferiorità rispetto al vertice, bisognerebbe capirla e ammetterla fino in fondo. E allora non va solo sottolineato come altezza e tonnellaggio, nonché classe pura (guardate Abdur-Rahkman: 40 minuti ben controllato, poi però il canestro decisivo lo ha segnato…), esperienza e spirito abbiano fatto la differenza a favore della Vuelle, ma anche che l’evidenza del match ci abbia fatto oggi grandemente preferire il croato Jasmin allo yankee Matt.
    Pesaro è entrata in campo determinata, grintosa e soprattutto organizzata, preparata e consapevole di dove e di come colpire. Varese è invece apparsa smarrita, vittima sicuramente dell’emozione, ma anche senza apparenti contromisure alle mosse altrui (una su tutte: violentare Reyes in post basso con Charalampopoulos), troppo fedele alla sua parte testarda, illusa nel voler solo colpire da tre (4 soli tiri da 2, 10 palle perse), incapace in realtà di fare altro.
    Un disastro, una perforazione unica, un confronto impari quei primi 10 minuti… Ed è naturale chiedersi cosa sarebbe successo senza di essi, senza una Varese così prona all’aggressione, senza quel -17. Perché poi si è giocato completamente alla pari. Siamo sempre lì: manca poco, ma manca. E quel poco, a volte, è nei dettagli…
    Ma andiamo avanti: oggi come oggi la Openjobemetis ha un giocatore impresentabile in campo che si chiama Justin Reyes. Il portoricano non è più lo stesso dopo l’infortunio e chissà se il peso è solo nel fisico o alberga ancora di più nella testa. E allora lo capiamo o non lo capiamo perché la stampa tifosa (sì, tifosa ma non nata ieri…) e buona parte dei supporter da settimane chiede in ginocchio di dare qualche minuto anche a Giancarlo Ferrero? Il motivo è solo uno: perché Justin, così, non può stare sul parquet. Il bene che si vuole al capitano, perdonatemi, ma non c’entra un tubo…
    Brase è sembrato capirlo solo a un passo dalla disperazione, solo con le spalle al muro, solo con i buoi mezzi scappati dalla stalla (e anche il primo cambio Caruso per Owens non ci è parsa una gran lettura del match…). A quel punto ci ha provato e Ferrero gli ha cambiato la gara, con la tripla, con la difesa (e va citato anche De Nicolao, molto meglio del pretoriano del coach, cioè Woldetensae), con la garra e con quella naftalina che si è trasformata nell’unica rivalsa che una persona, oltre che un giocatore, come lui conosce: sputare l’anima sul campo, per il bene di Varese.
    Poi però l’americano in panchina c’è ricascato. Si è ancora una volta dimenticato di lui, lasciando Johnson dentro con quattro falli e così esponendosi al rischio che commettesse anche il quinto, fatto puntualmente accaduto e fatto che ha privato la squadra di un giocatore offensivamente fondamentale nel finale. Un altro errore, evidentissimo. E nell’economia del match decisivo.
    Una partita è un mondo fatto di tantissime storie e di porte prese nel modo giusto o nel modo sbagliato. Ve ne abbiamo raccontate alcune, che non possano spiegare tutta la sconfitta, ma che sicuramente hanno fatto parte della stessa.
    Varese inferiore a Pesaro, nel roster, in campo. E in panchina. Amen.
     Fabio Gandini

  • simon89
    Finisce con una delusione parecchio cocente – e soprattutto finisce subito – l’avventura della Openjobmetis alla Coppa Italia di Torino. La sconfitta, di stretta misura (84-80) contro Pesaro ha i contorni netti dell’occasione sprecata perché sono troppe le cose che non tornano, questa volta.
    Non torna l’approccio alla gara, con un primo periodo disastroso e regalato ai marchigiani (29-12 al 10′), non torna il malloppo di palle perse (23), non torna una percentuale troppo bassa dall’arco (il 23%). Non tornano nemmeno certe situazioni in campo, perché Varese non approfitta di una Pesaro carica di falli fin dal secondo periodo, contro cui sarebbe stato più utile provare a forzare qualche uno-contro-uno: invece la squadra di Brase ha tirato tanto da 3 punti senza quasi mai trovare il canestro. E l’unico a finire la partita anzitempo è stato Jaron Johnson, un varesino.
    Ad allungare l’elenco dei rimpianti c’è anche il fatto che Pesaro ha giocato senza Davide Moretti, fermo da qualche giorno per febbre, e con un Cheatam a mezzo servizio. Soprattutto, Varese non ha approfittato del clamoroso risultato dell’altro quarto di finale: Milano, favoritissima, si è fatta infilzare da Brescia che arrivava da 6 KO consecutivi in campionato. Insomma, sognare addirittura la finale al momento della contesa iniziale non era un’idea balzana, tanto più che da Varese si sono mossi in mille per dare il loro contributo. Diluito nelle pieghe di una partita nella quale serviva continuità, e che invece la OJM ha interpretato a folate, spesso fallendo i possessi importanti sia lontano dal traguardo (diversi sorpassi mancati) sia in dirittura d’arrivo. Due palle perse negli ultimi 20” di partita sono la definitiva pietra tombale a un’avventura “appena cominciata e già finita”.
    E i singoli? Il migliore è Giancarlo Ferrero, non schierato da Brase nelle ultime gare di campionato ma decisivo nei momenti migliori dei biancorossi. Johnson ha disputato un terzo periodo da cineteca, Owens è stato positivo anche a rimbalzo mentre Ross ha sulla coscienza mezza partita da mani nei capelli e Brown è andato a corrente alternata. Chi invece è andato a sbattere sono stati gli altri italiani: briciole per Wolde, Denik e Caruso. Con una squadra così corta, serviva che tutti giocassero una partita almeno sufficiente e così non è stato.
    COLPO D’OCCHIO
    In un PalaOlimpico “sotto shock” per l’inattesa sconfitta di Milano con Brescia, il colpo d’occhio è più che buono, con davvero un’invasione di tifosi arrivati da Varese, circa mille. Un centinaio, ma rumorosi, quelli adriatici. Tra i tifosi eccellenti la OJM schiera Javier Zanetti arrivato a sostenere l’amico Scola ma anche Tete Martinenghi, asso delle piscine “nato” sotto canestro. In prima fila anche Pozzecco in versione c.t. con i presidenti Petrucci e Gandini, tra il pubblico anche Gek Galanda e Claudio Coldebella.
    PALLA A DUE
    Sulla carta chi sta meno bene è Pesaro: Moretti non ha recuperato dal recente problema di salute e viene sostituito da Gudmundsson in regia, Cheatam parte dalla panchina rimpiazzato da Delfino. Quintetto classico invece per Brase che ha la squadra al completo seppur con un Reyes non al 100%.
    LA PARTITA
    Q1 – Charalampopoulos è subito torrido per Pesaro e firma 9 punti nel parziale di 16-8 dopo 6′ che costringe Brase a chiamare presto timeout. Il brutto è che da lì in avanti, Varese farà peggio con Ross disastroso e 10 palle perse collettive che aprono il campo alle folate pesaresi. Alla prima pausa è 29-12 con i tifosi biancorossi impietriti da tanto orrore cestistico messo in campo dalla OJM.
    Q2 – Tariq Owens – 4 liberi e una schiacciata – ridà fiato all’attacco varesino e, di riflesso, a una difesa ora migliore con Denik al posto di Ross. Poi entra Ferrero e cambia la gara: tripla, 3/3 ai liberi e canestro di destro in entrata a evitare la stoppata. Spinta dal capitano e da un paio di magate di Johnson, Varese si ritrova a -2 ma sbaglia con Ferrero e Nino i tiri del sorpasso. Repesa, vecchia volpe, chiama timeout e gli ultimi 2-3 minuti sono ancora marchigiani con Gudmundsson a segno: 44-35.
    Q3 – L’uomo del momento, in casa Varese, diventa Nino Johnson: l’ala è un’ira di Dio e nei primi 5′ del periodo segna 9 punti portando per la prima volta la partita in parità a quota 55. Come al solito però, la OJM fallisce la spallata successiva anche se poi mette per l’unica volta il naso avanti grazie a due liberi di Reyes (62-64). La replica pesarese è firmata Tambone: 5 punti dell’ex di turno riaprono un minimo vantaggio per i marchigiani e la terza sirena arriva sul 67-64 con i biancorossi che si accontentano di tirare (sbagliando) da lontano.
    IL FINALE
    La Varese “penelope” prosegue: pareggio di Brown con canestro e fallo, deragliamento di Woldetensae che commette anche antisportivo e permette il riallungo pesarese. Si continua con botta e risposta dalle due parti ma Brase perde per falli Johnson che dopo un tecnico commette il quinto a rimbalzo. Nuovo vantaggio Vuelle, poi è di nuovo la volta di Ferrero con con 5 punti in 10” dà l’ultimo pareggio, 77-77. I mille tifosi varesini sognano il sorpasso definitivo e invece è tutta un’illusione: Abdur Rahkman – francobollato da Brown – trova un paio di guizzi, Ross segna l’83-80 che però non basta, poi Ferrero perde un pallone fatale (ma nessuno dei compagni, in precedenza, tira) e anche sull’ultima rimessa Ross e Brown pasticciano. Finisce 84-80 con i tifosi adriatici in festa e quelli biancorossi che non possono fare altro che scuotere la testa. Non era questa la squadra che si aspettavano.
    Damiano Franzetti

  • simon89
    L’Openjobmetis chiude subito la sua avventura in Coppa Italia. La truppa di Matt Brase cede il passo a Pesaro nella seconda gara dei quarti di finale inaugurati dal clamoroso upset di Brescia contro la favorita Milano.
    Grande occasione sciupata considerando l’eliminazione dell’EA7, e l’assenza dell’influenzato Moretti nelle file della Carpegna? Sicuramente c’è rammarico per una partita nella quale Varese ha “regalato” il primo quarto, con un approccio troppo molle contro la solidità difensiva della Vuelle. Poi ha protetto meglio l’area contro i ripetuti attacchi spalle a canestro delle ali pesaresi, risalendo dal meno 17 del 10’ già nel secondo quarto. Ma ha commesso troppi errori di precipitazione, sia nella costruzione del gioco che nelle scelte di tiro: fatali le 22 palle perse – comprese le due negli ultimi assalti sul meno 3 e sul meno 4 – e il 23% da 3 in una serata nella quale Pesaro è parsa più pronta dell’OJM nel contenere le iniziative biancorosse a metà campo.
    La vecchia volpe Jasmin Repesa ha fatto valere la sua esperienza in una partita nella quale Varese può recriminare anche su qualche fischio arbitrale nel quarto periodo (non solo per il tecnico di Johnson, out per falli a 6’ dalla fine). Ma in generale Varese ha sprecato troppe chances per prendere in mano l’inerzia del match: non è bastato un ritrovato Ferrero (artefice delle rimonte nel secondo e nel quarto periodo, ma col colpo in canna nel finale) per nascondere i nuovi problemi di Justin Reyes, in campo solo 12’ con una condizione atletica palesemente deficitaria. Ora si stacca la spina lasciando posto alle Nazionali fino al 5 marzo: Varese saprà far tesoro della lezione del PalAlpitour e mettere a punto quei meccanismi inceppati nell’ultimo mese, con la sconfitta di Torino che porta il bilancio a 4 nelle ultime 5 gare?
    IN MILLE DA VARESE
    Peccato soprattutto per i tifosi al seguito: PalAlpitour punteggiato di biancorosso con un migliaio di supporters al seguito tra il muro del Basket Siamo Noi e lo spicchio nero degli Arditi più tante magliette “Run With Us” in tribuna. L’avvio però è di marca Vuelle, con Repesa che incolla Gudmunsson faccia a faccia su Ross e fatica a mettere in moto il suo attacco. Le sospensioni mancine di Charalampopulos fanno male all’OJM con Brase costretto al time out sull’8-16 iniziale. Dominio Vuelle nel primo quarto con tante rubate sulla circolazione di palla biancorossa e tante ripartenze con l’inossidabile Delfino che macina triple. Pesaro vola sul 12-29 del 10’, ma la scossa dalla panchina arriva dal capitano. Qualche guizzo perimetrale di Ferrero, qualche ripartenza sull’asse Brown-Owens e Varese entra finalmente in partita (26-35 al 14’). Markel alza i giri dietro, Tariq decolla davanti, e l’ala di Bra è un fattore: l’OJM vede la targa dei marchigiani trovando fluidità per attaccare il ferro con le ali (35-37 al 17’).
    DI NUOVO SOTTO
    Fallito il sorpasso con Ferrero però l’attacco cade nuovamente negli errori di precipitazione del primo quarto (13 perse a metà gara), e lo 0-7 degli ultimi 3’ riapre la forbice a metà gara (35-44 al 20’). Dopo l’intervallo si riaccende la luce di Ross, che dopo un primo tempo da 2 punti e 4 perse detta i tempi dell’attacco: Varese ricuce da meno 12 al 49-50 del 23’, e impatta a metà terzo quarto con un contropiede di Johnson (55-55 al 25’). Difendendo meglio l’area colorata l’OJM trova qualche accelerazione in campo aperto e mette anche il naso avanti sul 64-62 del 27’, ma 8’ lascia sul ferro un paio di colpi e Tambone tiene al comando la Vuelle (64-67 al 30’). Varese smette di trovare vantaggi offensivi, e due brutte forzature di Woldetensae – con relativo antisportivo su Charalampopulos – ridanno l’abbrivio alla Carpegna. Cala il ritmo dei due attacchi e l’OJM perde in largo anticipo Johnson per falli con 6’16” sul cronometro.
    TROPPI SPRECHI IN ATTACCO
    Si fischia poco e comunque male, la squadra di Brase regge bene dietro ma spreca tanto davanti, comprese troppe triple sul ferro. Ma Varese si accende in un amen con Ferrero trascinatore: tripla e schiacciata in campo aperto per il 77 pari scaldano un PalAlpitour in versione Masnago. Fischi dubbi e fischi mancati, ma nella “tonnara” Trovare varchi è sempre troppo complicato per una OJM che a metà campo continua a deragliare nel traffico: Pesaro allunga in lunetta e trova un canestrissimo da Abdul-Rahkman (78-83 al 39’), Ross risponde per il meno 3 ma Varese perde palla sul possibile pareggio con l’ennesimo scarico complesso di Ferrero, e poi di nuovo sulla rimessa a meno 7” dopo l’1-2 ai liberi di Gudmunsson. Come nel 2019 a Firenze, la Coppa Italia dura solo un giorno.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    Dal rassicurante quarto posto in condivisione con Pesaro con 4 punti di margine sulle inseguitrici del 15 gennaio, al sesto nel poker con Trento, Sassari e Brindisi del 12 febbraio.
    A Varese è sfuggito l’attimo per allungare la fuga e il gruppone delle big deluse dell’andata sta riassorbendo il vantaggio iniziale dell’Openjobmetis nella volata playoff. I cambi sul mercato di chi nella prima metà della stagione aveva disfunzionalità in organico hanno ridotto il gap contro una Varese alla quale le avversarie stanno prendendo le misure. Cerchiamo di capire cosa è accaduto e cosa può succedere...
    CALENDARIO E CLASSIFICA
    Che l’inizio del ritorno sarebbe stato ricco di insidie per la truppa di Matt Brase era evidente alla luce del calendario: Trento, Tortona, Brescia e Milano – 4 squadre contro cui all’andata l’OJM aveva perso – separavano Varese dalla fine dell’andata allo step verso la Coppa Italia. Risultato: tre sconfitte in 4 gare, e classifica “compattata” con otto squadre in 6 punti dal quarto di Pesaro a 22 al decimo di Trieste e Treviso a 16. Anche se la sconfitta con l’Olimpia ha mostrato segnali importanti sulla capacità di resilienza dei biancorossi. Usciti con zero punti ma qualche rassicurazione in più rispetto alle trasferte di Trento e Casale Monferrato.
    I MARGINI DI CRESCITA
    Se le avversarie che all’andata avevano reso meno del previsto hanno trovato in corsa gli aggiustamenti necessari, Varese avrà la forza per aumentare a sua volta il valore del suo basket frizzante per restare fino in fondo tra le prime 8 del campionato? La sensazione delle ultime settimane è che le avversarie stiano iniziando a prendere le misure al moto perpetuo dell’OJM (sconfitta comunque dalle tre migliori difese del campionato nelle ultime 4 gare). Che però, per convinzione assoluta nella filosofia Scola-Arcieri-Brase, non cambierà di certo il suo stile di gioco. Ma i margini per crescere ancora ci sono? Solo legati ai dettagli, che però possono fare la differenza: nel pulire il gioco offensivo da qualche errore di precipitazione, e nel migliorare l’atteggiamento difensivo (domenica contro Milano convincente al di là dei meriti dell’Olimpia) nell’1 contro 1 perimetrale.
    IL RUSH FINALE E L’IDENTITÀ
    11 giornate, di cui 6 trasferte, con due scontri diretti a Masnago - 12 marzo con Pesaro e 19 aprile contro Brindisi - e trasferte difficili a Sassari, Venezia e Bologna oltre a tutte le pericolanti ancora da sfidare. Tanti imprevisti e altrettante probabilità, da affrontare con le certezze acquisite in 6 mesi di lavoro: lo stile di gioco votato alla corsa e all’attacco era e resta il marchio di fabbrica dell’Openjobmetis, che resterà fedele alla sua identità anche nel rush finale dal 5 marzo al 7 maggio. Pure se negli ultimi due mesi si troverà di fronte una Sassari, una Brindisi e una Venezia diverse da quelle che ha messo sotto all’andata col suo ritmo indiavolato.
    IL VALORE DELLA COPPA
    L’attualità stretta però è quella della Coppa Italia, che domani vedrà impegnata l’OJM contro Pesaro per provare a guadagnarsi una possibile rivincita con Milano (a sua volta sfiderà Brescia nel match inaugurale dei quarti). Per Varese sarà una bella vetrina che sancisce il ritorno dopo 4 anni sulla passerella delle protagoniste del nostro basket. Ma c’è un possibile valore aggiunto da non sottovalutare che potrebbe riverberarsi sulla volata playoff: la Coppa Italia può dare l’impronta, in termini di inerzia – positiva o negativa – alla parte finale della stagione a seconda dell’esito della missione al PalAlpitour. La truppa di Brase ha la possibilità di guadagnarsi credito sfatando il tabù dello 0-8 contro le big, e tornare da Torino col pieno di fiducia ed entusiasmo in vista del rush finale della regular season.
    Giuseppe Sciascia

  • banksanity6
    E’ una vittoria meritata alla luce dell’andamento della gara quella di Milano sul parquet di Masnago. Varese cerca di opporre una tenace resistenza alla corazzata in rosso ma sul finire del terzo quarto, Datome e soci danno lo strappo decisivo che i padroni di casa non riusciranno più a ricucire anche grazie ad ottime percentuali dall’arco nel secondo tempo per l’EA7 a differenza di un 3 su 17 totali delle 2 principali bocche da fuoco varesine (Brown e Johnson) che mancano di cinismo, particolare non da poco che alla fine fa la differenza tra una vittoria o una sconfitta . Ma veniamo alle valutazioni dei singoli:
    Ross 7: parte con le marce ridotte sbattendo ripetutamente contro il muro meneghino. Poi come d'incanto trova velocità e ritmo sia per mettersi in proprio che per innescare i suoi compagni ma non basta. EASYJET
    Woldetensae 6: utilizzato più come specialista difensivo visto il problema di falli di Brown che come realizzatore anche se mette 2 bombe con il suo classico movimento. AGENTE SPECIALE
    De Nicolao 6: buttato nella mischia per arginare l'attacco milanese ma panchinato molto presto per aver commesso dei falli ingenui. Nella ripresa autore di una fiammata in attacco che rimarrà un episodio isolato ma non era dispiaciuto per arginare Napier, vero leader di coach Messina. INCOMPIUTO
    Reyes 6,5 : nonostante sia sotto gli occhi di tutti che quel maledetto ginocchio non è ancora guarito completamente Justin non si risparmia e combatte con ardore contro i titani in rosso. Nonostante tutto rimane in campo 31 minuti segno che il sacrificio non manca, solo la condizione deve crescere. GAMBADILEGNO
    Librizzi S.V.
    Virginio N.E.
    Ferrero N.E.
    Brown 5: peggior prestazione stagionale di Markel che un po' si fa metter fuori dai giochi andando a litigare con Davies e beccandosi un tecnico che vale il terzo fallo, un po' cercando di far arrivare la partita nelle sue mani invece di aspettarla, altro sintomo di un eccessivo nervosismo. ALTA TENSIONE
    Caruso 6,5 : serata nella quale trova più facilmente la via del canestro dalla lunga distanza rispetto ad andare vicino a canestro. Fa un discreto lavoro difensivamente, procedendo nella crescita anche nelle piccole cose. “PICCOLI” CENTRI CRESCONO
    Owens 7: pur dovendosi confrontare con 2 califfi del calibro di Davies e Hines, Tariq non sfigura seppur penalizzato da una fisicità meno prorompente. Sbaglia 2 appoggi semplici ma ne schiaccia almeno un paio tutt'altro che banali confermando il trand positivo. FLY LIKE AN EAGLE
    Johnson 6,5: Nino fatica in modo evidente nella prima parte di gara e tutti gli errori dalla lunga distanza non gli danno certo una mano. Trova maggior fortuna e convinzione attaccando il ferro nella seconda parte dell'incontro, in particolare posterizzando con la giocata più spettacolare della serata Davies che aveva tentato di opporsi, ma nel complesso troppo ondivago. LUNATICO

  • simon89
    La distanza c’è, si vede e fa male notarla in un derby sempre sentito. Ma l’Openjobmetis battuta in casa da Milano 75-87 può ugualmente uscire a testa altissima dal confronto diretto con la capolista per quanto mostrato sul parquet di Masnago. Con le unghie e con i denti, Varese è rimasta aggrappata alla partita per mezz’ora (63-68 al terzo stop) e si è arresa solo davanti alle triple dell’Olimpia, addirittura più precisa che fisica. 9/18 dall’arco per la squadra di Messina, con le fiondate decisive “made in Italy” arrivate proprio quando la OJM aveva messo il naso avanti nel cuore del terzo parziale.
    Per la seconda domenica consecutiva quindi, la squadra di Brase resta ferma in classifica ma tutto sommato era una circostanza prevedibile viste le avversarie. I biancorossi però non escono a mani vuote: mancano i punti ma in entrambe le sconfitte (Tortona e Milano) sono arrivate note positive da quanto espresso in campo. Varese ha, per esempio, lavorato molto bene a rimbalzo dove solo nel finale ha perso (di poco) il duello, e su questo lato va rimarcata di nuovo la presenza di Owens che è un giocatore diametralmente diverso da quello visto nel 2022. E poi la squadra ha saputo ricucire break importanti messi in piedi dall’EA7 fin dalla palla a due iniziale, a conferma di come Denik e compagni non diano mai per perso nessun confronto.
    Bene, di nuovo, anche Ross che è stato braccato e raddoppiato dalla difesa (anche sprazzi di zona per Messina) ma ha chiuso in doppia-doppia con 16 punti e ben 11 assist, con Owens primo terminale per le “alzate” di Colbey. Bene anche Caruso dopo qualche prova opaca e bene pure Johnson che ha sparacchiato dall’arco ma che nel complesso ha dato solidità all’intero quintetto. Chi è mancato, in fase offensiva, è stato Brown – 2/10 dall’arco – che ha ingaggiato un duello fatto anche di parole e spintoni con l’ex Davies pagando però caro il doppio fallo tecnico che lo ha un po’ tolto dal match. Come spesso si ripete in questi casi, per battere Milano (o la Virtus) è necessario rasentare la perfezione e con un Markel spuntato in attacco tutto diventa più arduo.
    L’EA7 ha avuto il merito (oltre che di tirare benissimo) di riuscire a contenere i ritmi altissimi di Varese, per la prima volta tenuta sotto gli 80 punti segnati. Messina sapeva di avere il materiale umano fatto di chili, talento e atletismo per non concedere la solita rumba all’Openjobmetis, la quale ci ha provato comunque riuscendo in qualche caso nell’intento. Ma comandare la corsa per 40′ non è stato possibile, e lì i biancorossi di casa hanno perso un pezzo di partita. Un altro pezzo lo hanno perso nelle percentuali dall’arco, troppo basse (il 30% finale è figlio di qualche forzatura nell’ultimo quarto, ma anche in precedenza erano arrivati troppi “ferri”). Insomma, come dicevamo in avvio, la distanza da Milano e dalle big c’è e si vede, però Varese va a Torino anche consapevole di non essere il materasso di turno. Anzi.
    PALLA A DUE
    Per la prima volta in stagione l’EA7 arriva al match di campionato senza impegni d’Eurolega in settimana. Messina può quindi schierare la squadra migliore con Hines e l’ex Davies sotto canestro (applausi per lui in avvio, poi fischi dopo le scintille con Brown), con Datome ritrovato accanto a Melli e con l’ultimo arrivato Napier per il duello in regia con l’attesissimo Ross. Brase ha l’intera rosa a disposizione e parte con il quintetto classico; non giocherà Ferrero all’ennesimo n.e.. Grande, di nuovo, la partecipazione del pubblico: settimo “tutto esaurito” consecutivo con quasi 5mila paganti visti anche i tanti tifosi milanesi nel settore ospiti.
    LA PARTITA
    Q1 – Milano prova a mettere subito le mani sulla partita scappando 2-10 e sfruttando errori e fatiche iniziali di Varese. Poi però si accende Ross, stuzzicato dal bell’avvio di Napier, con i primi punti ben spalleggiato da Caruso. La OJM quindi resta in scia, ricuce il divario e allo scadere trova una tripla clamorosa di Woldetensae per il primo vantaggio, 22-21.
    Q2 – I padroni di casa toccano il +4 ma poi l’Olimpia pareggia e scappa nel giro di pochi minuti appoggiandosi parecchio a Davies. Poi quest’ultimo litiga con Brown: doppio fallo tecnico ma per Markel è il la terza penalità. Buon per Varese che a quel punto trova il risveglio di Johnson a segno in entrata: quando poi Denik francobolla Napier arriva il minibreak casalingo con il play che imbuca da 3 e Owens che schiaccia due volte. Nino ruba l’ultima palla a Napier e al riposo è 45 pari
    Q3 – Dagli spogliatoi Varese esce piuttosto bene, e quando Ross decide di far impazzire la difesa con gli slalom la Openjobmetis trova di nuovo il +4. Il play però sbaglia il libero aggiuntivo e da lì Milano riparte con un parziale di 0-10 impreziosito dalle triple di Datome, Melli e Cabarrot. Sembra il segnale decisivo ma la squadra di Brase è ancora viva: tripla di Johnson sulla sirena con fallo di Ricci e tiro libero aggiuntivo convertito per il 63-68.
    IL FINALE
    Da qui in avanti però, la Openjobmetis avrebbe bisogno di mettere davvero le mani sulla partita per sperare in una rimonta, e invece si procede con un canestro per parte con Milano capace di mettersi a distanza di sicurezza. Johnson e Owens decollano e schiacciano ma il pivot fallisce un appoggio da sotto, Brown continua a sparacchiare da 3 e Varese perde qualche occasione per riportarsi vicino. Gli ultimi minuti non contano: con la coppa in vista, le squadre si rialzano, i tifosi capiscono e coccolano la loro Varese. Si è perso, ma le basi sono solide.
    Damiano Franzetti

  • simon89
    La Pallacanestro Varese si prepara ad allargare gli orizzonti verso l’Australia. Passo avanti potenzialmente decisivo verso il tanto auspicato nuovo ingresso in società: dall’incontro tra Luis Scola e Ross Pelligra sarebbe scaturita l’intesa di massima tra le parti, sulla base di quanto prospettato a giugno 2022 e confermato successivamente. Si tratta di un accordo da ratificare con le firme dei contratti, ma il feeling tra i due amministratori delegati – il General della società biancorossa, l’imprenditore australiano con ascendenze italiane della multinazionale immobiliare che porta il suo nome ed è interessata ad un investimento a lungo termine sul quartiere di Masnago – parrebbe la miglior garanzia su una fumata bianca attesa nelle prossime settimane.
    AL PELLIGRA GROUP IL 45%
    Il Pelligra Group rileverà il 45% delle quote del club biancorosso (39% dal consorzio e 6% da Luis Scola, che avrà la stessa partecipazione degli australiani ma con la “Golden Share” con l’ultima parola sulle decisioni) entrando come socio nel capitale azionario. Non c’è un termine all’impegno degli australiani – se non quando eventualmente dovessero decidere di cedere le loro quote - che contribuirebbero in ragione del loro impegno nel capitale alla formazione del budget.
    SVOLTA DALLA PROSSIMA STAGIONE
    Serviranno ancora passaggi formali, tra notai ed assemblee, dopo le firme ufficiali, e dunque per la stagione in corso non ci sarebbe impatto sui conti. Ma è evidente che la svolta auspicata arriverà a partire dalla stagione 2023/24. In particolare ci sarebbe grande entusiasmo da parte di Ross Pelligra per sostenere il ritorno in Europa dell’OJM: la potenza di fuoco in termini economici è ancora da calibrare nei dettagli, ma quel milione in più all’anno – come base di partenza – che si era ipotizzato a giugno 2022 sarebbe più che sufficiente per la fase 2 del progetto Scola. Che prevede la presenza costante nelle coppe e la possibilità di attirare – e trattenere – talenti italiani e stranieri con la prima squadra e le giovanili.
    IL SOGNO
    Di fatto la Pallacanestro Varese con la proprietà suddivisa fra tre diverse nazioni – Italia con lo zoccolo duro territoriale di consorzio e trust, Argentina con la mente operativa di Luis Scola ed Australia con le risorse extra di Ross Pelligra – sogna di tornare grande, almeno nelle coppe cadette rispetto all’inarrivabile Eurolega, nel continente che attraverso le 10 finali consecutive di Coppa Campioni dal 1969 al 1979 è stato il suo biglietto da visita in tutto il mondo.
    Giuseppe Sciascia

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