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VareseFansBasketNews

  • simon89
    Lo scriviamo subito così ci togliamo il pensiero: se a tabellino ti mancano 10 punti perché hai sbagliato 10 tiri liberi e perdi di uno (1!) un derby nel quale - sulla carta - non avresti dovuto scendere in campo, beh… ti girano...
    Il punto è che la Openjobmetis Varese che esce dal Forum di Assago permettendosi di avere addirittura il diritto di recriminare sul risultato finale è una squadra che nella settimana “post- ripassata” da Venezia ha fatto sensibili passi avanti: nella coralità, nella fisicità, nella mentalità, nelle individualità. E questo fa davvero ben sperare per il futuro, oltre ad essere l’unica cosa da annotare sul taccuino, l’unica - in fondo - che tutti speravamo.
    Poi il derby numero 175° della storia se lo aggiudica la corazzata EA7 di Simone Pianigiani. Con il talento individuale, sola voce in cui i meneghini si dimostrano davvero superiori: 7 assist a 15 per i biancorossi delle Prealpi dicono tanto su chi ha costruito e chi no, per esempio. Così come il 15/39 da 2 (39%) dice tanto della difficoltà di Varese nell’attaccare il canestro dei corazzieri di casa (prevedibile) mentre l’11/25 da 3 (29%) lo fa dell’ottima vena balistica degli Artiglio Boys, ispirata anche dalla funzionalità della manovra offensiva. Non finisce nelle cifre ma vale quasi un colpaccio assurdo la difesa: ottima, produttiva, di squadra.
    Vince Milano perché ha Goudelock e Theodore (21 punti a testa) che fanno quello che vogliono; non sfigura Varese perché trova squilli importanti da tutti (Okoye, 14, e Hollis, 13, in particolare). Fra 8 giorni c’è Cantù: lì non basteranno solo i complimenti.
    La cronaca
    Ognuno ha le sue armi, ti vien da pensare nel primo quarto: quelle di Milano sono tante e tutte buone, quelle di Varese son poche e alcune inceppate. Per dire: mentre Theodore segna ogni volta che alza la mano, Varese certifica l’ennesimo zero offensivo nella casella accanto ai nomi di Cain e Wells(zero anche nella costruzione del gioco, costui). Meno male che c’è un Waller con la mano calda (8 punti nei primi 10’, ma anche 2 falli caricatigli da Goudelock), un intraprendente Okoye (7 punti nello stesso tempo) e una difesa più che diligente che si piega solo ai picchi di talento dei padroni di casa. Così, dopo l’effimero vantaggio del 4’ (10-11), la Openjobmetis riesce quantomeno ad essere a ruota quando suona la prima sirena del match (20-15).
    Gli uomini di Caja continuano a non avere cittadinanza sotto il canestro degli altri (sarà 6/18 da 2 al 20’) anche al rientro sul parquet, ma sono tuttavia bravi a rimanere stoici in retroguardia (sia a uomo che a zona: Milano segna solo con le prodezze) ed ispirati dalla distanza (6/14 da 3 al 20’). E’ sempre Waller il killer, mentre dal pianeta di Wells arrivano una tripla e qualche segno di vita in regia: “l’Olympiakos” del Sacro Monte arriva anche a -1 (25-24, canestro di Hollis), scende a -6 (33-27, Gudaitis mangia in testa a Cain) e risale ancora (33-30, Ferrero da 3), prima di chiudere la seconda frazione con un più che onorevole 39-34.
    Dopo la pausa la lunga il palcoscenico è tutto di Stan Okoye, capace di far vedere i sorci verdi a Micov e di scrivere per ben due volte un -3 per Varese che però spreca con una banale palla persa di Wells l’attacco del possibile aggancio. Nel calcio si scriverebbe “gol sbagliato, gol subito”: traslate la massima alla palla al cesto e immaginatevi un Theodore che nei minuti successivi violenta Tambone a destra e a manca (Matteo però ha poche colpe davanti al talento straripante dell’americano e soprattutto ha zero aiuti dai suoi centri), con l’Ea7 che raggiunge il primo vantaggio in doppia cifra del match al 27’ (52-42). Finita? Niente affatto: dal mazzo esce tutto lo slavo che c’è in Aleksa Avramovic che si inventa i canestri dell’incredibile -4 del 30’ (56-52).
    Acquolina in bocca che metà basta: Hollis e sodali continuano a sbagliare l’ira di Dio dalla linea della carità, ma si costruiscono speranze perseverando nel difendere come degli ossessi (e Milano si blocca: 8 punti nei primi 6’ minuti dell’ultimo quarto) e trovando dei jolly offensivi vitali (2 volte Hollis, poi Cain, poi Wells, con quest’ultimo a scrivere il pareggio del 35’, 64-64).
    Theodore riprende il filo del discorso con una tripla, il play ex Giessen riporta sotto i suoi (67-66), che scrivono ancora la parità con due liberi di Waller (68-68). Qui la Openjobmetis, dopo un’altra invenzione di Theodore, ha 4 “match ball” dai 6,75 ma li spreca tutti: l’ex Bamvit più volte citato in questo pezzo allora segna il 78-62 che chiude fondamentalmente i giochi, nonostante altri 5 punti di Hollis che contribuiscono al 74-73 del finale. E a mangiarsi le mani.
    Fabio Gandini

  • simon89
    Varese prova a sorprendere la superfavorita Milano nel primo dei tre derby lombardi del mese di ottobre. Stasera ad Assago (palla a due alle ore 20.45 ; diretta Tv su RaiSportl ) la compagine di Attilio Caja - con il lutto sulle maglie in memoria di Augusto Ossola - proverà a misurarsi contro l'EA7, regina incontrastata del movimento tricolore che punta a presentarsi in maniera convincente davanti al proprio pubblico.
    L'edizione numero 175 della classicissima del basket italiano sembra offrire ben poche chances agli ospiti, chiamati comunque a mostrare maggior personalità rispetto all'esordio casalingo contro un'altra avversaria nettamente superiore come Venezia. Ossia la squadra che l'Olimpia ha battuto due settimane fa nella finale della Supercoppa, messa in bacheca per inaugurare al meglio l'era di Simone Pianigiani, tornato su una panchina italiana 5 anni dopo aver chiuso l'epopea dei trionfi a Siena per costruire un progetto vincente a lungo termine in un club che - a dispetto del suo strapotere economico - ha vinto solamente 2 degli ultimi 4 scudetti.
    Sulla carta il pronostico è totalmente chiuso, alla luce della schiacciante differenza di valori tra l'unica rappresentante italiana di Eurolega e una Varese il cui taglio estivo del budget l'ha portata nell'ultimo quarto della graduatoria del monte stipendi netti. Milano può permettersi di lasciare in tribuna 4 stranieri - Dragic, Tarczewski, Kalnietis e il convalescente Young - che costano quasi quattro volte il totale dei salari della truppa di Caja; l'organico da 16 giocatori con la versione campionato con 5 italiani di area azzurra (stasera ancora out Pascolo, alle prese con i postumi dell'infortunio che lo ha escluso da Eurobasket 2017) e quella Eurolega con 11 stranieri dovrà consentire all'EA7 di tornare a vincere in serie A dopo il clamoroso flop del 2016/'17, e competere in Europa dove negli ultimi due anni ha fatto peggio di avversarie meno ricche.
    Il talento della trazione posteriore formata da Theodore e Goudelock, la profondità di una panchina da 12 giocatori 12 e la fisicità del reparto lunghi, in cui svetta l'ultimo arrivato Gudaitis (prelevato dal Lietuvos Rytas nel mese di settembre versando un buyout da 350mila euro), sembrano bastare per mettere al riparo Milano da qualsiasi sorpresa possa creargli la "sporca dozzina" di Attilio Caja. Che, comunque, potrà affrontare a mente sgombra un impegno da onorare con il massimo dell'intensità: lo impone la storia di un derby che non è più quello dell'era di Bob Morse (onorato in settimana dai tifosi e presente in tribuna stasera), ma ha ancora il fascino della classicissima. E lo impone la necessità di continuare a crescere per farsi trovare pronti a test più realistici e meno impegnativi come quelli dei prossimi due derby contro Cantù ed a Brescia, dopo i quali si potrà effettivamente valutare lo spessore della Varese operaia costruita in estate.
    In casa biancorossa occhi puntati soprattutto sull'asse Wells-Cain, con "Artiglio" che ha ribadito la sua fiducia - ma anche le sue aspettative superiori all'esordio - nei confronti del play titolare. Se 0 risultato può sembrare già scritto, l'esame per Ferrero e compagni riguarda la capacità di andare in campo con l'atteggiamento giusto: accettare inconsciamente il verdetto e partire battuti in partenza rischia di creare i presupposti per una brutta figura. Al contrario Milano andrà affrontata a viso aperto, contando su aggressività e senso della sfida per togliere alla squadra di Pianigiani le sue certezze.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    «E ora che lassù si ritrovano l’Anna, Gualco e l’Augusto non oso immaginare cosa possano combinare insieme… Chissà che squadra e che società allestiranno…».
    Dal tardo pomeriggio di ieri un altro pezzo di Leggenda si è trasferito in cielo, a corroborare l’organigramma di una Varese celeste e immortale e a proteggere una storia che proseguirà sempre - così come prosegue sempre la vita - anche grazie alle gemme del suo passato.
    La Pallacanestro Varese piange la scomparsa di Augusto Ossola, 96 anni, dirigente, memoria storica, papà dei colori cestistici che connotano l’essenza di questa città. Malato da tempo, Ossola era ricoverato a Comerio: le sue condizioni di salute erano peggiorate negli ultimi mesi, impedendogli di dedicare alla passione di una vita - la palla a spicchi, appunto - il fisico ma non la mente, fino all’ultimo lucidissima e sintonizzata con la precisione di un archivio informatico (che però non avrà mai un cuore come quello dell’Augusto, a sottolineare ogni “file” della memoria) su un amore chiamato Varese.
    Da contabile della Ignis, intesa come azienda, a contabile (e poi responsabile della biglietteria e degli abbonamenti… E poi ancora papà di tutti i giocatori e santone delle statistiche….) della Ignis, intesa come società di basket, Ossola era entrato in Pallacanestro Varese alla fine degli Sessanta: l’ha lasciata solo ieri. «Era una bandiera, come il Marino Capellini, come l’Anna (Bonsignori ndr) - è l’incipit del ricordo del grande Aldo Ossola - La leggenda di Varese lui l’ha vista nascere. Tutti lo conoscevano e lui era bravo a farsi amare, in primis dai giocatori: era un papà. E proprio noi giocatori, ogni volta che ci ritrovavamo, pensavamo a lui, parlavamo di lui. L’ultima occasione è stata proprio l’altra sera: sapevamo delle sue condizioni di salute, eravamo preoccupati… Sembra quasi fuori luogo in questo momento, ma io Augusto lo accosto anche agli scherzi che noi della combriccola dell’Ignis gli facevamo: li accettava sempre, stava al gioco, ma perché sapeva che poi in campo avremmo dato tutto». D’altronde quelli erano «i suoi ragazzi».
    Quelli degli anni d’oro e quelli che ne hanno raccolto il testimone sul parquet nel corso dei decenni, come Max Ferraiuolo: «Quante volte mi sono sentito rimproverare bonariamente: «Massimo… Massimo…»… Si occupava della biglietteria e io andavo a chiedergli qualche biglietto in più per i miei amici: all’inizio storceva un po’ il naso, poi me li concedeva. Augusto era sensibilità e attenzione, ma non solo: aveva una memoria eccezionale. E ci teneva, anche in tarda età, a mostrare alle persone il suo rigoroso archivio. Mi ricordo, per esempio, quando lo andai a trovare con coach Vitucci, che lo voleva conoscere una volta arrivato a Varese: tirò fuori orgoglioso tutti i suoi appunti, scritti in bella grafia. E se per caso un giornale non pubblicava il tabellino di una partita, fosse anche un’amichevole, il giorno dopo mi chiamava perché lo doveva avere per forza».
    Di una persona così nemmeno l’ultimo battito di vita decidere di battere a casaccio. Ossola ha aspettato a morire: voleva salutare il “suo” Bob, almeno un’ultima volta. È riuscito a farlo, tre giorni fa: Morse era appena arrivato a Varese dagli Usa e non ha mancato, come sempre, di andare a trovarlo accompagnato da Sandro Galleani, nonostante fosse stanchissimo per il viaggio intercontinentale: «E siamo rimasti entrambi impressionati dalla lucidità di Augusto - racconta con commozione “mahatma” Sandro - Si ricordava che Bob si era trasferito in Oregon per stare più vicino alle sue nipoti, gli ha chiesto del recente uragano che ha scosso quella zona, gli parlava di Bufalini e degli altri atleti degli anni 70. A me ha detto «salutami l’Egidia (la moglie di Galleani ndr»), poi mi ha preso la mano e non me la voleva lasciare…».
    Commosso anche il ricordo di Gianmarco Pozzecco: «Lui trasudava amore per la Pallacanestro Varese, era una cosa enorme che travolgeva chiunque se lo trovasse davanti. Io non ho mai giocato con lui come dirigente, ma è un po’ come se l’avessi fatto, come se avessi vissuto anni insieme a lui. Varese non dimentica questi personaggi ed è il motivo per cui questa città è speciale».
    Augusto Ossola lascia la moglie Mimma, la figlia Carmela e gli adorati nipoti. Questa sera Varese, la sua Varese, lo ricorderà con il lutto al braccio nel derby contro Milano.
    Fabio Gandini e Francesco Caielli

  • simon89
    Ci ha lasciato Augusto Ossola, straordinario e amatissimo personaggio del basket varesino. A novembre avrebbe compiuto 97anni. Se n 'è andato in silenzio, sotto traccia, come è stato suo costume muoversi per l'intera sua esistenza. In febbraio aveva deciso, insieme con l'amatissima moglie Mimma, di ritirarsi nella casa di riposo di Comerio, anche per sollevare l'unica figlia Carmela dall'impegno di un 'assistenza quotidiana che si sarebbe fatta, per forza di cose, via via sempre più intensa. E a Comerio è stato in questi mesi un viavai incessante di vecchi amici - ultimo dei quali giovedì Bob Morse assieme a Sandro Galleani - che volevano scambiare con lui qualche parola, tenendogli compagnia e godendo dei suoi mille ricordi, narrati sempre con eccezionale lucidità, dovizia di particolari e dettagli che la sua memoria prodigiosa aveva fissato. Augusto Ossola si era innamorato della pallacanestro nell'immediato dopoguerra: la Casa dello Sport di via XXV Aprile era diventata un po' la sua seconda casa, ma un incarico dentro la società lo aveva avuto solo dopo che l'Ignis, per la quale lavorava, aveva cominciato nel 1956 il suo rapporto di sponsorizzazione con il club varesino. Ossola, infatti, è stato un "uomo ignis ", responsabile dell'ufficio paghe e contributi di Comerio, persona di assoluta fiducia di Giovanni Borghi. A volerlo all'interno della Pallacanestro Varese era stato l'ingegner Adalberto Tedeschi, all'epoca genero di Borghi (aveva sposato Midia, primogenita del Commendatore), il quale teneva appunto i contatti tra l'azienda e la società cestistica. Augusto Ossola era dunque diventato il cassiere e il responsabile della biglietteria, incarico che avrebbe poi mantenuto sino ai primi anni Novanta.
    Questo amore e questa confidenza con i numeri Augusto Ossola li aveva trasferiti anche nel basket, disciplina che appunto con i numeri convive e sa spiegarsi. Sono così nate due pubblicazioni fondamentali per la storia della Pallacanestro Varese: dapprima, nel 1988, "La grande Ignis", volume al quale Ossola aveva voluto dare la stessa veste grafica del precedente "La Pallacanestro Varese " di Renato Ladini e che ne era la temporale e ideale prosecuzione sino alle vicende del 1975 (anno in cui cessò la sponsorizzazione da parte dell'azienda di Comerio, nel frattempo passata alla Philips). Poi, nel 1996, fu la volta di "50 anni con voi ", edito appunto per celebrare il 50° anniversario della Pallacanestro Varese, un libro che raccoglie l'intera gloriosa storia in numeri della squadra (il ricavato delle vendite fu girato all'associazione "Varese con te "). Ma l'amore di Ossola per i numeri collegati al basket non si è esaurito qui: per diletto personale. Augusto annotava curiosità e teneva statistiche che qualche volta erano spunto o verifica per qualche articolo degli amici giornalisti. Augusto Ossola era stato inserito nella Hall of Fame della Pallacanestro Varese, riconoscimento meritato e doveroso dopo tanti anni trascorsi al servizio della società con competenza, rigore e quella straordinaria passione che lo contraddistinguevano. Gli ultimi mesi della sua vita sono stati allietati dalla nascita del primo bisnipote, Zeno, figlio della nipote Paola. Addio, carissimo Augusto! Alla moglie Mimma, alla figlia Carmela e a tutti i famigliari l'affettuosa vicinanza della Prealpina.
    Claudio Piovanelli

  • simon89
    C’è Milano, la montagna più alta del nostrano massimo campionato di basket. Ma c’è soprattutto Varese, c’è sempre Varese. Prima di ogni avversario c’è una strada da percorrere, che non può prescindere dalle tappe (anche quelle proibitive) ma che alle tappe non si ferma.
    Più corsa, più malizia
    Questa, sempre restando dentro la metafora, è la sempiterna mappa di Attilio Caja, che nel presentare il derby numero 175° della storia parte dalla sua di squadra. Parte da quello che stanno facendo i suoi giocatori, dai loro miglioramenti, dalle loro pecche, dalle loro sensazioni. Parte dalla ricerca della meta. Non da come affrontare la tappa più vicina: «E’ stata una settimana in cui abbiamo cercato di puntualizzare alcune cose che erano andate meno bene contro Venezia. E di pensare a qualche aggiustamento per trovare situazioni in più in campo aperto, tramutando il lavoro difensivo in contropiede, che ci è mancato molto contro la Reyer. A difesa schierata abbiamo certe armi, a volte limitate: dobbiamo quindi cercare quelle in transizione per non essere sempre 5 vs 5. Vale non solo per domenica, ma per tutto il campionato».
    Caja continua: «Abbiamo anche insistito sull’aggressività difensiva, che deve tenere presente delle caratteristiche individuali degli avversari. Ci vuole grande attenzione al piano partita, bisogna essere più smaliziati: se un giocatore ha il tiro da tre punti come arma, per esempio, si può forse rischiare di più di lasciargli l’uno contro uno. E’ tutta una questione di conoscenza: un Goudelock non è un Micov… Un buon bagaglio tattico ci servirà per crescere».
    Nell’analisi l’Artiglio si sofferma anche su un singolo: «Wells può fare di più, penetrando e creando vantaggi per i compagni. Il suo precampionato è stato sfortunato, perché è stato vittima di qualche problema fisico che lo ha limitato e fatto rimanere più indietro degli altri. Questa settimana, però, l’ho visto meglio. Per noi è imprescindibile: abbiamo bisogno di tutti, ma lui è il playmaker…».
    I numeri degli altri
    Ecco Milano, alla fine: «Affrontiamo questa partita con la consapevolezza che sia molto difficile. Non abbiamo una pressione particolare, ma abbiamo il dovere di fare del nostro meglio. Milano ha classe, atletismo, dinamismo: Theodore è come se avesse un “motorino”, Goudelock è stato l’anno scorso il terzo miglior marcatore di Eurolega, Gudaitis ha preso 8 rimbalzi offensivi contro Cremona. Sono in primis i numeri a spiegare la forza dei nostri prossimi avversari. Però è bello incontrare la squadra migliore d’Italia, con un allenatore importante (e che io conosco bene) e in un palazzo in cui è sempre emozionante giocare. Tutto ciò sia da stimolo per affrontare la gara con voglia e la con carica giusta».
    L’allenatore pavese è un ex di turno, avendo guidato la squadra meneghina in due parentesi diverse (dal 2002 al 2004 e nel 2007/2008: «La Milano della prima volta aveva budget limitati (c’erano gli sponsor Pippo e Breil ndr), ma sono state stagioni molto belle. Importante è stato anche il 20007/2008, con Armani non ancora proprietario (era solo sponsor) ma una grande passione. Per esempio: se oggi l’Ea7 ha un pubblico numeroso è perché ha lavorato sulla promozione fin da quegli anni».
    L’ultima battuta è su Bob Morse, che giovedì sera all’evento de Il Basket siamo Noi (ma anche il giorno antecedente, prima dell’allenamento) ha parlato ad Avramovic e compagni: «E’ stata una cosa molto piacevole, ho visto i miei ragazzi interessati: nel capire chi fosse Morse e cosa abbia rappresentato per Varese».
    Fabio Gandini

  • simon89
    I migliori anni della nostra vita. Quelli che il calendario ha già sfogliato, personificati da due signori alti alti, forse un po’ attempati se ce li si rimembra in braghe e pantaloncini a dominare in lungo e in largo il parquet, ma sempre icone di un senso di appartenenza eterno.
    I migliori anni della nostra vita. Quelli che verranno grazie alla passione di un gruppo di persone che sa stringere i tifosi intorno a un’idea assoluta (la Pallacanestro Varese), che ha capito dove sta il problema (sì, i soldi. Quelli che mancano) e lì è voluto intervenire, che sa organizzare una serata come quella di ieri (un grazie speciale a Benedetta Lodolini, voce, volto e un impegno che è durato un mese) capace di unire magnificamente passato, presente e futuro.
    I migliori anni della nostra vita, racchiusi nell’evento de “Il Basket siamo Noi” all’Unibirra di Calcinate del Pesce: Bob Morse, Massimo Lucarelli, il Trust. Un fil rouge colorato di biancorosso, valso a presentare la Openjobmetis di Caja (che ha risposto all’appello al completo) ai tanti associati presenti (un centinaio), ad abbracciare due nuovi adepti vip (appunto il grande “Bob mitraglia” e “Lucky Lucarelli”, premiati come soci onorari) e riscoprirsi una grande famiglia, che si stia in campo (o lo sia stati negli anni Settanta) o sugli spalti.
    Proprio Morse è stato il primo a “benedire” l’iniziativa dei tifosi proprietari: «Penso che “Il Basket siamo Noi” sia un’iniziativa indovinata, perché coinvolge i supporter anche dal punto di vista finanziario, chiamandoli a spendere completamente la loro passione. Il Trust è una base per proiettare nel futuro una Pallacanestro Varese più forte. Oggi come oggi questa è la strada giusta».
    La parola d’ordine è radici, le stesse che lo straniero più vincente dell’epopea varesina ha coltivato fin dal primo giorno: «Da giocatore (arrivai nel 1972 quando avevo 21 anni) - racconta Morse - mi fecero un contratto di 5 anni. Una cosa impensabile oggi. A Varese sono nate le mie due figlie, qui ho imparato la lingua che poi sono andato a insegnare (e ancora insegno) negli Stati Uniti e qui ho il progetto di portare i turisti americani perché scoprano le bellezze del territorio, il basket italiano e il calore che solo i tifosi varesini sanno dare».
    Difficile racchiudere una Famiglia, il Mito (anzi i Miti) e la loro serata in poche righe. In mezzo a sorrisi, fotografie che una volta sarebbero andate dritte sui comodini e oggi andranno nei profili Facebook, memoria condivisa, birre e anche un po’ di commozione, forse conviene cristallizzare un solo momento: quello in cui Morse si rivolge ad Avramovic e compagni. Dettando la via: «Siate orgogliosi di giocare per questa squadra. Sempre. Varese è una leggenda, come i Boston Celtics».
    Fabio Gandini

  • simon89
    Segnali negativi più dal botteghino che dal campo in occasione nell'esordio stagionale casalingo contro Venezia. I 3550 spettatori che hanno assistito al match di domenica rappresentano il peggior dato delle ultime 28 gare di campionato al PalA2A: un'affluenza così bassa non si registrava dai 3412 paganti del 18 ottobre 2015, in occasione della Varese-Pesaro che seguiva lo choccante debutto negativo di due anni fa con i 51 punti segnati contro Caserta. Oltre 400 presenze in meno della media del 2016-17, quando il dato peggiore fu il posticipo di lunedì 27 febbraio tra Varese e Pistoia: 3665 presenze per la prima delle sei vittorie consecutive che proiettarono verso la salvezza anticipata la truppa di Attilio Caja. Un dato da valutare anche alla luce della diretta TV e dell'orario serale che possono avere inciso sul totale delle presenze. Ma è il numero insolitamente basso dei biglietti staccati - oltre 250 in meno rispetto alla media del 2016-17 - da analizzare con attenzione perché si riflette sull'incasso (circa 51 mila euro lordi compresa la quota abbonati) che da sempre costituisce una voce di primaria importanza nei conti della Pallacanestro Varese.
    Se l'esordio a Masnago contro i campioni d'Italia in carica suscita un appeal tutt'altro che eclatante, quali saranno le risposte dei tifosi in occasione delle prossime gare casalinghe, considerando anche gli ulteriori cambi di data e orario (il derby contro Cantù è stato posticipato alle 20.45 di lunedì 16 ottobre) per esigenze televisive? La chiave di lettura più immediata riguarda le presenze che rappresentano una fondamentale cartina di tornasole rispetto alle politiche del club. Se da un lato gli abbonati (meno 5,5% rispetto al 2016-17), in qualità di fedelissimi nonché più addentro alle scelte strategiche della dirigenza, hanno condiviso e sposato la scelta obbligata di fare il massimo con le risorse disponibili limitate dal taglio del budget, i paganti più "occasionali" (meno 24,6% all'esordio) hanno preferito la comodità del divano e della diretta TV alla luce del potenziale squilibrio dei valori in campo, poi confermato dal campo. È possibile una inversione di tendenza nella scelta dei big-match, con una predilezione per gli scontri diretti in chiave salvezza (lo scorso anno Varese-Pesaro fu il record di presenze a 4413 paganti) piuttosto che per le sfide contro le grandi?
    Quel che è chiaro è che una fetta di pubblico fatica a trovare nella Varese operaia almeno un giocatore che valga il prezzo del biglietto. Una situazione che si scontra con la situazione economica attuale e pregresse di un club che per troppi anni, nel tentativo di assecondare il palato fine della piazza, ha inseguito sogni estivi diventati incubi invernali. Quegli errori si pagano oggi in termini di scelte obbligate: il Dominique Johnson di Venezia vale da solo il 30% del monte stipendi della Varese 2017-18, costretta a ripiegare su alternative dal profilo totalmente diverso. L'identità operaia potrà anche non divertire, ma per fai" fruttare le limitate risorse disponibili, è quella che più si confà alla contingenza di un club che ha preferito investire sui BOT dal rendimento limitato ma sicuro (leggi elementi dal talento non elevato ma già esperti del basket europeo) che giocare in borsa in cerca del colpo grosso col rischio di bruciare il capitale (leggi scommesse su rookie e D-Leaguers a basso costo ma senza certezze di ambientamento).
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    Due soli punti prodotti dall’asse play-pivot titolare? Ad una Varese è successo solo tre volte negli ultimi 18 anni.
    Tornare sulla sconfitta di domenica scorsa della truppa di Attilio Caja all’esordio in campionato contro i campioni d’Italia di Venezia significa prendere spunto da una statistica risultata - insieme ad altre - decisiva in negativo per le sorti biancorosse. E dare alla stessa la giusta dimensione: quella della rarità assoluta.
    Play, Cameron Wells: 0 punti in 25 minuti con 0/6 al tiro. Centro, Tyler Cain: 2 punti con 0/5 al tiro e 2/4 ai liberi. Bisogna andare indietro otto stagioni per trovare un’altra prestazione simile. Precisamente alla 5° giornata di ritorno del campionato 2009/2010, Avellino-Varese 76-67. Si scrive della Cimberio di Stefano Pillastrini, neo promossa in Serie A dopo l’anno di purgatorio sempre con il “Pilla” in panchina.È una Varese squadra lunga per esigenza, prona com’è agli infortuni (l’ala Ron Slay starà fuori mesi, per esempio...) e condizionata dall’età non più verdissima di alcuni suoi protagonisti, in primis Galanda e Childress. Pillastrini è spesso costretto ad abbondare nelle rotazioni e a inventarsi quintetti iniziali (d’emergenza) molto diversi tra loro, evenienza che per esempio capita contro gli irpini: il 7 marzo 2010 da playmaker parte James Reynolds, guardia adattata al ruolo entrata nel roster a fine novembre 2009, e da centro c’è spazio per il giovane Riccardo Antonelli (classe 1988). I due insieme combinano due punti (0 l’americano, 2 l’italiano), anche se va fatto legittimamente notare che contro l’Air sotto canestro ci staranno più che altro Tusek e Galanda (19 minuti di impiego il primo, 14 il secondo) e che in regia un Childress non al meglio riuscirà comunque a ricavarsi 22 minuti di gioco. Insomma: quanto appena raccontato non è una situazione in toto paragonabile a quella di domenica, quando sul parquet del PalA2A hanno giostrato due titolari ben definiti (Wells 25 minuti e Cain 26).
    Per trovare la seconda volta si cerca con profitto nell’anno della retrocessione, il 2007/2008. Anche in questo caso è il 5° turno del girone di ritorno, ovvero un Varese-Teramo che finisce 79-88. I due titolari agli estremi della metà campo sono Passera e Galanda: virgola per “Marchino”, un solo canestro per Jack.
    Due soli episodi, in 18 anni, antecedenti al “disastro” combinato dai due pretoriani di Caja tre giorni fa. Prima e dopo si sono registrati “al minimo” gli 8 punti della coppia Anosike e Maynor lo scorso anno contro Milano, i 7 dell’asse Stipcevic-Talts e Stipcevic-Fajardo nel 2011/2012 (rispettivamente contro Cremona e contro Siena), ancora 7 punti dal duo Ranniko-Fajardo nel 2010/2011 (Treviso-Varese) e i 5 collezionati di nuovo da Stipcevic-Talts in Varese-Siena 75-91, gara 4 dei playoff 2011/2012.
    Un viaggio nella storia tutto sommato e paradossalmente consolante: essere così poco incisivi come accaduto a Wells e Cain domenica scorsa è davvero difficile. Di più: talmente raro da poter essere classificato come un semplice episodio (almeno speriamo).
    Fabio Gandini

  • simon89
    Si può racchiudere una partita finita tanto a poco in due sole azioni? Si può. Anzi, già che ci siamo ci richiudiamo potenzialmente un’intera stagione. Varese-Venezia, minuto 17: i padroni di casa sono avanti di 4 punti, coach De Raffaele ha appena chiamato timeout, Varese sta reggendo l’urto dei Campioni d’Italia soprattutto grazie a una difesa grintosa e nel complesso efficace, al netto di qualche errore. Si ritorna sul parquet dopo la sospensione, attacca la Reyer e la squadra di Caja aggredisce ogni passaggio come fatto poc’anzi, contenendo un paio di tentativi di uno contro uno e cristallizzando la manovra di Venezia. La palla capita ad Haynes, marcato a più di 7 metri dal canestro con il cronometro dei 24” in procinto di terminare la sua corsa: con la mano dell’avversario in faccia, l’esterno Usa si alza, tira e segna. Varese torna dall’altra parte del rettangolo, sbaglia, altro attacco Reyer: le modalità di esecuzione sono diverse, ma identico è il risultato. Altra bomba di Haynes. Game, set and match ospite: da +4 a -2 in un minuto, la Openjobmetis – per mille ragioni già pluri-commentate - non si riprenderà più. E, giusto per la cronaca, quelli appena raccontati saranno gli unici punti della partita scritti a referto da MarQuez Haynes.
    Arriviamo al dunque? La giocata del solista, quella che esce dallo spartito, è imprevedibile, indifendibile, sa scavare differenze. Sempre o quasi. E non stiamo analizzando l’algoritmo dal lato passivo (come limitare il solista), lo analizziamo da quello attivo: la squadra di Caja il solista non lo ha o non l’ha ancora trovato. “Epperò” ogni squadra deve averlo: che poi sia Haynes, Michael Jordan o Wells (o Hollis) marca la differenza tra Venezia, i Chicago Bulls e la Varese che vuole darsi qualche chance di non soccombere (e che poi il solista sia accompagnato da seconde voci in quantità marca altre gradazioni di competitività). Il concetto è comunque uno: vivere di solo “coro” assomiglia tanto a una (bella) chimera.
    Fabio Gandini

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