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VareseFansBasketNews

  • simon89
    Ottanta minuti, una pesante debacle e un colpo inatteso rimasto in canna (la prima prevedibilissima, il secondo molto meno), montagne russe nella pelle, zero punti in classifica. La morale? Non è cambiato nulla rispetto a due settimane fa. Nè rispetto a quanto fatto intuire dal precampionato. Nè rispetto agli auspici in fase di mercato.
    Varese è questa e sarà questa: nessuna sorpresa. Sì ma: questa quale? Quella vista contro Venezia, durata 20 minuti e poi costretta a inchinarsi al talento e alla profondità degli avversari, o quella di Milano, una Panda capace di resistere fino al traguardo contro una McLaren? Non commettiamo errori di valutazione, nonostante la cangiante apparenza fornita agli occhi. Varese è un insieme di individualità già riconoscibili, cui la rigorosità tattica dell’allenatore sa aggiungere qualità (domenica Milano è rimasta intrappolata in modo scientifico nella partita che voleva Caja, posto che il 44% da 3 ha aiutato a restare incollati agli avversari).
    Individualità già riconoscibili. Sì: Waller sa mettere punti a referto, ma non ha un killer istinct a prova di bomba; Cain è offensivamente limitato ma è capace di riempire di numeri il tabellino e di far sudare gli avversari (salvo eccezioni) nella propria area; Okoye ha nello storico dei miglioramenti evidenti che sembrano giustificare la presa estiva; Ferrero non è cambiato di una virgola dallo scorso anno (e lo scriviamo in senso positivo); gli altri italiani tengono egregiamente il campo e il futuro sarà per loro maestro di esperienza; Avramovic é genio ma purtroppo anche perenne sregolatezza in dosi sovrabbondanti; Pelle un fattore difensivo in sempiterna lotta con la deconcentrazione e la malavoglia. Solo su un effettivo il giudizio è ancora sospeso: Wells, potenziale ago della bilancia per ottenere fortune o sfortune oltre il preventivato (rivendichiamo la disamina sul leader fatta la scorsa settimana su queste stesse colonne: è una necessità per ogni squadra, di ogni sport).
    Questa è Varese. E la strada, ci giuriamo, sarà sua amica. La strada che la porterà esattamente dove deve andare: nè un passo in meno, né - forse - un passo in più.
    Fabio Gandini

  • simon89
    "Miracolo a Milano" è un famoso film. Ci è mancato poco che trovasse un seguito sotto i canestri del Forum, laddove Caja e i suoi uomini, semplicemente grandiosi come collettivo, hanno sfiorato quell'impresa che nessuno o quasi credeva oggettivamente realizzabile. Milano come una tempesta? Sì, ma in un bicchier d'acqua per la tenace e ammirevole opposizione di Varese la quale, semmai, può recriminare per un successo mancato in lunetta ai liberi, avendone sprecati tanti.
    L'EA7 intasca due punti dopo aver tremato sino all'ultimo possesso: la sua gloria pallida la deve ai lampi delle sue due guardie al fulmicotone, sole tra compagni molli e tentennanti, persino presuntuosi ancorché prigionieri dell'energia e dell'intensità di una Varese che, mantenendo fede ai suoi piani di compattezza, ha tolto la polvere dal tempo nell'opporre la sua storica rivalità in un derby diventato proibito nelle ultime stagioni. Caja batte Pianigiani, non vi sono dubbi su strategie e gestioni di gara, l'uno alla guida di una formazione da salvare, l'altro di una squadra che - dichiaratamente candidata al titolo - costa una barcata di denari. Gambe e corsa con pelle da rinoceronte, l'uno al servizio dell'altro in ogni metro del campo: ecco una Varese operaia, vicina al paradiso a dispetto dei santi supponendo tali Pianigiani e i suoi uomini, già belli e beati ancor prima di scendere in campo.
    Già, una squadra operaia: guai a dimenticarselo, soprattutto contro Cantù in un match fondamentale per il suo futuro. Che il tecnico pavese abbia idee chiare, conscio dei limiti dei suoi uomini di cui essi stessi sono consapevoli, lo si sapeva. Ora abbiamo la prova sul campo, laddove ognuno ha saputo offrire il meglio di sé, aggrappato a una difesa da battaglia e ben studiata (come la zona) per calarsi poi senza complessi in campo opposto. Sarebbe risultata davvero preziosa, in questa Varese la presenza di un elemento di grande personalità, avvezzo a iniziative private e a canestri in serie allorquando si fatica a trovare soluzioni d'assieme. Dallas Moore nelle file di Pesaro, con 24 punti di media a gara, lo dimostra. D'altra parte era stato lo stesso Caja a disquisire su questo limite. Si sarebbe forse potuto sacrificare, in economia, qualche scelta per puntare su un leader certo di riferimento. Nell'occasione è bello però annotare un crescendo nel tiro da tre punti che resta una componente influente sul rendimento, la palpabilità di Wells e il coraggio di Okoye nel mostrare la merce del suo banco, infine la solita animosità di Ferrero e la qualità offensiva, pur discontinua, di Waller. L'intermittenza offensiva di Hollis sta trovando compensazione nel suo incisivo apporto in difesa che sembra coltivare, sorprendendo, ogni giorno in palestra. Cain, che non è una cima tempestosa, ha mostrato la sua utile quadratura così come Tambone e Natali hanno portato il loro mattonano.
    Varese, con il lutto sulle maglie, ha così onorato la memoria di Augusto Ossola, mitica figura - pur sempre nell'ombra - sin dai tempi dell'lgnis attraverso una collaborazione a dir poco preziosa. In eredità ci ha lasciato due libri sulla nostra Pallacanestro, quale patrimonio di tante storie, da ristampare e divulgare.
    Giancarlo Pigionatti

  • simon89
    La Varese operaia sfiora il colpaccio sul campo della corazzata EA7. Nonostante l'enorme differenza di tonnellaggio a livello fisico (ed economico), la truppa di Caja si gioca il finale in volata facendo leva sull'identità corale tanto apprezzata in precampionato. Alla fine conta il risultato, e i biancorossi escono dal Forum a mani vuote a dispetto dell'intensità profusa per 40': il rimpianto principale è per il 10 su 20 ai liberi che in una gara persa col minimo scarto è fatalmente determinante, soprattutto perché i ferri in serie li hanno collezionati anche specialisti come Waller e Ferrero.
    Ma può una sconfitta aumentare comunque fiducia ed autostima? È la domanda che tutto l'ambiente di Varese si pone nel dopogara di Assago: il perentorio "si" pronunciato da Attilio Caja in sala stampa è condiviso da giocatori, dirigenti e tifosi. Perchè Ferrero e compagni, trovando quel ritmo balistico mai mostrato all'esordio contro Venezia (11/25 da 3 contro il 2/21 di domenica scorsa), mostrano che il sistema basato su circolazione di palla e suddivisione dei compiti (4 in doppia cifra e 9 a referto) può pagare dividendi anche contro una squadra di Eurolega. Alla fine Milano la vince con il talento dei singoli, vedi gli assalti al ferro di Goudelock (letale nel ricacciare indietro la prima rimonta biancorossa) e il mix di giocate di talento di Theo-dore, leader non solo emotivo ma anche tecnico che produce i 7 punti decisivi nel rush finale. Al contrario Varese non trova il suo stoccatore nel momento di raccogliere i frutti del lavoro corale: Wells mostra confortanti segnali di ripresa dopo l'esordio, ma il 4/13 al tiro è rivedibile al pari delle padelle di Waller (partito fortissimo ma poi spentosi alla distanza) quando il pallone scottava. Tra le note positive, c'è invece la tenuta del reparto lunghi, con Cain che ancora non brilla in attacco ma si fa sentire dentro l'area, e Hollis che sale di tono alla distanza confermandosi l'elemento di maggior qualità nel quarto periodo quando oltre al collettivo serve la classe.
    Il bottino delle prime due uscite impossibili contro Venezia e Milano rimane comunque il prevedibile zero che si poteva stimare già il giorno dell'uscita del calendario a fine luglio. Però rispetto alla prima casalinga al PalA2A, il piglio più convincente - quantomeno sul piano del rendimento offensivo -mostrato dalla squadra di Caja è decisamente confortante in vista dei test contro Cantù e Brescia (forse le rivelazioni più eclatanti del secondo turno). La Varese del Forum è molto più simile, a quella del 9-2 in precampionato rispetto a quella stoppata dal ferro di Masnago in occasione dell'esordio casalingo. Certo ieri Ferrero e soci non avevano niente da perdere contro un'EA7 ancora in divenire: out Abass e Pascolo oltre ai 4 stranieri del turnover obbligatorio. Però la capacità di reggere l'urto fisico contro un'avversaria più stazzata, e la fiducia nel sistema mostrata in occasione della rimonta dal meno 12 del 27' con la scossa dei giocatori più umili della panchina, sono gli aspetti più positivi della gara di ieri sera. Ora Varese è pronta ad iniziare il suo campionato, partendo dal derby contro l'esplosiva Cantù dei sei stranieri: la sfida di lunedì prossimo tra l'organizzazione biancorossa e il talento brianzolo sarà un altro test verità.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    Lo scriviamo subito così ci togliamo il pensiero: se a tabellino ti mancano 10 punti perché hai sbagliato 10 tiri liberi e perdi di uno (1!) un derby nel quale - sulla carta - non avresti dovuto scendere in campo, beh… ti girano...
    Il punto è che la Openjobmetis Varese che esce dal Forum di Assago permettendosi di avere addirittura il diritto di recriminare sul risultato finale è una squadra che nella settimana “post- ripassata” da Venezia ha fatto sensibili passi avanti: nella coralità, nella fisicità, nella mentalità, nelle individualità. E questo fa davvero ben sperare per il futuro, oltre ad essere l’unica cosa da annotare sul taccuino, l’unica - in fondo - che tutti speravamo.
    Poi il derby numero 175° della storia se lo aggiudica la corazzata EA7 di Simone Pianigiani. Con il talento individuale, sola voce in cui i meneghini si dimostrano davvero superiori: 7 assist a 15 per i biancorossi delle Prealpi dicono tanto su chi ha costruito e chi no, per esempio. Così come il 15/39 da 2 (39%) dice tanto della difficoltà di Varese nell’attaccare il canestro dei corazzieri di casa (prevedibile) mentre l’11/25 da 3 (29%) lo fa dell’ottima vena balistica degli Artiglio Boys, ispirata anche dalla funzionalità della manovra offensiva. Non finisce nelle cifre ma vale quasi un colpaccio assurdo la difesa: ottima, produttiva, di squadra.
    Vince Milano perché ha Goudelock e Theodore (21 punti a testa) che fanno quello che vogliono; non sfigura Varese perché trova squilli importanti da tutti (Okoye, 14, e Hollis, 13, in particolare). Fra 8 giorni c’è Cantù: lì non basteranno solo i complimenti.
    La cronaca
    Ognuno ha le sue armi, ti vien da pensare nel primo quarto: quelle di Milano sono tante e tutte buone, quelle di Varese son poche e alcune inceppate. Per dire: mentre Theodore segna ogni volta che alza la mano, Varese certifica l’ennesimo zero offensivo nella casella accanto ai nomi di Cain e Wells(zero anche nella costruzione del gioco, costui). Meno male che c’è un Waller con la mano calda (8 punti nei primi 10’, ma anche 2 falli caricatigli da Goudelock), un intraprendente Okoye (7 punti nello stesso tempo) e una difesa più che diligente che si piega solo ai picchi di talento dei padroni di casa. Così, dopo l’effimero vantaggio del 4’ (10-11), la Openjobmetis riesce quantomeno ad essere a ruota quando suona la prima sirena del match (20-15).
    Gli uomini di Caja continuano a non avere cittadinanza sotto il canestro degli altri (sarà 6/18 da 2 al 20’) anche al rientro sul parquet, ma sono tuttavia bravi a rimanere stoici in retroguardia (sia a uomo che a zona: Milano segna solo con le prodezze) ed ispirati dalla distanza (6/14 da 3 al 20’). E’ sempre Waller il killer, mentre dal pianeta di Wells arrivano una tripla e qualche segno di vita in regia: “l’Olympiakos” del Sacro Monte arriva anche a -1 (25-24, canestro di Hollis), scende a -6 (33-27, Gudaitis mangia in testa a Cain) e risale ancora (33-30, Ferrero da 3), prima di chiudere la seconda frazione con un più che onorevole 39-34.
    Dopo la pausa la lunga il palcoscenico è tutto di Stan Okoye, capace di far vedere i sorci verdi a Micov e di scrivere per ben due volte un -3 per Varese che però spreca con una banale palla persa di Wells l’attacco del possibile aggancio. Nel calcio si scriverebbe “gol sbagliato, gol subito”: traslate la massima alla palla al cesto e immaginatevi un Theodore che nei minuti successivi violenta Tambone a destra e a manca (Matteo però ha poche colpe davanti al talento straripante dell’americano e soprattutto ha zero aiuti dai suoi centri), con l’Ea7 che raggiunge il primo vantaggio in doppia cifra del match al 27’ (52-42). Finita? Niente affatto: dal mazzo esce tutto lo slavo che c’è in Aleksa Avramovic che si inventa i canestri dell’incredibile -4 del 30’ (56-52).
    Acquolina in bocca che metà basta: Hollis e sodali continuano a sbagliare l’ira di Dio dalla linea della carità, ma si costruiscono speranze perseverando nel difendere come degli ossessi (e Milano si blocca: 8 punti nei primi 6’ minuti dell’ultimo quarto) e trovando dei jolly offensivi vitali (2 volte Hollis, poi Cain, poi Wells, con quest’ultimo a scrivere il pareggio del 35’, 64-64).
    Theodore riprende il filo del discorso con una tripla, il play ex Giessen riporta sotto i suoi (67-66), che scrivono ancora la parità con due liberi di Waller (68-68). Qui la Openjobmetis, dopo un’altra invenzione di Theodore, ha 4 “match ball” dai 6,75 ma li spreca tutti: l’ex Bamvit più volte citato in questo pezzo allora segna il 78-62 che chiude fondamentalmente i giochi, nonostante altri 5 punti di Hollis che contribuiscono al 74-73 del finale. E a mangiarsi le mani.
    Fabio Gandini

  • simon89
    Varese prova a sorprendere la superfavorita Milano nel primo dei tre derby lombardi del mese di ottobre. Stasera ad Assago (palla a due alle ore 20.45 ; diretta Tv su RaiSportl ) la compagine di Attilio Caja - con il lutto sulle maglie in memoria di Augusto Ossola - proverà a misurarsi contro l'EA7, regina incontrastata del movimento tricolore che punta a presentarsi in maniera convincente davanti al proprio pubblico.
    L'edizione numero 175 della classicissima del basket italiano sembra offrire ben poche chances agli ospiti, chiamati comunque a mostrare maggior personalità rispetto all'esordio casalingo contro un'altra avversaria nettamente superiore come Venezia. Ossia la squadra che l'Olimpia ha battuto due settimane fa nella finale della Supercoppa, messa in bacheca per inaugurare al meglio l'era di Simone Pianigiani, tornato su una panchina italiana 5 anni dopo aver chiuso l'epopea dei trionfi a Siena per costruire un progetto vincente a lungo termine in un club che - a dispetto del suo strapotere economico - ha vinto solamente 2 degli ultimi 4 scudetti.
    Sulla carta il pronostico è totalmente chiuso, alla luce della schiacciante differenza di valori tra l'unica rappresentante italiana di Eurolega e una Varese il cui taglio estivo del budget l'ha portata nell'ultimo quarto della graduatoria del monte stipendi netti. Milano può permettersi di lasciare in tribuna 4 stranieri - Dragic, Tarczewski, Kalnietis e il convalescente Young - che costano quasi quattro volte il totale dei salari della truppa di Caja; l'organico da 16 giocatori con la versione campionato con 5 italiani di area azzurra (stasera ancora out Pascolo, alle prese con i postumi dell'infortunio che lo ha escluso da Eurobasket 2017) e quella Eurolega con 11 stranieri dovrà consentire all'EA7 di tornare a vincere in serie A dopo il clamoroso flop del 2016/'17, e competere in Europa dove negli ultimi due anni ha fatto peggio di avversarie meno ricche.
    Il talento della trazione posteriore formata da Theodore e Goudelock, la profondità di una panchina da 12 giocatori 12 e la fisicità del reparto lunghi, in cui svetta l'ultimo arrivato Gudaitis (prelevato dal Lietuvos Rytas nel mese di settembre versando un buyout da 350mila euro), sembrano bastare per mettere al riparo Milano da qualsiasi sorpresa possa creargli la "sporca dozzina" di Attilio Caja. Che, comunque, potrà affrontare a mente sgombra un impegno da onorare con il massimo dell'intensità: lo impone la storia di un derby che non è più quello dell'era di Bob Morse (onorato in settimana dai tifosi e presente in tribuna stasera), ma ha ancora il fascino della classicissima. E lo impone la necessità di continuare a crescere per farsi trovare pronti a test più realistici e meno impegnativi come quelli dei prossimi due derby contro Cantù ed a Brescia, dopo i quali si potrà effettivamente valutare lo spessore della Varese operaia costruita in estate.
    In casa biancorossa occhi puntati soprattutto sull'asse Wells-Cain, con "Artiglio" che ha ribadito la sua fiducia - ma anche le sue aspettative superiori all'esordio - nei confronti del play titolare. Se 0 risultato può sembrare già scritto, l'esame per Ferrero e compagni riguarda la capacità di andare in campo con l'atteggiamento giusto: accettare inconsciamente il verdetto e partire battuti in partenza rischia di creare i presupposti per una brutta figura. Al contrario Milano andrà affrontata a viso aperto, contando su aggressività e senso della sfida per togliere alla squadra di Pianigiani le sue certezze.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    «E ora che lassù si ritrovano l’Anna, Gualco e l’Augusto non oso immaginare cosa possano combinare insieme… Chissà che squadra e che società allestiranno…».
    Dal tardo pomeriggio di ieri un altro pezzo di Leggenda si è trasferito in cielo, a corroborare l’organigramma di una Varese celeste e immortale e a proteggere una storia che proseguirà sempre - così come prosegue sempre la vita - anche grazie alle gemme del suo passato.
    La Pallacanestro Varese piange la scomparsa di Augusto Ossola, 96 anni, dirigente, memoria storica, papà dei colori cestistici che connotano l’essenza di questa città. Malato da tempo, Ossola era ricoverato a Comerio: le sue condizioni di salute erano peggiorate negli ultimi mesi, impedendogli di dedicare alla passione di una vita - la palla a spicchi, appunto - il fisico ma non la mente, fino all’ultimo lucidissima e sintonizzata con la precisione di un archivio informatico (che però non avrà mai un cuore come quello dell’Augusto, a sottolineare ogni “file” della memoria) su un amore chiamato Varese.
    Da contabile della Ignis, intesa come azienda, a contabile (e poi responsabile della biglietteria e degli abbonamenti… E poi ancora papà di tutti i giocatori e santone delle statistiche….) della Ignis, intesa come società di basket, Ossola era entrato in Pallacanestro Varese alla fine degli Sessanta: l’ha lasciata solo ieri. «Era una bandiera, come il Marino Capellini, come l’Anna (Bonsignori ndr) - è l’incipit del ricordo del grande Aldo Ossola - La leggenda di Varese lui l’ha vista nascere. Tutti lo conoscevano e lui era bravo a farsi amare, in primis dai giocatori: era un papà. E proprio noi giocatori, ogni volta che ci ritrovavamo, pensavamo a lui, parlavamo di lui. L’ultima occasione è stata proprio l’altra sera: sapevamo delle sue condizioni di salute, eravamo preoccupati… Sembra quasi fuori luogo in questo momento, ma io Augusto lo accosto anche agli scherzi che noi della combriccola dell’Ignis gli facevamo: li accettava sempre, stava al gioco, ma perché sapeva che poi in campo avremmo dato tutto». D’altronde quelli erano «i suoi ragazzi».
    Quelli degli anni d’oro e quelli che ne hanno raccolto il testimone sul parquet nel corso dei decenni, come Max Ferraiuolo: «Quante volte mi sono sentito rimproverare bonariamente: «Massimo… Massimo…»… Si occupava della biglietteria e io andavo a chiedergli qualche biglietto in più per i miei amici: all’inizio storceva un po’ il naso, poi me li concedeva. Augusto era sensibilità e attenzione, ma non solo: aveva una memoria eccezionale. E ci teneva, anche in tarda età, a mostrare alle persone il suo rigoroso archivio. Mi ricordo, per esempio, quando lo andai a trovare con coach Vitucci, che lo voleva conoscere una volta arrivato a Varese: tirò fuori orgoglioso tutti i suoi appunti, scritti in bella grafia. E se per caso un giornale non pubblicava il tabellino di una partita, fosse anche un’amichevole, il giorno dopo mi chiamava perché lo doveva avere per forza».
    Di una persona così nemmeno l’ultimo battito di vita decidere di battere a casaccio. Ossola ha aspettato a morire: voleva salutare il “suo” Bob, almeno un’ultima volta. È riuscito a farlo, tre giorni fa: Morse era appena arrivato a Varese dagli Usa e non ha mancato, come sempre, di andare a trovarlo accompagnato da Sandro Galleani, nonostante fosse stanchissimo per il viaggio intercontinentale: «E siamo rimasti entrambi impressionati dalla lucidità di Augusto - racconta con commozione “mahatma” Sandro - Si ricordava che Bob si era trasferito in Oregon per stare più vicino alle sue nipoti, gli ha chiesto del recente uragano che ha scosso quella zona, gli parlava di Bufalini e degli altri atleti degli anni 70. A me ha detto «salutami l’Egidia (la moglie di Galleani ndr»), poi mi ha preso la mano e non me la voleva lasciare…».
    Commosso anche il ricordo di Gianmarco Pozzecco: «Lui trasudava amore per la Pallacanestro Varese, era una cosa enorme che travolgeva chiunque se lo trovasse davanti. Io non ho mai giocato con lui come dirigente, ma è un po’ come se l’avessi fatto, come se avessi vissuto anni insieme a lui. Varese non dimentica questi personaggi ed è il motivo per cui questa città è speciale».
    Augusto Ossola lascia la moglie Mimma, la figlia Carmela e gli adorati nipoti. Questa sera Varese, la sua Varese, lo ricorderà con il lutto al braccio nel derby contro Milano.
    Fabio Gandini e Francesco Caielli

  • simon89
    Ci ha lasciato Augusto Ossola, straordinario e amatissimo personaggio del basket varesino. A novembre avrebbe compiuto 97anni. Se n 'è andato in silenzio, sotto traccia, come è stato suo costume muoversi per l'intera sua esistenza. In febbraio aveva deciso, insieme con l'amatissima moglie Mimma, di ritirarsi nella casa di riposo di Comerio, anche per sollevare l'unica figlia Carmela dall'impegno di un 'assistenza quotidiana che si sarebbe fatta, per forza di cose, via via sempre più intensa. E a Comerio è stato in questi mesi un viavai incessante di vecchi amici - ultimo dei quali giovedì Bob Morse assieme a Sandro Galleani - che volevano scambiare con lui qualche parola, tenendogli compagnia e godendo dei suoi mille ricordi, narrati sempre con eccezionale lucidità, dovizia di particolari e dettagli che la sua memoria prodigiosa aveva fissato. Augusto Ossola si era innamorato della pallacanestro nell'immediato dopoguerra: la Casa dello Sport di via XXV Aprile era diventata un po' la sua seconda casa, ma un incarico dentro la società lo aveva avuto solo dopo che l'Ignis, per la quale lavorava, aveva cominciato nel 1956 il suo rapporto di sponsorizzazione con il club varesino. Ossola, infatti, è stato un "uomo ignis ", responsabile dell'ufficio paghe e contributi di Comerio, persona di assoluta fiducia di Giovanni Borghi. A volerlo all'interno della Pallacanestro Varese era stato l'ingegner Adalberto Tedeschi, all'epoca genero di Borghi (aveva sposato Midia, primogenita del Commendatore), il quale teneva appunto i contatti tra l'azienda e la società cestistica. Augusto Ossola era dunque diventato il cassiere e il responsabile della biglietteria, incarico che avrebbe poi mantenuto sino ai primi anni Novanta.
    Questo amore e questa confidenza con i numeri Augusto Ossola li aveva trasferiti anche nel basket, disciplina che appunto con i numeri convive e sa spiegarsi. Sono così nate due pubblicazioni fondamentali per la storia della Pallacanestro Varese: dapprima, nel 1988, "La grande Ignis", volume al quale Ossola aveva voluto dare la stessa veste grafica del precedente "La Pallacanestro Varese " di Renato Ladini e che ne era la temporale e ideale prosecuzione sino alle vicende del 1975 (anno in cui cessò la sponsorizzazione da parte dell'azienda di Comerio, nel frattempo passata alla Philips). Poi, nel 1996, fu la volta di "50 anni con voi ", edito appunto per celebrare il 50° anniversario della Pallacanestro Varese, un libro che raccoglie l'intera gloriosa storia in numeri della squadra (il ricavato delle vendite fu girato all'associazione "Varese con te "). Ma l'amore di Ossola per i numeri collegati al basket non si è esaurito qui: per diletto personale. Augusto annotava curiosità e teneva statistiche che qualche volta erano spunto o verifica per qualche articolo degli amici giornalisti. Augusto Ossola era stato inserito nella Hall of Fame della Pallacanestro Varese, riconoscimento meritato e doveroso dopo tanti anni trascorsi al servizio della società con competenza, rigore e quella straordinaria passione che lo contraddistinguevano. Gli ultimi mesi della sua vita sono stati allietati dalla nascita del primo bisnipote, Zeno, figlio della nipote Paola. Addio, carissimo Augusto! Alla moglie Mimma, alla figlia Carmela e a tutti i famigliari l'affettuosa vicinanza della Prealpina.
    Claudio Piovanelli

  • simon89
    C’è Milano, la montagna più alta del nostrano massimo campionato di basket. Ma c’è soprattutto Varese, c’è sempre Varese. Prima di ogni avversario c’è una strada da percorrere, che non può prescindere dalle tappe (anche quelle proibitive) ma che alle tappe non si ferma.
    Più corsa, più malizia
    Questa, sempre restando dentro la metafora, è la sempiterna mappa di Attilio Caja, che nel presentare il derby numero 175° della storia parte dalla sua di squadra. Parte da quello che stanno facendo i suoi giocatori, dai loro miglioramenti, dalle loro pecche, dalle loro sensazioni. Parte dalla ricerca della meta. Non da come affrontare la tappa più vicina: «E’ stata una settimana in cui abbiamo cercato di puntualizzare alcune cose che erano andate meno bene contro Venezia. E di pensare a qualche aggiustamento per trovare situazioni in più in campo aperto, tramutando il lavoro difensivo in contropiede, che ci è mancato molto contro la Reyer. A difesa schierata abbiamo certe armi, a volte limitate: dobbiamo quindi cercare quelle in transizione per non essere sempre 5 vs 5. Vale non solo per domenica, ma per tutto il campionato».
    Caja continua: «Abbiamo anche insistito sull’aggressività difensiva, che deve tenere presente delle caratteristiche individuali degli avversari. Ci vuole grande attenzione al piano partita, bisogna essere più smaliziati: se un giocatore ha il tiro da tre punti come arma, per esempio, si può forse rischiare di più di lasciargli l’uno contro uno. E’ tutta una questione di conoscenza: un Goudelock non è un Micov… Un buon bagaglio tattico ci servirà per crescere».
    Nell’analisi l’Artiglio si sofferma anche su un singolo: «Wells può fare di più, penetrando e creando vantaggi per i compagni. Il suo precampionato è stato sfortunato, perché è stato vittima di qualche problema fisico che lo ha limitato e fatto rimanere più indietro degli altri. Questa settimana, però, l’ho visto meglio. Per noi è imprescindibile: abbiamo bisogno di tutti, ma lui è il playmaker…».
    I numeri degli altri
    Ecco Milano, alla fine: «Affrontiamo questa partita con la consapevolezza che sia molto difficile. Non abbiamo una pressione particolare, ma abbiamo il dovere di fare del nostro meglio. Milano ha classe, atletismo, dinamismo: Theodore è come se avesse un “motorino”, Goudelock è stato l’anno scorso il terzo miglior marcatore di Eurolega, Gudaitis ha preso 8 rimbalzi offensivi contro Cremona. Sono in primis i numeri a spiegare la forza dei nostri prossimi avversari. Però è bello incontrare la squadra migliore d’Italia, con un allenatore importante (e che io conosco bene) e in un palazzo in cui è sempre emozionante giocare. Tutto ciò sia da stimolo per affrontare la gara con voglia e la con carica giusta».
    L’allenatore pavese è un ex di turno, avendo guidato la squadra meneghina in due parentesi diverse (dal 2002 al 2004 e nel 2007/2008: «La Milano della prima volta aveva budget limitati (c’erano gli sponsor Pippo e Breil ndr), ma sono state stagioni molto belle. Importante è stato anche il 20007/2008, con Armani non ancora proprietario (era solo sponsor) ma una grande passione. Per esempio: se oggi l’Ea7 ha un pubblico numeroso è perché ha lavorato sulla promozione fin da quegli anni».
    L’ultima battuta è su Bob Morse, che giovedì sera all’evento de Il Basket siamo Noi (ma anche il giorno antecedente, prima dell’allenamento) ha parlato ad Avramovic e compagni: «E’ stata una cosa molto piacevole, ho visto i miei ragazzi interessati: nel capire chi fosse Morse e cosa abbia rappresentato per Varese».
    Fabio Gandini

  • simon89
    I migliori anni della nostra vita. Quelli che il calendario ha già sfogliato, personificati da due signori alti alti, forse un po’ attempati se ce li si rimembra in braghe e pantaloncini a dominare in lungo e in largo il parquet, ma sempre icone di un senso di appartenenza eterno.
    I migliori anni della nostra vita. Quelli che verranno grazie alla passione di un gruppo di persone che sa stringere i tifosi intorno a un’idea assoluta (la Pallacanestro Varese), che ha capito dove sta il problema (sì, i soldi. Quelli che mancano) e lì è voluto intervenire, che sa organizzare una serata come quella di ieri (un grazie speciale a Benedetta Lodolini, voce, volto e un impegno che è durato un mese) capace di unire magnificamente passato, presente e futuro.
    I migliori anni della nostra vita, racchiusi nell’evento de “Il Basket siamo Noi” all’Unibirra di Calcinate del Pesce: Bob Morse, Massimo Lucarelli, il Trust. Un fil rouge colorato di biancorosso, valso a presentare la Openjobmetis di Caja (che ha risposto all’appello al completo) ai tanti associati presenti (un centinaio), ad abbracciare due nuovi adepti vip (appunto il grande “Bob mitraglia” e “Lucky Lucarelli”, premiati come soci onorari) e riscoprirsi una grande famiglia, che si stia in campo (o lo sia stati negli anni Settanta) o sugli spalti.
    Proprio Morse è stato il primo a “benedire” l’iniziativa dei tifosi proprietari: «Penso che “Il Basket siamo Noi” sia un’iniziativa indovinata, perché coinvolge i supporter anche dal punto di vista finanziario, chiamandoli a spendere completamente la loro passione. Il Trust è una base per proiettare nel futuro una Pallacanestro Varese più forte. Oggi come oggi questa è la strada giusta».
    La parola d’ordine è radici, le stesse che lo straniero più vincente dell’epopea varesina ha coltivato fin dal primo giorno: «Da giocatore (arrivai nel 1972 quando avevo 21 anni) - racconta Morse - mi fecero un contratto di 5 anni. Una cosa impensabile oggi. A Varese sono nate le mie due figlie, qui ho imparato la lingua che poi sono andato a insegnare (e ancora insegno) negli Stati Uniti e qui ho il progetto di portare i turisti americani perché scoprano le bellezze del territorio, il basket italiano e il calore che solo i tifosi varesini sanno dare».
    Difficile racchiudere una Famiglia, il Mito (anzi i Miti) e la loro serata in poche righe. In mezzo a sorrisi, fotografie che una volta sarebbero andate dritte sui comodini e oggi andranno nei profili Facebook, memoria condivisa, birre e anche un po’ di commozione, forse conviene cristallizzare un solo momento: quello in cui Morse si rivolge ad Avramovic e compagni. Dettando la via: «Siate orgogliosi di giocare per questa squadra. Sempre. Varese è una leggenda, come i Boston Celtics».
    Fabio Gandini

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