Il suo avvento significa soprattutto una cosa: la rinnovata fiducia nel "manovratore" Paolo Moretti. Sul quale, in questo momento, scottati da un inizio di stagione peggiore di quello dello scorso anno (non sembrava possibile, nemmeno in una realtà parallela e tragica, ma purtroppo è così...) e da una figuraccia stereofonica nel derby, viene voglia di tracciare un bilancio parziale, sperando che arrivino - postumi - altri "fatti" in grado di migliorarlo.
I conti, attualmente, non tornano. Non bastano due mesi e mezzo di gioco (marzo-aprile 2016) piacevole, razionale, non ridondante e non cervellotico a cancellarne sette (ottobre 2015-febbraio 2016 più i primi due di questa stagione) di stenti, quadre lontane, carenze offensive e difensive e caos "fin troppo organizzato" in cui si sono smarriti in tanti. Non basta aver regalato due notti (le Final Four di Chalon) da sogno a una città che respira basket per togliere dalla mente lo spiacevole ricordo di 32 sconfitte in 9 mesi, alcune delle quali da appuntare all'albo d'oro degli incubi (Caserta, Pistoia, Cantù l'altro ieri, Sodertalje, Pesaro...). Non basta attaccare i giornalisti davanti alle domande "scomode", dividendoli tra capaci e incapaci, come un mister pallonaro qualunque, per abortire nella loro penna critiche sacrosante.
Nonostante questo, coach Moretti ha ancora tutto dalla sua: ha il tempo, ha l'appoggio della società e avrà un giocatore che andrà a migliorare - a costo di enormi sacrifici economici che la Pallacanestro Varese fa fatica a permettersi a cuor leggero - la rosa che lui stesso ha costruito l'estate scorsa. Ha "figli" in campo che lo seguono, che non gli giocano contro (menomale eh), che provano a sacrificarsi per le sue idee. Gli manca solo vincere, la cosa più importante, una mancanza che pare piuttosto grave. O no?
Fabio Gandini
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